“We’re gonna be okay”, andrà tutto bene

Quando la quarantena ti fa scoprire le serie televisive

 

“We’re gonna be okay, Marvelous Mrs Maisel” La fantastica Sig.ra Maisel non è un libro e neanche un film. È una serie televisiva statunitense ambientata alla fine degli anni ’50, creata da Amy Sherman-Palladino e coniuge per Amazon Studio, gli stessi dei Griffin per intenderci, subissata da elogi e premi, tra cui diversi Golden Globe, Critics’ Choice Awards, Emmy Awards etc… Divertente, ironica, profonda, rivoluzionaria, dirompente, trasgressiva, coloratissima, innovativa, scoppiettante, dalla sceneggiatura geniale al limite del maniacale, magistralmente interpretata, ricca di dialoghi serrati e di personaggi tanto più verosimili quanto più improbabili, costumi e ambienti splendidi, quadro sarcastico e senza veli dell’alta borghesia americana di origine ebraica, del meraviglioso e contraddittorio mondo dell’arte e dello spettacolo, denso di bellezza, fascino, sofferenze, censure, cotillons e falsità.

Ho divorato tre stagioni e aspetto fremente la quarta: e per me, che non amo le serie tv, è già straniante. Mi diverte anche il modo grazie a cui ne sono venuta a conoscenza: la serie, tra le altre cose, racconta del matrimonio finito tra Midge e Joel, che hanno la capacità di restare uniti nonostante il divorzio e la carriera di Midge, un’unione che perdurerà sempre e nonostante tutto, in modo avveniristico, profondamente rispettoso delle identità di ognuno, persino divertente, seppure senza mai nascondere contraddizioni, stravolgimenti, dolori, conflitti più o meno latenti, nostalgia e sensi di colpa. In tempi di socialità virtuale, è bastato un suggerimento del mio ex marito (so che non ami le serie tv, ma sono certo che questa l’adorerai) dentro una chat di gruppo che dovrebbe chiamarsi Famiglia e che invece prende il nome di Dehihoho, come voluto da mio figlio emulando un suo verso da piccolo, ed eccomi qui a parlare di Midge, una perfetta casalinga che a seguito di una spettabile vita coniugale infranta da un tradimento inaspettato, diventa non senza difficoltà una comica di successo: ritrovare nella serie, neanche tanto sottaciuti, elementi così spesso dimenticati nella vita di ognuno di noi, come l’empatia, l’affetto profondo e il rispetto, mi è sembrato in sinergia con il nostro Dehihoho, un verso che auguro a tutti, perché non c’è nulla di più sano che rispettare e amare la vita che abbiamo vissuto e farlo anche negli stravolgimenti, e con lei ciò che ci è stato e per sempre rimane prezioso, che mai dovremmo permettere venga scalfito.

E’ solo percorrendo questa strada che possiamo trovare noi stessi e la nostra cifra, senza frustrazioni e conflitti. Vederla mi ha ricordato questo, ma anche quanto può essere dissacrante la comicità se diventa arte, quanto può essere difficile per una donna emergere, quanto può essere importante avere uno sguardo curioso e divergente sul mondo, quanto sia difficile conciliare la propria essenza con le proprie responsabilità, quanto provare a farlo trasformi, talora impropriamente, noi donne in eroine dolenti e divertenti al contempo. Ed è questo che Midge, complessa, conflittuale e affascinante protagonista della serie, modellata splendidamente dalla costumista Donna Zakowska sui miti degli anni ’50 come Grace Kelly e Audrey Hepburn, è: un’eroina, un autentico esempio di emancipazione femminile con i suoi dialoghi dal ritmo esilarante e la sua gioia di vivere, le sue asprezze e le sue ingenuità, le sue contraddizioni e il suo egoismo, le sue ferite e il suo riscatto.

Suo alter ego, anche nell’esplicitazione del rifiuto di tutto ciò che una donna dovrebbe rappresentare nel perbenismo imperante degli anni ’50, la fantastica Sig.na Myerson, l’improbabile, graffiante, accudente, amata e inaffidabile Susie, insostituibile manager di Midge. Il tutto, dentro il vortice rocambolesco di una vita colorata e inusuale, tra liti in una famiglia stravagante e meravigliosa, dove genitori e suoceri già da soli sono uno spettacolo divertente e mai banale, serate al Gaslight, dove Midge si esibisce, locale realmente frequentato tra gli altri dal leggendario Jimi Hendrix, pranzi al Kettle of Fish, bar davvero esistito e famoso per aver ospitato personaggi e musicisti del calibro di Bob Dylan, notti passate in cella con Lenny Bruce, comico dall’ironia sardonica e libera, realmente finito più volte in carcere con l’accusa di oscenità in pubblico, in un’epoca in cui, ricordiamolo, la libertà di espressione era semplice ideologia; e ancora, sopra un palcoscenico che sembra essere la rappresentazione dell’ottimismo sgargiante e illusorio del II dopoguerra, seppure non eluda, anzi le rappresenti, le discriminazioni razziali, gli orientamenti sessuali divergenti nascosti e aspramente perseguiti, il linguaggio volutamente volgare e rivoluzionario, ripetutamente attaccato da una società americana tanto apparentemente libera e aperta nella forma, quanto in realtà ipocrita e moralista nella sostanza.

E ancora, la capacità di rappresentare le contraddizioni senza trasformarle in dramma, ma piuttosto come elemento connaturato nella vita umana e per questo da affrontare con grinta, leggerezza e ironia. Cast stellare, non tanto e non solo per i nomi, ma per la recitazione magistrale di tutti e la capacità di rendere ogni personaggio fedele a se stesso, nella sapiente rappresentazione talora volutamente macchiettistica che nulla toglie alla profonda autenticità del suo essere e del suo sentire. Insomma, la saga di Midge la fantastica, infatti c’è da chiedersi da quale iperuranio venga, è davvero da non perdere; meravigliosa, dissacrante e profetica se, sessant’anni prima del Covid e degli hashtag, riesce perfino a chiudere la terza stagione pronunciando in modo grave e ottimista assieme la frase “We’re gonna be okay”, andrà tutto bene, mentre abbraccia la sua manager Susie. “We’re gonna be okay”, parola di Dehihoho.

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