Lo chiamerò Mario Rossi per proteggere la sua privacy.
Lo raggiungo al telefono. È uno delle centinaia di lavoratori che hanno soggiornato nelle zone dette gialle della Lombardia.
D. Mario ci racconti la sua esperienza?
R. Assieme a decine di colleghi siracusani lavoro alla manutenzione di un cantiere in provincia di Cremona. Personalmente mi capita raramente di dover raggiungere quell’area ma sono stato inviato lì per 15 giorni. Sono rientrato a Siracusa il 29 febbraio. Prima di partire ho informato le autorità sanitarie lombarde e siciliane. Era ancora un momento di grande incertezza. Non sapevano cosa indicare. Dapprima mi avevano detto che avrei fatto meglio a stare in auto isolamento, il giorno dopo invece di tornare alla mia vita ordinaria.
Ieri sera, lunedì, mi hanno informato dalla Lombardia che la persona con cui ho lavorato a più stretto contatto è risultata positiva al Covid19.
Ho tempestivamente contattato l’Asp di Siracusa e ho appena effettuato il tampone buccale.
D. Come sta vivendo questa situazione?
R. Ho moglie e figlio e con loro, dal mio rientro, ho condiviso tempi e spazi. Ho lavorato a contatto con decine di persone. Ho visto amici e parenti, insomma ho fatto una vita normale. Adesso sono un po’ preoccupato non vedo l’ora di conoscere il risultato del tampone.
D. Ha già informato le persone con cui è stato in contatto?
R. Sicuramente. Prima di tutto i miei familiari. Hanno avuto il suggerimento da parte dell’Asp di Siracusa di autoisolarsi in attesa del responso di laboratorio. Nel caso malaugurato in cui dovessi risultare positivo dovrò declinare tutte le persone con le quali ho avuto contatti. In uno scenario da film di fantascienza anche una città di provincia che si sentiva al sicuro da qualsiasi rischio è piombata improvvisamente nella paura del contagio.

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