Non si tratta di pessimismo o “gufaggine”, e neanche di una “storia di fallimenti” ma c’è un “peccato di origine” che ci suggerisce di vigilare
Non sarebbe certo la prima volta che investimenti, anche cospicui, non portino assolutamente a nulla se non all’arricchimento di pochi. Dei più furbi. Così come le agevolazioni fiscali che alcuni anni fa hanno “stimolato” la costruzione di decine di capannoni che, oltre ad imbruttire il territorio e a consumare suolo, sono rimasti del tutto inutilizzati e non hanno prodotto che una effimera occupazione: il tempo della loro edificazione.
Non si tratta, come scrive l’onorevole Giovanni Cafeo di pessimismo o “gufaggine”, e neanche della “storia di fallimenti” che purtroppo conosciamo, ma di un “peccato di origine”, perché, almeno a una iniziale disamina, non sembra che i criteri di scelta delle aree da includere nelle zes siano sempre chiari e in linea con il decreto istitutivo.
Qualche esempio.
L’indicazione ministeriale è, nell’individuare tali aree, di puntare su quei territori che potenzialmente siano in grado di attrarre investimenti, anche, e soprattutto, esteri, e che possano dare un nuovo impulso al sistema economico regionale anche in termini di innovazione.
Sarebbe interessante conoscere le valutazioni fatte in questo senso dai vari sindaci.
Le risorse a disposizione (ammesso che non si concretizzi il pericolo indicato da Giambattista Totis nel suo articolo) a ben vedere non sono tantissime: 50 milioni su complessivi 55,8 chilometri quadrati danno poco ossigeno e forse, per questo, si sarebbero dovuto operare scelte più selettive, in un certo senso accorpare le aree più che distribuirle variamente. Certo più imprenditori godranno dei vantaggi fiscali e amministrativi ma per creare cosa? Con quale effettiva ricaduta sull’economia e la crescita produttiva del territorio?
Le aree da segnalare, oltre a non poter essere residenziali, avrebbero dovuto, secondo il decreto, configurarsi come porto, retro-porto anche di carattere produttivo e aeroportuale, piattaforma logistica o interporto. Infatti, tra i criteri di preferenza, in fase di valutazione delle domande, si sarebbe dovuto tener conto della presenza di uno snodo ferroviario, di parcheggi e di illuminazione pubblica, ecc. “Spetterà all’ente proponente dimostrare che l’area candidata possegga un nesso economico funzionale con l’area portuale”.
Solo quando sarà resa nota nei particolari la perimetrazione di tutte le aree sapremo se il criterio è stato rispettato ma, al momento, qualche dubbio, per quel che sappiamo, ci permettiamo di avanzarlo. “I grandi armatori mi chiedono quando saranno pronte le Zes, perché la Sicilia è diventata veramente strategica. Siamo di fronte a Suez, siamo dirimpetto ai Paesi del Nord Africa. Quando saremo pronti con le Zes possiamo fare la cantieristica, ospitare nuove imprese. Per fortuna che siamo partiti in ritardo: così evitiamo gli errori che hanno fatto gli altri e possiamo partire velocemente recuperando il tempo perduto». Queste dichiarazioni dell’agosto 2018 dell’allora Presidente dell’Autorità dello Jonio, Andrea Annunziata, convinto che nell’ottobre di quell’anno sarebbe stato addirittura varato il piano strategico – con quella che appare una vera boutade a proposito del ritardo “felice” – lette ora non suonano per nulla bene. O almeno bisogna forse pensare che sia cambiato l’obiettivo dato l’inserimento anche dei Comuni montani.
Possiamo dire a bassa voce che forse si è persa la bussola in nome di un “buonismo distributivo”?
E che dire ancora delle tante aree private, e non pubbliche, inserite?
E questo solo per dire del “peccato d’origine”…
Potremmo continuare ma per ora ci fermiamo auspicando che si pensi poi anche a una cabina di “controllo” perché tutto non si trasformi in un prendi i soldi e scappa.

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