Debito e morale. MES ed Eurobond. Risorse (esistenti o da creare) e condizioni di accesso

Questioni da dirimere e paradigmi da rivedere

 

MES. Bene ha fatto Conte a rispondere picche ai suoi omologhi che gli suggerivano di procurarsi risorse ricorrendo ai fondi del MES alle condizioni previste. Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità o Salvastati) è stato costituito con contributi che anche l’Italia ha versato. Il Fondo può mettere a disposizione degli stati in difficoltà prestiti consistenti, potendo contare su un capitale di 700 miliardi di euro. L’Italia contribuisce per il 17,9 % ovvero per 125 miliardi: in parte con una somma realmente versata (14 miliardi) e per il resto con la sottoscrizione di un ulteriore debito (nostro!), il cui corrispettivo è confluito nella disponibilità complessiva del MES. Ma anche la somma versata non era certo costituita da risparmi disponibili come tali, ma da miliardi che abbiamo preso in prestito a tasso di mercato aggravato dallo spread. Dunque abbiamo pagato e paghiamo già degli interessi sulla quota (17,9%) che abbiamo apportato a quel Fondo. Se ora dovessimo attingere aiuti (in prestito!), accettando di sottostare a tutte le condizioni capestro che vengono imposte (vedasi esperienza greca), finiremmo per pagare una seconda volta un carico di interessi, assumendo, per giunta, degli impegni fortemente vincolanti. Pessimo affare!

È in discussione una revisione delle condizioni di utilizzo del Fondo, ma poiché essa comporta la modifica del trattato istitutivo, ogni variazione al testo originale deve essere approvata in via definitiva dai Parlamenti nazionali. Campa cavallo…! Sarebbe più logico, in un frangente come questa crisi ingravescente per il blocco imposto dal contagio, erogare quegli aiuti senza alcuna condizione o, in alternativa, consentire a ciascuno stato di riavere il proprio contributo, visto che è già prevalsa la linea del “si salvi chi può” in barba ad ogni principio di solidarietà. La battaglia che dovrà sostenere Conte sarà proprio questa: visto che non c’è solidarietà, si cancelli il MES e ciascuno stato riprenda ciò che gli appartiene. Ma il risultato non è a portata di mano: è più facile non tener conto del trattato di Schengen come hanno fatto vari stati (ad esempio, l’Austria di Kurz con una iniziativa unilaterale), ottenendo subito l’effetto della sospensione del trattato stesso. Con il trattato istitutivo del MES la situazione è diversa: possiamo unilateralmente ignorarlo, ma non per questo otterremo indietro il contributo versato. E il processo di revisione potrebbe durare sino alle calende greche. Meglio rassegnarsi a non contare su quelle risorse per chissà quanto tempo. Conte lo ha fatto capire.

Un nuovo quantitative easing (“alleggerimento quantitativo”, una delle modalità non convenzionali con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di uno Stato, per aumentare la moneta in circolazione, ndr) è stato annunciato dalla BCE, ma dalla Lagarde non c’è da aspettarsi molto e probabilmente l’intervento sarà di scarsa entità rispetto all’annuncio (che doveva anche far dimenticare una clamorosa gaffe o una cinica sincerità). E in ogni caso ogni emissione monetaria comporta (attualmente!) un trasferimento di risorse di nuova creazione alle banche (a costo zero). Buon per noi, se quelle risorse vengono spese per rastrellare (sul mercato secondario!) titoli del debito pubblico, che vengono così sottratti a manovre speculative. Ma non si va al di là di questo modesto risultato, che pure è positivo. Quelle risorse non entrano facilmente in circolo nell’economia reale e non vengono messe a disposizione degli stati, a costo zero, pur trattandosi di moneta avente valore solo grazie alla legge degli stati. Per averla, questi sono però costretti ad emettere titoli di debito, cioè ad indebitarsi (a tasso di mercato, gravato da un differenziale o spread) nei confronti delle banche che l’hanno avuta a costo zero. Insomma, non è un buon affare. Se oggi lo Stato ha bisogno di risorse aggiuntive per potenziare la sanità, per sfamare i cittadini più poveri, per pagare stipendi a chi non può lavorare a causa del contagio, per fronteggiare i costi della crisi ingravescente… deve necessariamente accrescere il suo debito. E questo accade perché gli stati possono solo emettere titoli di debito; non moneta attraverso un Istituto di Emissione pubblico (in cui potrebbe o dovrebbe essere trasformata senza esitazione, ma tra mille prevedibili resistenze, l’attuale BCE).

Domanda: questo sistema assurdo è immutabile come la legge di gravitazione universale? O l’attuale penuria di risorse dovrebbe aguzzare l’ingegno dei nostri politici?

Gli eurobond costituirebbero debito pubblico europeo assunto comunitariamente per rastrellare sui mercati (in prestito!) risorse economiche da utilizzare per le politiche sociali dei vari stati in tempi di crisi da coronavirus e, cioè, in tempi di disoccupazione dilagante. Essi avrebbero certamente dei costi (interessi) meno alti dei titoli di debito di paesi fortemente indebitati come il nostro. Sui nostri titoli grava infatti uno spread, cioè un differenziale aggiuntivo, che con 200 punti (tanto per fare un esempio del peso che aggiunge a ciò che ci tocca pagare) equivale a 2% in più di interessi rispetto ai BUND decennali tedeschi.

Gli eurobond avrebbero un tasso di rendimento (cioè pagherebbero un interesse) medio e quindi rappresenterebbero un costo del denaro più alto per tedeschi e paesi nordici; meno alto per noi ed altri paesi molto indebitati. Certamente non conviene ai tedeschi, agli olandesi (e ad altri loro partner baltici della nuova lega anseatica) ricorrere agli eurobond o coronabond per acquisire moneta, visto che possono averla, operando da soli, a tassi meno esosi. Da un punto di vista economico questo discorso non fa una grinza. Da un punto di vista politico però è la negazione della logica comunitaria. O la negazione di ogni solidarietà. Ma agli europei nordici o nordisti la cosa non importa. Più dell’Europa hanno a cuore i loro interessi. Ci guardano con disprezzo e ci considerano immorali e spendaccioni poiché siamo più indebitati di loro. In lingua tedesca e olandese debito e colpa corrispondono ad un unico vocabolo: schuld.

Domanda: è più immorale non tenere in nessun conto la logica della solidarietà (come fanno loro) o essere disposti (come noi) a fare altro debito per fronteggiare la crisi con politiche sociali? Non è più immorale badare solo all’interesse particolare, piuttosto che affrontare la crisi attuale cercando di procurare risorse per tutti anche a costo di contrarre un debito comune con una comune emissione di eurobond? Non si tratterebbe di condividere i debiti pregressi ma di affrontare in modo unitario (con debiti nuovi da contrarre insieme) la crisi presente. Giudichi il lettore.

È più immorale rischiare di compromettere definitivamente questa Unione (anche se mal realizzata e da correggere) o cercare di salvarla, dimostrando che vale la pena di restare uniti di fronte ad una emergenza comune? O forse la moralità si misura dall’importanza che si attribuisce all’interesse economico, all’utile, al particulare? Può darsi che per i nordisti valga questo criterio, ma allora essi dovrebbero dire apertamente che non hanno interesse a mantenere in vita l’Unione. E a noi non resterà che tenerne conto. Non sarebbe una italexit. Piuttosto, forse, una secessione incruenta. E l’inizio di un successivo percorso unitario, da rinnovare evitando gli errori di prima.

Loro resteranno a bearsi dei loro successi economici, convinti di poter additare in essi un segno tangibile della presenza di Dio al loro fianco; noi rimarremo in disparte, ultimi tra gli ultimi e solidali con gli altri paesi poveri, beatamente convinti di essere prediletti da quell’Uomo-Dio che pronunciò il famoso discorso della montagna. E l’Europa potrà tornare a ridursi ad una mera espressione geografica, in cerca di una nuova struttura unitaria.

Ed anche il trionfo della stoltezza. Perché questo balzo indietro potrebbe essere evitato, se gli arcigni leader teutonici ed anseatici sostenitori dello status quo e cioè di una Unione finta o di facciata (dove ogni paese cura i cavoli propri) si rendessero minimamente conto che basterebbe nazionalizzate le banche centrali (oggi nazionali solo di nome) e trasformare la BCE in Istituto Centrale di Emissione, realmente pubblico, per far sì che moneta di nuova emissione possa essere consegnata, a costo zero agli Stati, in rapporto alla loro consistenza demografica. Basterebbe un pacchetto di incisive riforme, da varare a spron battuto, sotto la sollecitazione della catastrofe attuale, paragonabile ad un conflitto che impone una ricostruzione. Se non lo capiranno, forse dovranno mangiarsi le mani o usarle per picchiarsi il petto per omnia saecula saeculorum.

Ma forse i leader dei paesi nordici non sono statisti ma banchieri travestiti da politici o, in certi casi, piccoli ma boriosi servitorelli di una casta di cardinali del dio quattrino. I nostri leader sono più umani. Nonostante siano così sprovveduti da non rendersi ancora conto che sarebbe molto meglio chiedere o pretendere il passaggio ad una emissione monetaria a valore pieno piuttosto che pietire l’emissione di eurobond (cioè di debiti comuni) che comportino il pagamento di un interesse ridotto ma, comunque, un asservimento inesorabile e progressivo ad un sistema bancario privato.

Da leggere

Nuove e vecchie cattedrali nel deserto

Sulla costruzione del ponte sullo stretto è stata aperta una grande campagna pubblicitaria (lautamente pagata). …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti