CATACOMBE DI MANOMOZZA: ABUSI CONTINUI

Guarino: “Non vedo vie d’uscita. Ma pago errori non miei. Mai annullati i permessi, mai ordini di demolizione dal Comune”

 

Continua la dolorosa vicenda di Carmelo Guarino, al centro di una ragnatela di errori ed equivoci – più che inspiegabili da ritenersi ingiustificabili – che ormai sembra soffocarlo.

Proprietario di fatto dello Sport Center Priolo, un impianto sportivo regolarmente costruito a fianco del PalaEnichem, in un’area su cui gravano diversi vincoli, come abbiamo raccontato nei due articoli di novembre e dicembre, è ridotto sul lastrico: debiti in banca, beni pignorati, casa venduta.

“Non so più cosa fare. A chi rivolgermi. Sempre più spesso la disperazione è tale che penso all’unica alternativa per me possibile: tirarmi fuori per sempre da una vicenda che non sono in grado di gestire. Cosa potrei fare a 62 anni? Da dove ricominciare? Non riesco neanche più a guardare negli occhi i miei figli: quale futuro gli sto lasciando? E cosa dire a mia moglie, a mio cognato, che ho portato a fondo con me?”

La mano passa sugli occhi che tornano a fissarti, come se fossi tu a poter sciogliere la sua angoscia, rossi e gonfi di lacrime.

La domanda che continua a porre a se stesso, e alle persone da cui cerca aiuto, è perché l’amministrazione comunale di Priolo, i funzionari non gli hanno detto che su quell’area non si poteva costruire, perché gli sono state rilasciate regolari concessioni edilizie e certificati di agibilità se si sapeva dei vincoli.

“Dicono di non essere stati a conoscenza del decreto del 1958 che sottoponeva l’intera area, parte di un antico feudo del conte Corrado Moncada come solo ora ho appreso, a vincolo archeologico: “con efficacia anche nei confronti di ogni successivo proprietario, possessore e detentore a qualsiasi titolo”, così è scritto. Un decreto regolarmente trascritto nei Registri Immobiliari dal 1966.

Mi è stato spiegato solo da pochissimo tempo che l’area in cui mi è stato consentito di realizzare il centro sportivo deriva da una serie di frazionamenti della originaria particella catastale n.17, quella sottoposta a vincolo per la presenza di antichissimi resti di un acquedotto romano e sepolture di un abitato bizantino. Certo sapevo che quella era l’area delle catacombe di Manomozza ma non l’esatta estensione del vincolo, anche perché non sono della zona.

Lì era stato costruito il PalaEnichem negli anni ‘80, ancor prima nel ’60 le case Sincat, la chiesa e una scuola. Mi è stato detto che in realtà i reperti si trovano nella zona sud della particella, che la Sincat ha costruito perché a 500 mt da essi e con il permesso della Soprintendenza, non sappiamo se per il PalaEnichem sia stato tutto in regola ma dovremmo pensare di sì o che proprio da quella struttura derivi tutto il seguito.

Ma comunque, quando ho chiesto al Comune la destinazione d’uso dei terreni, non potevo immaginare tutto questo. E ho ricevuto una regolare autorizzazione per costruire, un’autorizzazione che non è mai stata revocata. Perché il Comune non mi ha mai comunicato di essere abusivo, perché non mi ha mai messo in mora chiedendomi la demolizione del centro? Glielo dico io, le dico quello che mi ha detto un tecnico: l’unica plausibile spiegazione è in un errore, tragico per me. L’aver usato le tavole di piano sbagliate nel rilasciare le certificazioni, le tavole di prg P 1/2 e P 2/2, riprodotte in scala 1:2000, e non quelle giuste, senza fare riferimento né alle tavole P 3/1 e P 3/2 né alle norme tecniche di attuazione che riportano sia il posizionamento che le indicazioni specifiche di Piano per la zona soggetta a vincolo archeologico. Infatti se è vero che la parte a nord della bretella di collegamento tra la strada provinciale e la statale 114 è indicata come FS, cioè destinata ad attrezzature sportive, non è stato però specificato che per realizzare tali costruzioni era indispensabile acquisire prima il parere positivo della Soprintendenza.

Ecco perché i miei certificati di destinazione urbanistica risultano di fatto “liberi” da ogni vincolo”.

Storia un po’ contorta quella degli strumenti urbanistici di Priolo, di un Comune costituito nel 1979 grazie alla cessioni di frazioni di territorio da parte dei limitrofi Melilli (San Focà) e Siracusa nei cui prg l’area archeologica era indicata. E infatti nell’elenco dei beni culturali, architettonici e archeologici, redatto al momento della cessione delle frazioni, le Catacombe di Manomozza risultano. Nello stesso primo piano regolatore del neonato Comune di Priolo, quello del 1985 redatto dall’architetto Alberto Agnello, i vincoli sull’area sono indicati dettagliatamente nelle tavole. Viene esplicitamente indicato il Parco Archeologico di Manomozza che si estende dalle case Montedison al Vallone Mostringiano fino alla strada provinciale Priolo-Floridia e si chiarisce che nella zona l’Amministrazione Comunale dovrà realizzare un parco da sottoporre per approvazione alla Soprintendenza di Siracusa.

Tutto quindi avrebbe dovuto sempre passare dal vaglio della Soprintendenza, anche il traliccio della Terna, anche la bretella che intercettava la strada regia tra le catacombe e l’antica basilica di san Focà. Oggi sarebbe interessante sapere (e lo chiederemo) se la caserma dei vigili del fuoco che si sta costruendo sempre nella stessa particella – sebbene sicuramente ormai indicata con diversa numerazione – sia in regola con permessi e certificazioni.

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