Il Recovery Fund suscita giustificate speranze: forse si tratterà di una iniziativa senza precedenti.
Per la prima volta, consistenti risorse monetarie saranno messe a disposizione degli stati senza accrescere il loro debito pubblico. Forse! Olanda, Belgio e, più esplicitamente, Austria hanno già messo le mani avanti. Sebastian Kurz è stato sin troppo chiaro: deve trattarsi di debito e i finanziamenti dovranno essere restituiti. A chi? Questo forse Kurz non è in grado di dirlo. O di capirlo. Se le risorse che saranno messe in campo con il RF non saranno rastrellate sul mercato, come accadrà (se accadrà) con gli Euro-Bond (o Corona-Bond) e con il SURE, a chi dovrebbero essere restituiti quei fondi per la ricostruzione post coronavirus?
Se non andiamo errati (e il dubbio è d’obbligo, poiché neppure i protagonisti hanno ancora le idee chiare e mirano, evidentemente, ad obiettivi diversi), si dovrebbe trattare di una emissione di valore monetario per intercessione della Commissione Europea presieduta dalla signora Ursula Von der Leyen. Ed è per tale ragione che il RF potrà mettere a disposizione degli stati 500 miliardi (secondo il discutibile preaccordo Merkel-Macron) o 1000 miliardi e passa (secondo la Von der Leyen ed altri) a fondo perduto, ovvero senza prevedere alcun obbligo di rimborso. Il che dovrebbe far gola a tutti i governi dotati di senso di responsabilità e sensibili alle ragioni dei loro cittadini.
Il giovane Kurz non la pensa così. Forse perché ha in mente un più convenzionale sistema di finanziamento e ritiene che dovrebbero essere le banche o i fondi di investimento a prestare quei soldi alla Commissione. In questo caso il meccanismo non differirebbe in sostanza dagli EuroBond o Coronabond. E neppure da quello del SURE (un meccanismo europeo per finanziare la cassa integrazione dei paesi membri in tempi di coronavirus); nel senso che inciderebbe comunque sul debito degli stati, accrescendolo, pur comportando l’esborso di un interesse medio, non gravato da spread. E neppure differirebbe troppo dal Mes, anche se i signori del Consiglio Europeo hanno promesso che gli aiuti saranno erogati ad un interesse irrisorio (0,1%) e senza l’applicazione delle condizioni previste dal trattato istitutivo ed esemplificate dalle interpretazioni capestro applicate alla Grecia. In ogni caso per il MES noi già paghiamo interessi consistenti solo per aver preso in prestito (dai mercati) la quota di contributo italiana già versata per la costituzione di tale Meccanismo di Stabilità (14,33 miliardi; in percentuale il 17,91%). E, in caso di ricorso al MES da parte di vari stati e, quindi, di utilizzo dell’intero ammontare previsto dal meccanismo (700 miliardi), dovremmo versare l’ulteriore contributo per il quale abbiamo sottoscritto l’impegno, contraendo nuovo debito per reperire la somma ancora da versare ad integrazione del fondo oggi disponibile, di soli 80 miliardi, al quale abbiamo contribuito con i 14,33 miliardi sopra ricordati. È vero che, in base alle promesse recenti, per utilizzare il MES in relazione a spese sanitarie variamente correlabili al contagio, pagheremmo in aggiunta solo un interesse irrisorio (0,1%); ma ci esporremmo al rischio concreto di abbassamento del rating da parte delle agenzie-canaglia, le quali avrebbero buon gioco nel dire che, accettando prestiti dal MES, saremmo noi stessi a certificare una condizione di crisi profonda. E la cosa avrebbe effetti catastrofici a catena sulla gestibilità del nostro intero debito pubblico, che sarebbe declassato e svenduto come debito reputato insostenibile.
Nel primo caso invece per la prima volta un organismo politico sovranazionale pronuncerebbe il fiat money. Infatti la Commissione, con una forzatura rispetto alla facoltà di monetazione esclusiva e alla autonomia decisionale assoluta attribuita per trattato alla BCE, produrrebbe o farebbe produrre ex nihilo, un quantitative easing o un consistente aiuto da erogare direttamente agli stati. Con uno strappo alle perverse regole vigenti in fatto di emissione monetaria. Strappo giustificato dalla contingenza eccezionale costituita dalla necessità di rimediare all’enorme disastro economico provocato dal contagio e dal conseguente congelamento di molte attività.
E non si tratterebbe dell’unico strappo alle regole provocato dalla diffusione del covid19. Il trattato di Schengen sulla libera circolazione è stato il primo ad essere messo fuori gioco anche con iniziative unilaterali, come ben dovrebbe ricordare il signorino Kurz. E anche la promessa di concedere aiuti del MES senza condizioni capestro rappresenta, a ben vedere, uno strappo ai trattati. Basterebbe uno strappo in più e… potremmo essere in presenza di un esempio di emissione monetaria non più a debito; comunque camuffata: anche da “prestito” diretto da parte della BCE alla Commissione, senza interessi e senza obbligo di restituzione. Oggi invece questa modalità di emissione monetaria è riservata alle banche e preclusa (disfunzionalmente!) agli stati. Pur essendo la moneta comune dotata di valore grazie proprio alla legge di quegli stati, che però non possono ottenerla direttamente, a costo zero. Oggi il massimo aiuto che l’istituto di emissione può offrire agli stati è l’acquisto dei loro titoli di debito sul mercato secondario, cioè dopo che si sono indebitati realmente, racimolando soldi sul mercato con le aste dei loro Bond.
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Per il momento è impossibile prevedere quale idea di Recovery Fund prevarrà e come sarà realizzato quel piano. Se prevarrà l’idea dell’assegnazione a fondo perduto (conseguente ad una creazione di valore per scelta politica della Commissione), forse nelle menti di molti comincerà a farsi strada l’idea che anche l’emissione monetaria ordinaria potrebbe essere realizzata più funzionalmente di oggi, ovvero mediante assegnazione della moneta creata dalla BCE agli stati, in rapporto alla loro consistenza demografica. O mediante consegna della massa monetaria alla Commissione, che potrebbe poi girarla e ripartirla agli stati, secondo criteri distributivi obiettivi.
E potrebbe essere cambiato quel famigerato art. 123 del trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE) che oggi vieta (insopportabilmente e irrazionalmente) che l’istituto di emissione monetaria (la BCE) possa “prestare” la moneta creata (a tasso bassissimo o a tasso zero o a tasso negativo) direttamente agli stati… senza obbligo di restituzione. Tale privilegio – giova ribadirlo – spetta oggi solo alle banche; solo ad esse la BCE (che ne è posseduta in quote, tramite le cosiddette banche centrali, nazionali solo di nome ma possedute, a loro volta, da banche private) oggi “presta” o fornisce direttamente moneta. Gratis, cioè a tasso zero e persino a tasso negativo. E praticamente senza obbligo di restituzione. È “prestito” o regalo? Al massimo oggi la BCE può agevolare gli stati comprando sul mercato secondario i titoli del loro debito (reale!) per metterli al sicuro da speculazioni di grandi operatori. Oggi la BCE non può ricevere quei titoli debitori direttamente dagli stati, che non possono approvvigionarsi di moneta ricevendola in “prestito” (fittizio!) direttamente dalla BCE, procedura che configurerebbe un mercato primario. Vietato! Irrazionalmente vietato! Il Recovery Fund forse indurrebbe a riflettere su questa disfunzionalità del sistema attuale. E a porvi opportuni rimedi. Con qualche ritocco ad un trattato (il TFUE) ed allo statuto della Bce. E con grande beneficio per gli stati tutti dell’eurozona.
Ma perché Kurz non vuole? Forse perché non ha capito. Se invece ha capito, allora la sua posizione rivela che egli è dalla parte delle banche: uno dei loro lobbisti, ben inseriti nelle strutture del potere democratico. Altrimenti (cioè, se egli non dovesse avere neppure questa motivazione, inconfessabile) se ne dovrebbe concludere che egli sia semplicemente uno di quei tizi che saranno stati… concepiti… per via … innaturale. Non volendo ricorrere ad un epiteto scurrile, non troveremmo altro modo per spiegare la stoltezza del modo di pensare di quel giovanottone. Del quale ci importa poco.
Osiamo solo sperare che lobbisti del sistema bancario, ottusi sostenitori del sistema vigente e scarti dell’umana specie non prevalgano nelle decisioni che saranno assunte prossimamente. Altrimenti questa Unione così incompiuta e così mal realizzata nelle istituzioni vigenti non potrà che accrescere la delusione dei veri europeisti e finirà con l’alimentare i consensi dei sovranisti sfascisti, come quel tale Salvini al quale si può solo augurare di sparire dalla scena politica. Purtroppo non è il solo del quale si vorrebbe fare a meno. Anche tra i falsi europeisti, schierati a difesa dello status quo, i quali perseverano nel pretendere un asservimento degli stati mediante il guinzaglio di un debito crescente, ci sono elementi di cui ci si vorrebbe liberare…
Art. 123 della Versione consolidata del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea Comma 1: “Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca Centrale Europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.” Perché? A chi giova? E perché la politica ha accettato di sottoscrivere questa condizione discriminante, penalizzante e, in definitiva, agente come concausa del progressivo indebitamento pubblico?

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