LA PARTITA DELLA VITA

Alla fine si è arreso anche il Re Denaro

 

Da venerdì 13 marzo, per la prima volta a memoria d’uomo in tempo di pace (persino durante la seconda guerra mondiale alcune gare di ciclismo, come il nostro Giro d’Italia, non furono sospese, ma – anzi – furono considerate come un simbolo per la rinascita del Paese), il grande spettacolo dello sport si è fermato in tutto il mondo per prevenire il contagio del coronavirus. E non si sa ancora fino a quando. È persino inutile e sciocco limitarci a parlare solo del nostro “piccolo” mondo sportivo, quello cioè inerente alla nostra provincia, quando siamo di fronte ad un pericolo che sta finendo per minacciare il mondo intero. Il virus dilaga ed è terribilmente democratico. Dalla Formula Uno, all’Nba, fino al sacro pallone, come tessere di un domino improvviso e (purtroppo) inarrestabile, cadono tutte le discipline, anche le più ricche e coccolate. Stop a tennis, basket, volley, sci, atletica. Saltano le grandi classiche del ciclismo e persino il Giro d’Italia, la nostra manifestazione sportiva più popolare e antica, è costretto a scendere di sella e ad annunciare un rinvio a data da destinarsi. Sospesa la Champion’s League, l’Europeo di calcio è a rischio e le Olimpiadi si vedrà. Anche il viaggio della torcia olimpica, infatti, che nei millenni è stato sempre (e giustamente) considerato un romantico e solido cordone che collegava il mondo in un solo abbraccio e che aveva lo scopo di “accompagnare” brevimano la torcia da una sede olimpica all’altra, quest’anno è stato mestamente e tristemente fermato. Il Coronavirus si è dimostrato più forte e più potente di ogni guerra. Il segno di speranza e difatti durato un solo giorno, perché a 19 settimane dai Giochi di Tokyo, il viaggio della torcia olimpica si è fermato. Tra l’altro quest’anno la staffetta era stata aperta giovedì scorso da Olimpia, per la prima volta, da una tedofora, la 23enne campionessa olimpica greca di tiro a segno Anna Korakaki. Ma in seguito a un flusso troppo consistente di persone presenti durante il passaggio della fiamma a Sparta, il Comitato olimpico greco ha giocoforza dovuto prendere la decisione di stoppare la staffetta. Una decisione presa in accordo con il Ministero della Salute e il Comitato olimpico internazionale. Il CONI ha però garantito che la fiaccola sarà comunque consegnata alla delegazione giapponese, con una cerimonia in assenza di pubblico. Lo sport si è dunque arreso!

Ma del resto la salute è una priorità, per tutti, quindi riteniamo che non ci sono –tutt’ora – altre opzioni di scelta. Ci troviamo a fare i conti con una pandemia, una situazione che nessuno di noi aveva mai vissuto fino ad oggi. Il bollettino dei morti in Italia è terribile e la priorità è ovviamente concentrarsi su questa lotta, tutto il resto non conta. Ci sono disposizioni ben precise e vanno eseguite. Da tutti. Sia che ci chiamiamo Carletto Rossi e dovevamo giocare la nostra partita di calcetto il mercoledì sera coi colleghi, sia se siamo Cristiano Ronaldo e dobbiamo contenderci l’Europeo e la Champion’s League. Siamo per una volta stranamente e veramente nella stessa medesima situazione. Bisogna rispettare sé stessi, gli altri e le persone che sono al fronte in questa guerra, come medici, infermieri e volontari. Loro si che sono i veri eroi, che ce la mettono tutta giorno e notte per curare i malati col rischio di ammalarsi a loro volta. L’unica arena dove si può fare dell’attività fisica, agonistica o amatoriale, è quindi il salotto di casa. Che piaccia o no. Nella vita ci sono cose più importanti di una partita di calcio, e noi tutti fingevamo di saperlo, ma ora lo stiamo sperimentando nei fatti, sulla nostra pelle, con sgomento e tristezza. Ci stiamo quindi giocando la partita della vita! Ed è oramai inutile domandarsi (e credo che lo abbiamo fatto tutti almeno una volta) per quale strana ragione un demone invisibile sfuggito al suo inferno in un mercato delle carni di Wuhan, dopo aver devastato l’Oriente, abbia trovato conveniente mettere radici nel nostro Nord industriale trasformando il nostro Paese nell’epicentro (provvisorio) dell’epidemia. Ormai non serve più a niente chiederselo. Dobbiamo tutti obbligatoriamente scendere in campo per giocarci la partita più importante, quella senza appello. Perché l’avversario è rapido, sfuggente, infingardo, micidiale. E noi ci troviamo per ora in svantaggio e impegnati in una difesa estrema. E limitarci a dire che prima o poi finirà non basta. Non basta più. Equivarrebbe ad attendere passivamente il novantesimo per fare la conta dei gol subiti. No, bisogna invece organizzare la ripartenza, agire da squadra, e pensare a questi giorni bui come ad un intervallo. E quindi bisogna prepararsi a rimontare e vincere nel secondo tempo, o anche ai supplementari se serve, dando così un senso a tanta sofferenza e a tanti sacrifici. Cercando non solo di essere responsabili, ma di redarguire duramente chi ancora si ostina a non farlo. Non dobbiamo più commettere errori, perché se ancora non lo si fosse capito, prima si finisce e prima si ricomincia. Ma niente sarà a costo zero.

Si dice che lo sport sia una metafora della vita. È un’esagerazione, perché in realtà la vita ha percorsi ben più maestosi e drammatici. Ma quando il sentiero dello sport incrocia la strada maestra della storia, produce un effetto rivelatore. Il dramma planetario consumato nel segreto delle case e degli ospedali trova la sua rappresentazione pubblica più iconica e raggelante negli stadi vuoti, nel silenzio delle arene, nella sospensione fisica e televisiva di ogni passione giocosa e ludica. Ha quindi ancora senso parlare di sport in questi giorni? La risposta a questa domanda ce la dà Michela Moioli, 24 anni, di Alzano Lombardo. Lei viene da quella che in questo momento è la zona più rossa del mondo, la bergamasca, e domenica scorsa ha portato a casa la sua terza coppa del Mondo nello snowboard cross. Ha dedicato il trionfo a suo nonno, che sta lottando contro il coronavirus, e al cancelletto, prima di affrontare l’ultima vertiginosa discesa, ha lanciato un urlo di guerra: «Forza Italia!». E ha vinto. Non è Enrico toti, è solamente una ragazzona con gli occhi azzurri e il sorriso aperto. Suggerisce qualcosa? Ha ancora senso quindi parlare di sport? A nostro avviso la sua vittoria è un inno alla speranza. E quest’inno proviene proprio da quella parte d’Italia dove le sirene delle ambulanze e le campane a lutto sono diventate la triste e insopportabile colonna sonora nello spettrale silenzio delle strade deserte. Lo stillicidio dei morti non dà tregua, gli ospedali sono al collasso e seppur da quella zona nascono notoriamente persone toste, abituate a tutto, con la testa dura e le braccia forti, adesso sono moralmente al tappeto. Michela viene da Busa di Nase, minuscola frazione di Alzano Lombardo, uno dei comuni più colpiti da questo flagello invisibile. Eppure Michela Moioli domenica sorrideva, e quel messaggio (subito diventato virale) è importante proprio per questo. Perché regala a tutti noi, non solo alla sua gente, la speranza di riuscire presto a vedere la luce in fondo a questo maledetto tunnel. E il primo spicchio di questa luce, stavolta, ce lo ha mandato una giovane sportiva. Perché lo sport – lo sappiamo – è sempre stato una grande medicina. Non dimentichiamolo mai.

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