Oggi si festeggia la Liberazione. Il settantacinquesimo anniversario della Liberazione. E checché se ne dica, o – quanto meno – si provi a dire, è e rappresenta una festa di tutti e per tutti, persino per i negazionisti in servizio permanente effettivo.
Però riconosco che, in tempi d’emergenza estrema, causa pandemia da Coronavirus, la ricorrenza assume un altro significato perché ovviamente la liberazione che tutti quanti all’unisono vorremmo e alla quale auspicheremmo è assolutamente quella da questo demone invisibile e micidiale che ha messo in ginocchio tutti. Dai ricchi ai poveri, dagli Appennini alle Ande, dai comunisti ai conservatori, dagli atei ai religiosi. Ha praticamente e democraticamente calato la sua silenziosa mannaia sulle spalle di tutti, senza alcuna distinzione.
E quindi ciò premesso, ogni altro discorso sulla Liberazione dal regime fascista in generale lascia spazio alla Liberazione da questo nuovo, feroce e determinato regime dittatoriale, che per il momento la sta avendo vinta di brutto. E quindi vorrei soffermarmi, anche solo per spirito d’italianità, su un episodio che in quanto a crisi generale poteva dire la sua e alla fine riuscì a dirla. Nel senso che come spesso capita, lo sport si fece palestra di vita e seppe ridare un briciolo di dignità ad un Paese ferito.
Mi sto riferendo a quando, a seguito del disastroso coinvolgimento fascista nella Seconda Guerra Mondiale, alla fine del conflitto bellico, come ai cittadini era impedito di recarsi all’estero, se non con motivazioni accertate e dimostrate (e qui si evince che i ricorsi storici spesso si ripropongono), alla stessa maniera agli atleti italiani era impedito di gareggiare all’estero onde evitare le sanzioni internazionali. E per un certo periodo solo la Svizzera, che aveva mantenuto lo stato di neutralità, poteva accogliere gli azzurri e le azzurre dello sport.
Fu così che nel 1946 a Fausto Coppi e Gino Bartali (per i più giovani, erano allora per il ciclismo ciò che sono oggi Cristiano Ronaldo e Messi per il calcio) si presentò l’opportunità di esaltare il tricolore oltre confine. E i due campionissimi non si fecero scappare quell’occasione per ridare voce e testimonianza dell’identità coraggiosa di un popolo che si stava rimettendo faticosamente in piedi. E l’unico modo che conoscevano per poterlo fare era marchiare a fuoco indelebile il loro indiscutibile talento in sella alla bicicletta, che faceva da insegna all’indomito genio e all’innata creatività che gli italiani sanno tirar fuori ogni volta che si sentono con l’acqua alla gola.
A Zurigo era infatti in programma una classica del ciclismo, l’unica corsa che si era disputata anche durante la guerra. Però i due nostri atleti di punta durante il periodo bellico erano giocoforza coinvolti nel conflitto: Coppi era prigioniero in Africa e Bartali si affannava a sottrarre quanti più ebrei potesse all’Olocausto. Quindi fu solo dopo la fine della guerra, in quella gara che si teneva in terra svizzera, che poterono finalmente tornare a fare quello per cui si erano distinti agli occhi del mondo. Notoriamente non si amavano, erano troppo forti e troppo rivali per poter anche solo pensare ad una sorta di alleanza. Però quel giorno di primavera del ’46 accadde una cosa che segnò il tempo e scrisse un destino.
Su quelle strade di Zurigo infatti, i due nostri maggiori simboli sportivi si accorsero che, assiepati nelle siepi che cingevano tutto il percorso della gara, vi erano, laceri e umiliati dalla miseria, migliaia di connazionali che clandestinamente erano fuggiti in Svizzera per scappare dalla fame e dalle reprimende. E intuirono, Coppi e Bartali, che per quella povera gente italiana, persino una corsa ciclistica rappresentava un momento di dignità ritrovata.
E allora accadde quello che non era mai accaduto, quello che sembrava impossibile, e cioè che per una volta i due litiganti deposero le armi. Ma anzi sommarono le forze con un piano comune. Si resero conto che se davano potenti strappi alla corsa, in pochi tra i corridori presenti sarebbero riusciti a starvi dietro, così decisero di scattare a turno, e uno dopo l’altro seminarono per strada i belgi, i francesi, gli olandesi. Se tirava Coppi, solo Bartali riusciva a stargli a ruota, e viceversa se tirava Bartali e si voltava, solo il rivale di sempre riusciva a scorgere ancora incollato alla sua ruota. E gli immigrati d’Italia, commossi e festanti, trasformarono la loro cavalcata in una parata trionfale. In nome di un amor patrio che ancor oggi non tutti sembrano possedere. Naturalmente, Bartali era sempre Bartali e Coppi era sempre Coppi, sicché, una volta rimasti da soli in vista del rettilineo d’arrivo, ripresero a sgomitare per vincere, senza farsi sconti. La spuntò Gino, il toscanaccio, e Fausto si accontentò della piazza d’onore. Fu la prima vittoria di un italiano all’estero dopo la Liberazione, e oggi, 25 aprile, ho voluto raccontare questa antica storia perché anche questa volta è nobile il messaggio che arriva da un semplice episodio agonistico. E cioè che ripartire si può. Tutti assieme. E presto avremo la nostra Liberazione. La nostra rivincita. Il nostro secondo dopoguerra!

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