Prima il personale sanitario e gli ospiti delle RSA insieme a chi si prende cura di loro, poi le persone più fragili, cioè gli ultra ottantenni, e via via le altre categorie a partire dai “più esposti”. Non ci sono espressamente i medici di famiglia (e i pediatri di libera scelta) tra le priorità del Ministero alla Salute, e se fossero inclusi nel primo gruppo degli operatori sanitari “sia pubblici che privati accreditati” non ci sarebbero le polemiche che stanno montando un po’ ovunque in questi giorni. In realtà non è chiaro quando dovrebbe essere il loro turno. Eppure proprio a loro si guarda come alla carta vincente per accelerare le procedure di vaccinazione e raggiungere il traguardo della cosiddetta immunità di gregge, o meglio di gruppo, ma non si è ancora affrontato il paradosso di come possano essere direttamente coinvolti se non si provvede prima, e per tempo, a immunizzarli. Si assiste a situazioni del tutto incomprensibili come quelle segnalate da alcuni sindacati verificatesi in diverse aziende sanitarie in cui si darebbe la precedenza al proprio personale a prescindere dalla valutazione se sia effettivamente in prima linea, e quindi più esposto al contagio. Un fatto “intollerabile”, hanno lamentato.
Sono queste le anomalie tutte italiane che non ci si riesce a spiegare, quelle “dimenticanze” che non hanno riguardo neanche per i 110 morti tra le loro fila. È di 282 il totale dei medici deceduti! Dall’11 marzo 2020 al 21 dicembre scorso, data dell’ultimo decesso registrato, l’elenco listato a lutto sul Portale FNOMCeO viene puntualmente aggiornato. “Nell’elenco – ha spiegato il Presidente della Federazione Nazionale, Filippo Anelli – si è deciso di includere tutti i medici, pensionati o ancora in attività, perché per noi tutti i medici sono uguali, e uguale è il cordoglio per la loro perdita. Alcuni dei medici pensionati, inoltre, erano rimasti o erano stati richiamati in attività; alcuni di loro avevano risposto a una chiamata d’aiuto. Perché non si smette mai di essere medici, lo si resta sino in fondo e per tutta la vita”. E da aggiungere a questi tragici numeri quel 10% del totale dei decessi costituito dagli altri operatori sanitari tra cui, in particolare, gli infermieri.
Segnali positivi arrivano però da Palermo dove da qualche giorno si è deciso di seguire l’esempio di altre realtà della provincia che hanno già iniziato a vaccinare i medici di famiglia, mentre a Siracusa siamo ancora alla fase della “programmazione” e cresce il malumore tra gli esclusi a cui resta la sola possibilità di prenotarsi sul sito della Regione, incrociare le dita e aspettare di essere convocati, oltre a poter guardare sui social i selfie dei colleghi soddisfatti per l’obiettivo raggiunto.
Quale sia la causa di un tale ritardo è difficile dirlo, ma sarebbe interessante saperlo, anche perché, come anche evidenziato dal segretario generale della Federazione dei Medici di Medicina Generale Silvestro Scotti, “dopo la vaccinazione, perché si sviluppi l’immunità, sono necessarie almeno 3-4 settimane; questo significa che, una volta vaccinati, medici di famiglia e pediatri dovrebbero comunque attendere almeno un mese prima di poter a loro volta vaccinare. Si arriverebbe così a febbraio. Probabilmente, quest’operazione andava organizzata con largo anticipo”.
Si andrebbe invece certamente più spediti, come notato da alcuni medici, quando si tratta di oberare la categoria di ulteriori mansioni burocratiche. Il Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci ha recentemente firmato un’ordinanza che di fatto, prendendo atto, diciamo, della scarsa efficienza nella lotta al Covid dei Dipartimenti di Prevenzione delle Aziende Sanitarie Provinciali, scaricherebbe sui medici di famiglia l’onere di tracciare i contatti, gestire le quarantene, provvedere ai vari tipi di certificazione. Sei o sette capitoli di “mansioni” spostate dai Dipartimenti ai medici di famiglia a cui si rivolgono accorati appelli di disponibilità e abnegazione alla causa anti covid senza per altro alcun riconoscimento economico. E senza nemmeno considerare le condizioni in cui spesso essi espletano il proprio lavoro, in non pochi casi non supportato neanche dalla presenza di una segretaria, e in ambulatori che, a volte, non garantiscono neppure le misure minime di sicurezza.

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