Tra poco sarà Natale, San Martino è passato, le arance sono mature e gli arancini ben cotti, ma come arancine vengono meglio. Questo fatto che a Siracusa le zippole vengano fritte per strada per me ha un fascino speciale
La Civetta di Minerva, novembre 2019
Zippole che passione – da Siracusa a Schaffhausen, passando per Nigeria, Camerun e Congo. Più palle per tutti: dalle mele al vetro, alla plastica, ma sempre meglio di farina.
Ed eccoci, tra poco sarà Natale, San Martino è passato, le zippole per strada ancora no. Le arance sono mature e gli arancini ben cotti, ma come arancine vengono meglio. Questo fatto che le zippole vengano fritte per strada per me ha un fascino speciale. È un po’ come aver assistito alla nascita del grunge, aver comprato “Nevermind” dei Nirvana proprio quando è uscito, non dopo 20 anni come mi è successo con “Never mind the bollocks”. Io ho assistito al cambiamento, dalle zippole fatte in casa, esclusivamente per San Martino, alle zippole pret a porter – pret a manger, unni ie ghiè, fatte da ottobre a … dicembre.
Ah tempi moderni, noi dovevamo penare un anno e mangiarle solo un giorno. Ma che ne sapete voi che siete nati quando i telefoni non avevano più i fili, le ricerche si facevano nelle biblioteche e se dovevamo litigare lo facevamo de visu e non tramite social network (rete sociale si chiama appiddaveru?) e litigavamo molto meno guardandoci negli occhi.
Il Natale, una questione di palle, di questo voglio parlarvi, di palle. Un argomento interessante finché non direte “e che palle”, vi racconterò dell’evoluzione delle palle sugli abeti finché non vi uscirà spontaneo dire “e due palle”. Vi potrei parlare anche dei prezzi folli delle arance in Svizzera e del prezzo ridicolo delle arance sicule, ma potreste rispondermi “adesso ci stai rompendo le …”. Allora potrei raccontarvi di come dal 1200 in poi per Natale si ornavano gli abeti con le mele, lo so non erano palle, erano mele, rosse, ma mi serve come diversivo, per non stare proprio sempre sulle palle.
A proposito di star sulle palle, il consiglio comunale di Siracusa è decaduto e se ne sono sparate di grosse (sempre di palle sto parlando): bilancio consuntivo non approvato, arriva il commissario e lo approva in 30 minuti. Io sto commissario lo immagino più una commissaria braccia a quattara,’na zoccola ‘nte mano che dice: “consiglieriii! Venite qua che non vi faccio niente”. Ma io ho un’immaginazione molto fervida.
Comunque parliamo di altre palle. Oggi ce le abbiamo di varie forme e spesso anche molto grosse, variopinte, luccicanti, indistruttibili, di plastica, tempo di decomposizione 1000 anni circa. Ma ci pensate tra mille anni, quando si viaggerà solo con la forza del pensiero, quando l’acqua sarà razionata e usata solo per bere e ci laveremo con detergenti artificiali, quando Venezia sarà una gigantesca miniatura racchiusa in una palla di vetro che la agiti e si smuove il fango attraverso il quale potrai intravedere il Mose che si apre e si chiude a caso, quando ci riprodurremo senza contatto fisico, forse tramite starnuto, ancora le nostre palle di plastica saranno lì e forse anche i babbi natale horror attaccati ai balconi sui quali nessuno si affaccerà mai a causa dell’aria irrespirabile, ma i babbi Natale saranno lì ad perpetuam rei memoriam, il latino esisterà ancora, l’italiano si perderà crashato dopo essere caduto in disuso perché sostituito dai due nuovi linguaggi: il Uozzappico e il feisbucchiano. E il siciliano?
Ma torniamo alle palle. Nel 1858 nella Lorena francese la produzione di mele rosse riceve un brutto colpo a causa della siccità, quindi non si sarebbero potuti addobbare gli abeti a Natale. E lì subentra il genio, un soffiatore di vetro abituato a soffiare palline da cui ricavare i vetri per la costruzione degli orologi, decide di sostituire le mele con palline rosse di vetro, da allora accanto al vetro per gli orologi, la fabbrica diventa grande produttrice di palline per gli alberi di Natale.
Palline belle colorate che dopo Natale dovevi incartare con estrema cura o meglio, con amore, con i fogli di giornale, poi sarebbero rimaste chiuse in una scatola, attorniate dalle notizie del giornale, per un anno, che poi il Natale prossimo le riaprivi ed era come ricevere la mattina la notifica di facebook: “Ornella tu sei importante come i tuoi ricordi, eccoti le notizie del Natale dell’anno scorso”.
E quando scompaiono le palle di vetro? In realtà ci sono ancora, ma dal 1964 vengono soppiantate dalle più comode, indistruttibili, a norma Cee, palle di plastica. Durante la fase di addobbo il gatto o il nipotino potranno pure giocarci a calcio.
Ho fatto le zippole, che poi io mi sforzo di chiamarle in modo corretto, ma per me zippole si chiamano, qui in Svizzera chioschi che friggono zippole non ce ne sono, ma non sanno nemmeno cosa sono, mischineddi. Quindi mi sono dovuta sbracciare e, considerato il successo ottenuto dalle mie, ho trovato la mia vocazione: da grande farò la zippolara, presto chiosco di zippole a Schaffhausen, accanto al Reno, 20 franchi al chilo (se un limone costa un franco ci siamo no?) che con il freddo che c’è ne venderei a palate.
Ma se vi dicessi che in Nigeria le zippole si chiamano Puffpuff, in Ghana si chiamano Bofrot, in Congo Mikate, in Camerun Beinye in Liberia Kala? Non ci credete? Allora cercate Puffpuff e Wikipedia vi risponderà, oppure fidatevi di me.
Ora io non so se in Africa le cucinino per San Martino, malgrado il cattolicesimo abbia gentilmente cancellato del tutto le loro radici religiose, non credo siano riusciti ad imporre anche le zippole siciliane, anzi siracusane per San Martino in Africa, quindi penso vengano cucinate sempre durante l’anno. Comunque l’idea che queste palle saporite cala cala ci accomuni con buona parte del mondo, mi fa star bene.
In sintesi, chiù palle pì tutti, di vetro, di farina… non importa, però stiamo attenti a quelle di plastica che poi, se stai sulle palle. … è per sempre, o quasi.

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