Riviera Dionisio il Grande o via Arsenale (via assenali) che costeggia la parte est della borgata con diversi accessi al mare, è stata il luogo di ritrovo di tutti noi ragazzi che abitavamo le case ad essa prospicienti. Due ponticelli, uno in corrispondenza della radice del molo di ponente del porto piccolo e un altro sotto il palazzo Attanasio, permettevano il passaggio sotto il rilevato della ferrovia per raggiungere la piazza di ritrovo dei picciotti di Santa Lucia.
Tra le due fazioni non correvano buoni rapporti. I contrasti si risolvevano concordando il luogo della disfida dove si schieravano i due gruppi. I due capi fazione si fronteggiavano ognuno con un sasso sulla spalla. Discutevano sul motivo del contrasto per risolvere amichevolmente il problema ma non succedeva quasi mai. Uno dei due faceva cadere il sasso e via giù botte da orbi fin tanto che i capi non decidevano la tregua e il ritiro nel proprio territorio di appartenenza.
Il nostro capo era Sebastiano Quintino (detto Janu Patata); era forte e capace di percorrere circa 50 metri camminando sotto sopra con le braccia. Non ricordo il nome dell’altro capo ma comandava “i basarocchi”.
Ognuno di noi aveva un soprannome: siringhedda, cascitedda, Angiolettu piscialettu, Mariu bumma. Il mio era “pagnotta” per via della costituzione robusta.
Due erano gli spazi dove giocare a palla: “o pezzu laggu” dove ora insiste l’edificio della Buona Fanciulla e “a caccara” in via Iceta, oggi sito archeologico.
La quasi totale assenza di veicoli ci permetteva di giocare a palla sulla strada asfaltata. Due pietre da un lato e due dall’altro costituivano le porte e delimitavano il campo di calcio. La palla inizialmente la costruivano con degli stracci pressati dentro una calza di nylon fin tanto che fece la sua apparizione la palla di gomma bianca.
Con “I carrittula” organizzavamo gare in discesa dai Cappuccini fino alla curva Quadarella.
Riviera Dionisio il Grande era asfaltata come un tappeto di bigliardo. Mia madre mi diceva che nemmeno i cingoli dei carrarmati erano riusciti a scalfirla. Il manto fu distrutto quando si realizzò la rete fognante. Da via Cimone, da via Iceta e dalla discesa Quadarella si poteva accedere alla scogliera.
Molti di noi con la “lenza e u panareddu” andavamo a pescare dopo aver raccolto le esche “i francutuli e i ranituli” quando c’era la bassa marea. La lenza era una snella canna di bambù “a canna miricana” armata con un filo di nylon a cui era attaccato generalmente un terminale costituito da un piombo e un amo. U panareddu era un cestino di canna di forma cilindrica che si comprava dal fruttivendolo con il suo originario contenuto di fragole. Serviva per mettervi dentro il pescato: “iriuli, pisci cavaleri, pittarruna lampini, mazzuna marioli e mazzuna i vaddacchia” erano le catture più frequenti. Si praticava anche la pesca ai cefali “i muletta” usando un’esca costituita da mollica ammorbidita aromatizzata con formaggio. Alla lenza veniva applicato un galleggiante (generalmente n tappo di sughero) che affondava quando il cefalo rimaneva allamato.
La cattura dei granchi “i ranci pilusi” costituiva un altro passatempo. Servivano uno spiedo e un listello di canna. Lo spiedo era costituito da un tondino di ferro lungo circa un metro. Col martello e la lima riuscivamo a creare la punta a lancia. Una bavosa, catturata nelle pozze d’acqua della scogliera, veniva infilzata nella canna e serviva da esca. La maggior parte dei fori della scogliera a fior d’acqua era una tana e bastava che facessimo ondulare ai loro margini la coda della bavosa che il granchio usciva e veniva infilzato dallo spiedo. Ognuno di noi portava una collana di spago mostrando il rostro della chela del granchio più grosso catturato.
Nelle fredde serate d’inverno ci alternavamo a “vanniari u sancunazzu” fuori dalla porta del macellaio Tropiano che ci compensava con fette del suo pepato preparato di sangue di maiale.

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