FALSI INVALIDI: NON UNA STRUTTURA ASSOCIATIVA MA ACCORDI BILATERALI O TRILATERALI TRA GLI INDAGATI

Certificati falsi a prezzi variabili, dai 50 fino ai 500 euro, e anche una busta di ortaggi!

 

C’è una “buona” notizia nell’ambito dell’indagine della Procura di Siracusa sui falsi invalidi e la dà il gip Carmen Scapellato, una notizia che ridimensiona (pur sempre in parte) quanto per lo più narrato nella cronaca dei fatti: il coinvolgimento di più patronati (sebbene quello indagato, per giunta non legalmente riconosciuto, sia uno solo) e accordi corruttivi che è sembrato inficiassero tutto il sistema previdenziale locale.

Secondo la Scapellato non c’è invece tra i sanitari “una struttura associativa dedita stabilmente alla consumazione dei reati di truffa a danno dell’Inps”, un’organizzazione parallela costituita ad hoc, bensì “accordi bilaterali o trilaterali tra gli indagati” compulsati dalla responsabile del patronato che, nel prendere in carico le pratiche di chi a lei si rivolge (un numero elevato di clienti alimentato proprio dai risultati positivi “connessi a modalità illecite e truffaldine”), promette, e spesso ottiene, il raggiungimento dell’obiettivo corrompendo i medici. Alcuni medici.

Una lettura dei fatti tuttavia non condivisa dalla Procura di Siracusa che, per il mancato riconoscimento del reato associativo, ha presentato ricorso chiedendo anche misure cautelari più severe rispetto a quelle decise dal gip.

Come ha precisato il procuratore capo Sabrina Gambino, che ha operato insieme ai sostituti Salvatore Grillo e Tommaso Pagano, si tratta al momento di un “troncone” dell’indagine (41 le pratiche esaminate) ed è certo che, come evidenziato dallo stesso gip, la chiusura delle attività investigative, ormai sufficienti a definire il quadro corruttivo, non ha significato la fine della truffa, il venir meno di un sistema di erogazione dei benefici previdenziali ed assistenziali “compromesso”, per il quale si è appurato che la fase della valutazione medica era “viziata dalle condotte illecite di alcuni sanitari” disponibili a vendere la loro professionalità per denaro o ad abdicare all’esercizio imparziale della loro funzione per favorire parenti, conoscenti, colleghi “a cui non si possono negare favori”.

“La combinazione sinergica di spregiudicatezza, avidità ed ignavia, ha di fatto ingenerato un sistema malato che, per favorire alcuni, drena indebitamente denaro dalle casse pubbliche” ha scritto la Scapellato nella sua ordinanza.

Ma il sistema non era tutto “malato”, e gli ostacoli ai tentativi di corruzione ci sono stati.

È accaduto infatti che non si riuscisse a soddisfare le esigenze del cliente (sebbene poi ci si riprovasse riattivando la richiesta in un secondo momento) e che venissero restituiti i soldi della mancata corruzione (un “punto d’onore” per il sedicente patronato!) cercando in qualche modo di superare anche le resistenze del medico, non intenzionato a restituire quanto incassato, che pretendeva comunque “un minimo” per il “favore” reso.

Tra i medici (e crediamo siano i più) ci sono anche quelli che vengono definiti “non avvicinabili”, c’è la commissione rigorosa che non viene meno al giuramento di Ippocrate, che non si fa sedurre da facili, e abbietti, guadagni. Prezzi in genere variabili quelli delle false certificazioni: dai 50 fino ai 500 euro, con un medico a tariffa pressoché fissa (200 euro) e con regalie che sono consistite in presunti viaggi all’estero (ma è uno solo quello indicato), profumi o, addirittura, “una busta di ortaggi”!

I REATI

Diversa la fattispecie dei reati prospettati.

Gli “atti contrari ai doveri d’ufficio” vedono la redazione di certificati con l’indicazione di una data diversa dal vero e della presenza in commissione di soggetti in realtà assenti; la comunicazione di dati riservati a soggetti non autorizzati a riceverli e secondo modalità non conformi ai regolamenti; la mancata astensione di medici dell’Asp o dell’Inps dalla commissione esaminatrice nei casi in cui avevano già preso in carico la pratica del paziente prima della visita di verifica, oppure nei casi in cui avevano esaminato in via preliminare la completezza e l’adeguatezza della documentazione a supporto della richiesta non evitando, tra l’altro, di suggerire eventuali modifiche o integrazioni, violando in tal modo il dovere di imparzialità sancito dall’art 97 della Costituzione e recepito in tutti i regolamenti che disciplinano il comportamento dei dipendenti pubblici.

Quindi rivelazione di segreti d’ufficio, falso ideologico, abuso d’ufficio e “falso in atto pubblico” con l’aggravante della natura fidefacente dell’atto. Si registrano esami diagnostici mai eseguiti o attribuiti ad altri del tutto estranei alla vicenda (un medico di Ragusa), si accertano patologie inesistenti o in contrasto con esami oggettivi, si esprime il giudizio finale nell’ambito di un organismo collegiale che si riduce a un solo medico essendo gli altri due assenti.

Si dà anche il caso di un falso materiale in atto pubblico da parte di un soggetto privato, un medico già in pensione nel 2016 che rilascia un certificato, e si falsificano i certificati con un copia incolla tra diversi pazienti.

Provato dalle intercettazioni telefoniche e ambientali (telecamere installate in due locali dell’Asp e dell’Inps, conversazioni registrate di alcune utenze telefoniche e nell’automobile della responsabile del patronato), senza ombra di dubbio, il reato di corruzione.

Per lo più la consegna della somma in contanti viene ripresa dalle telecamere o si apprende dalle intercettazioni il nome dei medici a libro paga, altre volte il prezzo della corruzione è dato dal prendersi in carico pratiche pensionistiche di parenti e amici del collega o di qualche impiegato.

Reati dunque che concretizzano di fatto la truffa ai danni dell’Inps per ottenere pensioni di invalidità o indennità di accompagnamento non dovute o anche eccedenti rispetto alla reale percentuale di invalidità.

Ma non viene riconosciuta dal gip Scapellato la truffa, in assenza di un “esborso di natura economica in capo al soggetto passivo truffato”, nel caso in cui tutta l’attività illecita è finalizzata ad ottenere una percentuale di invalidità più alta per “salire” in qualche graduatoria per esempio del MIUR: è il caso di una signora che favorisce con queste modalità il figlio che avvalendosi della legge 104, per accudire la madre bisognosa, riesce ad ottenere il trasferimento da Roma.

LE MISURE CAUTELARI

È sul fronte delle misure cautelari che si registra lo “scontro” tra l’ufficio del pubblico ministero e quello del giudice delle indagini preliminari. Da una parte la richiesta dei pm per 8 indagati di traduzione in carcere, per altri 8 di arresti domiciliari e per altri ancora di obbligo di dimora oltre alla sospensione dell’attività medica, dall’altra la decisione del gip di disporre, oltre al sequestro per equivalente di conti correnti o di beni degli indagati per complessivi 600mila euro, gli arresti domiciliari solo per le due persone dal quadro indiziario più pesante, dell’obbligo di dimora per altri due indagati e del divieto temporaneo di svolgere la professione per 5 medici.

Nessuna misura cautelare per gli altri.

Una scelta, quella del gip, in netto contrasto anche con il sentire comune manifestato, oltre che sui social, nel corso di alcune trasmissioni televisive, che hanno posto all’attenzione nazionale il caso Siracusa, in cui si è sentito evocare l’assoluta necessità della galera per tutti, punizioni esemplari e la definitiva cancellazione per i medici dall’ordine di appartenenza.

Forse anche in previsione del clamore mediatico, e certamente per le richieste della stessa Procura, la dottoressa Carmen Scapellato ha precisato con attenzione i principi che hanno dettato la sua decisione: quelli di adeguatezza e di proporzionalità “nel rispetto per la libertà personale che impone di limitarla sempre nel modo meno gravoso possibile e con uno sguardo fisso sul futuro per evitare di creare danni ineliminabili”.

Il gip, ha precisato la Scapellato, nel decidere sulle esigenze cautelari deve operare per prima cosa sulla base della reale sussistenza di concretezza e attualità dei reati, in questa vicenda accertata.

La concretezza del pericolo di reiterazione è data dalla ripetitività delle condotte, dal reiterarsi dello stesso schema di azioni nel commettere i reati, dalla bramosia di acquisizione di un guadagno economico attraverso le condotte illecite, dal cercare l’occasione per commettere reati; l’attualità dal fatto che “non può ritenersi che gli indagati abbiano cessato le loro condotte delittuose” nonostante sia decorso un significativo lasso di tempo dalla commissione degli illeciti a causa della natura e complessità delle indagini, per lo più basate su intercettazioni, e della difficoltà di valutare un’ingentissima mole di informazioni.

Una volta esaminata con rigore la responsabilità individuale di ogni indagato, e non sempre la valutazione del gip è coincisa con quella della Procura, la Scapellato è pervenuta a queste conclusioni:

“Il pm ha chiesto per molti indagati la custodia cautelare in carcere ma la carcerazione preventiva è connotata dal legislatore come ultimo ed estremo rimedio per la tutela delle esigenze cautelari. Invece l’adozione di misure cumulative o di misure interdittive spesso rappresenta uno strumento duttile (anche molto pervasivo e limitativo delle libertà personali) per adeguare la cautela al caso singolo e per stimolare un ravvedimento operoso degli interessati.

Nella scelta delle misure si è dunque ritenuto di applicare quelle custodiali, sia pure nella forma degli arresti domiciliari, per gli indagati il cui profilo soggettivo ha messo in luce una più spiccata capacità criminale, e quelle interdittive per gli indagati che svolgono la professione medica in relazione ai quali la sospensione dell’esercizio della professione e delle conseguenti funzioni pubbliche è apparsa misura adeguata al contenimento della spinta criminosa”.

Questo in attesa del processo.

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