Sono passati 30 anni dalla notte del 13 dicembre del 1990, quando la terra tremò, causando morte e distruzione nella Sicilia sudorientale. L’area maggiormente colpita fu quella di Augusta e Carlentini, anche se si sentì a Siracusa e in altri centri. In quel sisma persero la vita dodici persone, sommerse dalle macerie per il crollo delle palazzine in cui vivevano, altre sei per la paura, tutte a Carlentini. Furono circa 200 i feriti ricoverati in ospedale.
Il cataclisma fu di Magnitudo di 5,68, con una durata di circa 45 secondi cui seguirono ulteriori cinque scosse più lievi. La comunità degli Ingegneri di Siracusa ha voluto ricordare questo evento incontrando online testimoni e professionisti del tempo per capire cosa si è fatto in questi trent’anni per affrontare la vulnerabilità sismica del nostro territorio.
L’epicentro venne localizzato inizialmente nel golfo di Noto con distruzioni riferite all’area di Carlentini; nei giorni successivi si evidenziò chiaramente la carenza di informazioni e di provvedimenti di protezione civile, e le indagini successive dell’Istituto Nazionale di Geofisica indicarono invece come epicentro l’area di Augusta e il territorio interessato molto più ampio, esteso alle tre province della Sicilia orientale. Nel complesso furono 41 i Comuni con danni più o meno consistenti.
Il sisma danneggiò anche la comunicazione ferroviaria, interrotta sulla Catania-Siracusa e sulla Catania-Caltagirone, e parte del patrimonio edilizio storico-artistico della Val di Noto.
Secondo dati ufficiali del 3 gennaio 1991, gli edifici inagibili assommarono a 6.103 così ripartiti: 5.133 in provincia di Siracusa, 929 in provincia di Catania e 41 in provincia di Ragusa. I senzatetto complessivi furono 13.217: 11.835 in provincia di Siracusa, 1.310 in quella di Catania e 72 in quella di Ragusa.
Nonostante nell’area si fosse svolta poco tempo prima un’esercitazione che simulava un terremoto di massimo grado, con 500 vittime su un’area di circa 40 km², la macchina dei soccorsi si mosse con difficoltà e lentezza esasperante. Infatti, il sostituto procuratore della Repubblica di Siracusa avviò alcuni giorni dopo un’indagine conoscitiva per appurare se i soccorsi fossero stati tempestivi la notte del 13 dicembre. Per far fronte all’emergenza abitativa, nell’area delle dismesse saline di Augusta, vennero installati dei containers per 7.000 senzatetto.
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Tornando indietro nel tempo, il terremoto della Val di Noto del 9 e dell’11 gennaio 1693 rappresentò uno fra gli eventi più catastrofici che abbia colpito la Sicilia orientale, ma anche d’Italia, con una magnitudo pari a 7,4. Esso risulta essere il 23° terremoto più disastroso della storia dell’umanità, quello dello Stretto è al 12° posto. Il terremoto provocò la distruzione totale di quasi 70 centri abitati, interessando una superficie di circa 5.600 km2 e causando un numero complessivo di circa 60.000 vittime. Il maremoto successivo colpì le coste ioniche della Sicilia fino allo Stretto di Messina. Nella zona di Augusta, per la conformazione della baia e le condizioni geomorfologiche locali, il fenomeno fu amplificato portando a un’altezza massima l’onda, stimata intorno ai 10/15 metri e con le acque che penetrarono per circa 200 metri nell’entroterra. Alla fine si contarono i morti che a Catania furono 16.000 su una popolazione di 20.000; a Ragusa circa 5.000 su 9.950; a Siracusa circa 4.000 su 15.339 abitanti e in altri piccoli centri si ebbero dal 15% al 35% di morti rispetto alla popolazione residente con una punta del 41% a Palazzolo Acreide.
Secondo i geologi in questi ultimi 200 anni si sono verificati ben 177 terremoti che hanno provocato danni, cioè in media quasi uno ogni anno, causando ogni 15 anni distruzioni con perdite di vite umane. Oramai si sa che tutto dipende dalla faglia Ibleo-Maltese che negli ultimi anni s’è dimostrata molto vitale e pur non potendo prevedere la data esatta di un nuovo cataclisma e della sua scossa tellurica, si sa che altri se ne verificheranno, come prevedono gli scienziati del CNR.
Ecco perché possiamo affermare che fu una scelta scellerata quella di costruire un polo petrolchimico proprio in questa zona, dal più alto rischio sismico in Italia. E non si dica che non era conosciuto tutto questo nel 1949, anno d’inizio della prima costruzione, quella della raffineria Rasiom. Eppure, se facciamo il punto, possiamo constatare che oggi fra i grandi interessi petroliferi e militari per l’esistenza dell’importante porto della Marina Militare Italiana e il suo arsenale, oltre alla vicina strategica base militare degli Usa di Sigonella, si è giunti ad avere una rada di Augusta sempre affollata per il continuo movimento di petroliere e altre navi da carico, insieme a altre e sottomarini (complesso militare). Possiamo affermare che esiste un patto criminale tra lo Stato italiano, le multinazionali (oramai tutte straniere) e le forze armate italiani e statunitense. Difatti, è proprio questa collocazione geo-economica con forti interessi militari a spiegare perché, passati pochi giorni dal terremoto di Santa Lucia, la stampa nazionale e locale non parlò più dell’evento per nulla secondario: “il terremoto dimenticato”.
Oggi con lucidità possiamo dire che l’interesse economico delle multinazionali a cui interessa solo il profitto, uno Stato, in parte anche la regione siciliana, che da esse, per la raffinazione del petrolio, ricava ingenti quantità di denaro per le accise e gli interessi militari italiani e Usa che hanno qui dei punti strategici, tra Sigonella e altre strutture vicine a Augusta, non possono avere maggiore valenza del diritto degli oltre 200.000 abitanti della zona che vogliono essere garantiti in sicurezza e qualità di vita. Occorre una mobilitazione di tutti per rivendicare ciò. Eppure, nulla si vede all’orizzonte.

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