IMPATTO E RISCHI AMBIENTALI DELLE TRIVELLAZIONI

Esplorazione e sfruttamento di idrocarburi nel Val di Noto

 

Secondo l’ing. Philippe Pallas, già consulente ONU per le risorse idriche, in generale i possibili danni ambientali legati alla trivellazione di pozzi di esplorazione o di sfruttamento si possono manifestare a livello delle falde sotterranee acquifere e sulla qualità dell’acqua per le attività dei cantieri e come inquinamento diretto della falda dolce durante la trivellazione dei primi 500-600m.

In genere l’acqua destinata all’alimentazione idrica delle città e all’uso agricolo proviene da formazione acquifera di natura calcarenitica affiorante nella parte collinare del territorio o da formazione calcarea (formazione Ragusa) sottostante una coltre marno-argillosa (formazione Tellaro). Il rischio che si potrebbero presentare è quello di occlusione di una parte della falda acquifera, se si presenta una fessurazione importante dei calcari, capace di provocare una perdita di circolazione del fango di perforazione. In questa eventualità, il fango, trovando via libera nelle fessure dei calcari, può penetrare profondamente e provocare l’occlusione delle vie di circolazione dell’acqua sotterranea nella zona circostante e quindi alterare il deflusso delle acque sotterranee. Quando questo evento avviene durante la perforazione di un pozzo ad acqua, il fango che ha penetrato nell’acquifero viene rimosso con delle tecniche particolari; nel caso di un pozzo petrolifero il fango e gli additivi destinati a fermare la perdita di circolazione sono lasciati in luogo. D’altronde, se non si lasciasse il fango in posto, le fessure sarebbero invase dalla malta durante la cementazione del casing, ipotesi che non è però del tutto da escludere. Questa soluzione porterebbe sicuramente all’occlusione definitiva delle fessure, dove circola l’acqua.

Un altro problema è la produzione incidentale di acqua di giacimento associato al gas, più frequente però nei pozzi petroliferi. L’acqua associata ai giacimenti di idrocarburi è ipersalata fino a 5 volte la salinità del mare. Quando lo strato produttivo è raggiunto dalla perforazione, l’acqua di giacimento, se è presente, è riportata in superficie con il fango di perforazione. L’eliminazione sconsiderata di quest’acqua in superficie può essere molto dannosa.

Il Val di Noto è classificato inoltre come territorio ad alto rischio sismico e non è trascurabile la possibilità che in quella zona si verifichino terremoti di magnitudo pari al quinto/sesto grado della scala Richter, con effetti devastanti sulle strutture e infrastrutture presenti. A seguito di un forte terremoto, il rischio di sgretolamento del cemento dietro le camicie di acciaio dei pozzi potrebbe provocare l’inquinamento di falde dolci per la risalita attraverso l’intercapedine di acque salate provenienti dagli strati profondi legati al giacimento di gas o petrolio. Un forte evento sismico potrebbe anche danneggiare le condotte di gas, provocandone la fuoruscita e danni ambientali notevoli per incendio o semplicemente inquinamento atmosferico.

Possiamo quindi affermare che la messa in opera di un programma di ricerca/sfruttamento di idrocarburi presenta rischi di inquinamento delle falde sotterranee e dell’aria da non sottovalutare; rischi ambientali per la fauna legati all’abbandono di vasche di fango dopo il completamento di pozzi; un impatto paesaggistico soprattutto a causa della moltiplicazione delle strade di collegamento e dell’aumento notevole di circolazione di veicoli pesanti.

E’ dunque essenziale che tutto sia fatto per evitare la messa in opera dei rilievi geofisici e anche di un primo pozzo esplorativo che potrebbero essere la porta aperta a una richiesta di sfruttamento sistematico delle risorse identificate.

La produzione energetica nell’inizio del ventunesimo secolo è caratterizzata da un forte sviluppo della domanda che aumenterà ancora con il tempo, soprattutto per il crescente consumo dei paesi emergenti (Cina, India, Indonesia, Europa dell’Est…), ciò provoca un rush dei cercatori di petrolio sulle ultime riserve; da un aumento significativo dei problemi legati all’emissione di gas ad effetto serra provenienti della combustione degli idrocarburi, con catastrofiche conseguenze annunciate da tutti i livelli scientifici e istituzionali.

Tutte le previsioni a medio-lungo termine suggeriscono quindi che, per la rarefazione delle risorse petrolifere, è imminente – se non già superato – il momento nel quale l’umanità avrà esaurito metà del greggio estraibile (picco di Hubbert e Rapporto Hirsch). Inoltre il famoso Rapporto Stern e il prestigioso studio McKinsey avvertono che il costo del disinquinamento da combustibili fossili ammonterebbe all’1% del PIL mondiale. Dunque, sia per tutto ciò, sia per l’impatto ambientale dell’utilizzo di idrocarburi per la produzione energetica, sarà ogni anno più necessario rivolgersi a risorse rinnovabili.

Nell’ottobre 2014, il Consiglio Europeo ha adottato l’obiettivo di ridurre almeno del 40% delle emissioni di gas serra (dai livelli del 1990), del 32% di quota per le energie rinnovabili e del 32,5% di miglioramento dell’efficienza energetica.

Ma con la Conferenza dell’ONU a Madrid i 196 Paesi partecipanti potrebbero rivedere tali obiettivi in alto, poiché viene denunciato da 11.000 scienziati che vi è una accelerazione della concentrazione di CO2 in biosfera. Non c’è più tempo.

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