Manovra, bisogna trovare le risorse adeguate a una spesa pubblica più generosa
È stato scritto, a conclusione di un altro articoletto pubblicato su questo stesso numero, che oggi la lotta contro le ingiustizie crescenti non può più passare attraverso scioperi bracciantili e lotte del quarto stato ma deve necessariamente richiedere un rinsavimento generale della politica e dell’economia. Rinsavimento e resilienza che, purtroppo, non sembrano affatto attuali. Né imminenti. Eppure una generale presa di coscienza è oggi necessaria e richiede un contributo di buona volontà da parte di tutti. Purtroppo non si tratterà di un processo rapido mentre invece le grandi questioni che incombono su tutti noi (e la complessità crescente di esse e del loro aggrovigliarsi) richiederebbero interventi urgenti e ben indirizzati verso obiettivi progressivi aventi tutti un senso, una direzione ed un verso.
Ma le cose non sempre vanno per il verso giusto e ciascuno di noi ha il peso irrilevante di un settemiliardesimo dell’umanità. Il che non ci esime dal tentare di offrire il nostro infinitesimale contributo di idee. Nella piena coscienza della nostra irrilevanza, della colossale resistenza ai cambiamenti e della consistenza delle forze e degli interessi che ci si contrappongono.
La manovra finanziaria già approvata lunedì scorso (tra mille difficoltà) al Senato è stata blindata e quasi certamente sarà approvata dalla Camera senza altre modifiche quando questo quindicinale sarà già in edicola. Essa ha un importo di 30,2 miliardi ma ben 23,1 di essi sono stati necessari per scongiurare l’aumento dell’IVA. Il rimanente (solo 7,1 miliardi) appare insufficiente per avviare l’agognata ripresa o il rilancio dell’economia o lo “sviluppo”.
Perciò le critiche fioccano sul governo. Sì, è vero: altrove la ripresina c’è ed altri stati fanno meglio di noi. Ma noi dovremmo decidere se puntare prioritariamente ad ottenere una crescita del PIL (che misura solo il prodotto lordo complessivo e non la distribuzione del reddito corrispondente e tantomeno il benessere della società) o mirare ad una migliore condizione di vita generalizzata. È preferibile avere più crescita o più giustizia sociale e più welfare? Di una crescita non ben distribuita, che finisca nelle casse di pochi, non sapremmo che farcene. La manovra per questo prossimo 2020 sarà asfittica, ma in futuro le cose rischiano di andare ancora peggio se non si cambierà radicalmente il sistema. E una migliore distribuzione del benessere può essere conseguita prioritariamente rispetto alla crescita del PIL.
La crescita, quando c’è stata, non è stata per tutti. E lì dove c’è ancora, essa non riguarda tutti. La teoria dello sgocciolamento verso il basso si è rivelata una colossale fandonia. Ci hanno detto che la ricchezza, come il grasso da un pollo sul girarrosto, colerebbe verso gli strati sociali meno abbienti. Quella falsa metafora del grasso che cola è vera solo per ciò che non dice esplicitamente: cioè che chi sta in basso è legna da ardere per assicurare un benessere crescente solo a vantaggio di pochi. Il problema di ideare un criterio di valutazione dello sviluppo del benessere diverso da quello basato sul PIL è noto da tempo; e ci sono già varie proposte diverse, ma nessuna è ancora stata adottata in sostituzione del PIL. Intanto l’indice di Gini già da tempo ed ora anche il recente dossier degli economisti di Bankitalia su ineguaglianza e stagnazione confermano quanto già si sapeva: la disuguaglianza cresce.
I governi che si succedono non forniscono soluzioni. O ne trovano solo qualcuna parziale come il reddito di cittadinanza (iniziativa sacrosanta nei suoi fini ma criticabile in alcuni aspetti non imputabili a chi l’ha ideata) o la riduzione del cuneo fiscale (a cui la finanziaria destina 3 miliardi). Meglio che niente. Ma i politici non riescono ad aggredire in modo significativo né la questione delle disuguaglianze crescenti, né quella di un lavoro per tutti (un tempo la si chiamava piena occupazione), né quella dell’estirpazione del cancro dell’evasione, né infine la madre di tutte le questioni: la riduzione del grave debito pubblico che condiziona e rende asfittica ogni azione politica.
I leader più tronfi e più vuoti sparano cavolate: predicano che basterebbe ridurre le tasse per rilanciare l’economia e risolvere il colossale problema dell’evasione. Asseriscono che, se ci fosse una tassa piatta e bassa per tutti, i signori evasori si ravvederebbero e pagherebbero sino all’ultimo centesimo. Purtroppo ci sono gonzi che credono a questa panzana e furbetti che fingono di crederci. Ma, ragioniamo: chi dei sostenitori di tale stramba teoria può garantire il risultato? Se non cambiano le procedure di accertamento e se non c’è la certezza di andare incontro a sanzioni severe (diverse dal carcere che qualcuno, populisticamente, invoca come deterrente) la flat tax sarebbe solo un ulteriore regalo fatto ai più abbienti a scapito di coloro su cui il benessere non sgocciola affatto o non abbastanza da ridurre il divario.
L’attuale manovra ha evitato che scattasse l’aumento dell’IVA. Meglio che niente! Ma se vogliamo moltiplicare le opportunità di lavoro, mettere in sicurezza scuole e territorio, ricostruire i ponti e i viadotti che i concessionari hanno lasciato deperire, addirittura sorvolando su certe relazioni tecniche oppure occultandole; se vogliamo accrescere il personale delle procure, delle forze dell’ordine, degli ospedali, delle università; se vogliamo mantenere in produzione l’industria siderurgica, una gloriosa compagnia di voli aerei e le attività cantieristiche; se vogliamo mantenere e potenziare l’assistenza sanitaria pubblica; se intendiamo elevare lo standard di funzionamento delle nostre scuole pubbliche… dobbiamo trovare delle risorse adeguate. Non gli spiccioli che rimangono in bilancio (7,1 miliardi) dopo averne puntati 23,1 sull’obiettivo della sterilizzazione del famigerato aumento dell’IVA derivante dalle clausole di sicurezza.
La finanziaria che viene varata adesso contiene vari elementi apprezzabili ma non è decisamente sufficiente ad avviare la crescita che tutti invocano come il toccasana per eccellenza, né per conseguire l’obiettivo di una piena o, almeno, di una più consistente occupazione, né quello di realizzare una condizione di maggiore benessere diffuso anche in presenza di nessuno sviluppo o di una crescita striminzita. Come quella ipotizzata da questa finanziaria, che la fissa per il 2020 allo 0,6% e che prevede un rapporto deficit/PIL al 2,2%. Il debito inoltre, secondo le previsioni del documento, dovrebbe iniziare a ridursi di un’inezia, scendendo al 135,2 (dal 135,7% del PIL del 2019). Come ciò possa avvenire rimane un mistero per chi è profano di economia, visto che la manovra trova parziale copertura nel deficit fissato al 2,2%. Ci si augura comunque che tale prevista flessione del debito si avveri. Ma gli economisti sono stati definiti come coloro che spiegano oggi perché non si siano avverate le loro previsioni di ieri. Forse la battuta contiene qualcosa di vero.
Da profani in materia di economia, diciamo che due sono, a nostro avviso, le critiche da muovere (senza volere essere ingenerosi) al documento: a fronte di una colossale evasione di quasi 120mila € annui (denunciata qualche giorno fa anche dal Presidente Mattarella) la manovra prevede, dalla lotta al perverso fenomeno, entrate striminzite (solo per 3,3 miliardi). Questo fa pensare che non si voglia o non si sappia intraprendere una lotta efficace per contrastarlo adeguatamente.
La seconda critica riguarda il fatto che la manovra sia tutta concepita entro gli spazi asfittici dei condizionamenti vigenti. Essa non è per nulla innovativa. Non fa molto per avviare una politica che dia lavoro e che faccia star meglio tutti, a prescindere dai risultati sul PIL.
Se si vuole sbloccare l’economia per produrre più benessere diffuso (non per far crescere il valore del PIL) bisogna trovare le risorse adeguate ad una spesa pubblica più generosa. Bisogna farla finita con la politica dell’austerità imposta a tutti i costi allo stato, mentre nessuno impone alle banche di elargire i prestiti con oculatezza. Né Bankitalia le controlla efficacemente. Così alcune banche finanziano generosamente non tutti ma solo gli amici degli amici (che non restituiscono) e poi devono essere salvate con denaro pubblico. Ma al pubblico (allo stato) si impone di stringere la cinghia e di ridurre le spese, mentre si pretende che provveda alle spese sociali e agli investimenti utili per la sicurezza delle scuole, del territorio e della salute pubblica. Con le briciole: 7,1 miliardi. Che si ridurranno probabilmente nei prossimi anni, poiché le clausole di garanzia per evitare la tagliola dell’aumento dell’IVA varranno intorno ai 24miliardi: qualcosa in più rispetto ai 23,1 di questa manovra 2020.
Facciamo i conti della massaia: 23 (o 24) miliardi di clausole + 60 (o 70 circa, a seconda dello spread) per gli interessi annuali da pagare sul debito pubblico + 50 miliardi di rata ventennale per la riduzione forzata del debito stesso (in base al fiscal compact) + la quota da versare per il MES… Ce la faremo a non affondare? Possiamo solo augurarcelo, così come ci auguriamo un buon anno nuovo, migliore del precedente. Ma forse dovremmo, più concretamente, cercare di far qualcosa o, almeno, di far sentire le nostre ragioni e le nostre riflessioni a coloro che dovrebbero assumere decisioni politiche. Le riassumiamo nel prossimo articoletto.
Bisognerà snidare gli evasori recuperando buona parte dei 120 miliardi che essi sottraggono al fisco
Saranno così asfittiche anche le prossime finanziarie?
O si riuscirà con resilienza ad ampliare gli spazi operativi?
Si è scritto sopra che le forze politiche di governo hanno concepito una manovra non disprezzabile ma asfitticamente contenuta entro spazi angusti che la rendono sterile ed inefficace. Si voleva aprire il Parlamento con un apriscatole e invece si è finiti in quel luogo come sardine in scatola, impossibilitate a muoversi come la situazione generale del paese richiederebbe. Forse una delle forze di governo sta scoprendo che il Parlamento non è «la stanza dei bottoni» e che troppi vincoli condizionano e penalizzano l’esercizio concreto della democrazia. A partire da un debito colossale, usato come capestro da poteri bancari e finanziari di mercato, ben rappresentati in tutti i palazzi del potere, che strattonano e costringono entro gabbie anguste chi dovrebbe fare delle scelte di più ampio respiro. Cioè il Parlamento e il Governo. Riusciranno i nostri eroi (se non si va presto ad elezioni) ad avviare una significativa azione di emancipazione della politica dai troppi condizionamenti che essa subisce? Sarebbe penosamente riduttivo limitarsi a soggiacere alla situazione esistente, senza avere un minimo di orgoglio resiliente per tentare di avviare una razionalizzazione generale del sistema. Facendo che cosa?
- Snidando gli evasori e recuperando buona parte dei 120 miliardi che essi sottraggono al fisco o rubano alla società. Lo ha denunciato anche il presidente Mattarella. A tal fine, l’eliminazione del contante e il passaggio a un sistema di pagamenti elettronici (registrabili in tempo reale anche da un elaboratore centrale da ubicare presso il MEF) sarebbe una strategia efficace ed indispensabile. Rimarrebbero da snidare i grandi evasori che operano “estero su estero” e le società esterovestite, contro cui occorrerebbero interventi di altro genere. Anch’essi indispensabili e improcrastinabili. Invece dalla lotta all’evasione sono previste entrate per 3,3 miliardi (e non più 7 come indicato in un primo momento). Ridicolo.
- Riformando il sistema di emissione dell’euro e la BCE. Oggi essa “presta” la moneta creata alle banche (a tasso zero) e queste poi la prestano agli stati a tasso di mercato, accresciuto dallo spread. La situazione è irrazionale, tenuto conto che la moneta, oltretutto, vale solo grazie alla legge degli stati mentre questo meccanismo di emissione penalizza proprio gli stati che si indebitano realmente. Le banche, al contrario, contraggono un prestito fittizio a tasso zero. Fittizio anche perché la BCE di fatto non chiederà mai indietro il denaro che ha “prestato” (o regalato) ad esse per sempre e a tasso zero.
- Una BCE riformata e trasformata in Istituto Centrale di Emissione (del tutto autonomo ma realmente pubblico, cioè non posseduto dal sistema di banche sottostanti, come adesso) dovrebbe invece stabilire quanta moneta emettere e consegnarla agli stati dell’eurozona in proporzione alla loro consistenza demografica. Consegnarla, non prestarla. O “prestarla” per sempre e a tasso zero. Come fa oggi con le banche.
- Per la moneta ricevuta “in prestito” sino ad oggi le banche dovrebbero essere costrette ad una restituzione. Non certo restituendo la moneta stessa e privandosi dei contanti. Sarebbe pura follia il solo pensarlo. Ma potrebbero e dovrebbero semplicemente saldare i loro debiti con la BCE, consegnandole un pari valore in titoli dei debiti pubblici che esse hanno in pancia e su cui lucrano interessi cospicui. In tal modo i titoli del debito pubblico detenuti oggi dalle banche verrebbero congelati in seno alla BCE trasformata in ICE e non produrrebbero interessi a carico degli stati. Di quanto si ridurrebbe di fatto il debito o il suo peso in interessi? Certamente di una quota consistente. Nessun privato cittadino perderebbe un solo euro di capitale o di interesse per i titoli di stato personalmente posseduti. Solo le banche non percepirebbero più un interesse indebito.
- I titoli del debito pubblico posseduti da investitori stranieri diversi dalle banche andrebbero internalizzati, cioè sostituiti alla loro scadenza da titoli da collocare in mani di risparmiatori italiani, grazie alla collaborazione di CDP e di qualche altra banca che forse o probabilmente sarà salvata e nazionalizzata. Ma anche le altre banche dovrebbero essere precettate in tal senso e costrette a collaborare a tale collocazione interna dei BOT, pena la conseguenza di essere lasciate al loro destino in caso di rischio di fallimento. Il risparmio privato italiano è pari circa al triplo del debito pubblico complessivo. Esiste quindi la piena capienza per realizzare tale internalizzazione di quella quota di debito pubblico (un terzo circa, secondo alcune stime) oggi in mani straniere. Per effetto di tale collocazione il debito risulterebbe tutto interno e lo stato italiano pagherebbe gli interessi dovuti ai risparmiatori italiani ma non rischierebbe manovre speculative. Ci troveremmo in sostanza al sicuro come il Giappone, che pure ha un debito doppio rispetto al nostro, ma tutto contratto con risparmiatori giapponesi.
Queste misure (assieme ad altre già raccomandate da fonti autorevoli) sono state suggerite da SRRS ai politici locali, ma essi (che pur le hanno ampiamente condivise) non sono riusciti ad inserirle nel dibattito politico delle loro forze di appartenenza. Siracusa Resiliente continuerà a rilanciare questi ed altri suggerimenti. Inascoltata. Ma sino a quando? Prima o poi i politici dovranno pur mostrare qualche segno di resilienza. O saranno travolti. Peggio per loro. Ma il vero guaio è che, se non rinsaviscono in tempo, saranno guai per tutti: o andremo in fallimento come stato italiano o saremo stritolati da un debito crescente e da disponibilità sempre inferiori da destinare al benessere sociale ed alla sicurezza collettiva.
La BCE “presta” le eurobanconote a tasso zero e per sempre alle banche. Cioè le regala alle banche. Che poi le prestano a tasso di mercato (col sovraccarico dello spread o differenziale di interessi rispetto ai BUND decennali) agli stati. Così non vale. Non può durare. Non ha senso. Oltretutto le eurobanconote traggono il loro valore dalla legge degli stati, che ne impongono l’uso per i pagamenti e, giustamente, puniscono gli spacciatori di banconote false. Ma allora perché la BCE non deve regalare o “prestare” a tasso zero e per sempre le eurobanconote agli stati dell’eurozona? Siano le banche a pagare interessi per le banconote che riceveranno in deposito o in prestito dai risparmiatori. Così come lo stato paga interessi ai cittadini che gli prestano i loro sudati risparmi. I vecchi signoraggisti prendevano cantonate madornali, ma alla base del loro vaneggiamenti c’era una intuizione esatta. Mettiamo da parte i loro vaneggiamenti complottisti ed altre risibili amenità ma riconosciamo loro un merito. Avevano colto esattamente un aspetto della complessa questione. Su quel particolare elemento è necessario fondare una revisione dell’intero sistema di emissione e dei rapporti tra sistema bancario e stati dell’Unione.

Commenti recenti