Solo pannicelli caldi i rimedi per l’enorme evasione fiscale

Ammonterebbe ogni anno a 120 miliardi di euro, una somma impressionante equivalente a circa trequarti dell’intera risorsa aurea del Paese

 

Siracusa, 12 ottobre 2019

Sostiene Amazon che i dispositivi Echo con integrazione Alexa ci permettono di ascoltare musica, controllare a distanza la nostra casa, ricevere informazioni, notizie meteo ed altro ancora, usando solo la nostra voce. Il che, come spiega un servizio recente di Report, può avvenire solo se tali dispositivi in realtà ascoltano continuativamente la nostra voce, i nostri dialoghi e tutto ciò che avviene nelle nostre case. E la cosa sarebbe stata confermata grazie al fatto che Amazon ha dovuto fornire registrazioni che hanno consentito alla magistratura di acquisire informazioni su ciò che era successo durante un crimine in una di queste case intelligenti dotate di questi strabilianti dispositivi. Che ci deliziano, fornendoci le canzoncine da noi richieste a voce, ma che spiano tutto.

In qualche caso (come in quello citato sopra) questa forma di spionaggio risulterà anche utile, ma che ne è della tanto invocata privacy? Eppure nessuno (tranne Report) solleva la questione. Molti però strillano come ossessi e si strappano i capelli e le vesti se qualcuno osa sostenere che i nostri dati bancari dovrebbero essere perennemente accessibili o noti al fisco. Si protesta, sostenendo che lo Stato non deve allungare le mani nelle nostre tasche e neanche la vista sui nostri conti correnti. Però si invoca da parte di molti (non di tutti!) una lotta più efficace all’evasione fiscale. Che sottrae al fisco (cioè allo Stato, cioè a noi tutti) circa 120 miliardi l’anno: una somma colossale.

Somma che consentirebbe di potenziare la scuola, la sanità, le forze di sicurezza, di finanziare lautamente la ricerca, di incentivare efficacemente la natalità con misure sostanziali e provvedimenti generosi, di mettere in sicurezza il territorio rispetto alle vulnerabilità idrogeologiche, di risistemare la rete stradale, di consolidare le abitazioni per renderle più resistenti al rischio sismico e di avviare una riduzione del debito pubblico.

Ovviamente tutto questo potrebbe essere realizzato solo in un necessario arco di anni, non certo di punto in bianco, ma 120 miliardi annui di risorse disponibili rappresenterebbero la condizione di fattibilità. Per rendere in altro modo l’idea della consistenza di tale somma si può far riferimento alla riserva aurea dell’Italia (e non della Banca d’Italia!). La nostra è, per consistenza, la quarta riserva nel mondo (dopo quella degli USA, della Germania e del FMI) e ammonta a ben 2.451,8 tonnellate di metallo prezioso. La visione filmica di tale riserva (in appendice ad una nota trasmissione di Floris) è stata impressionante. Eppure non tutto il nostro oro è contenuto oggi nel caveau di Palazzo Koch, in Via Nazionale a Roma, sede della Banca d’Italia. Tuttavia quell’ingente quantitativo d’oro ha un valore globale che ammonta solo a 90 miliardi circa, cioè appena a tre quarti di quanto l’evasione fiscale sottrae ogni anno al nostro fisco. Si potrebbe dunque affermare che ogni anno gli evasori fiscali rubino al popolo italiano un valore di risorse superiore alle nostre impressionanti riserve auree. Impunemente.

Lo si può ancora tollerare? In nome della privacy? Noi riteniamo di no. Che ne pensano le forze politiche? Come intendono rimediare per eliminare (non per ridurre) tale scandalosa tolleranza di un furto impunito? Solo incentivando i pagamenti con carta bancomat e simili? Solo minacciando la galera contro gli evasori? Quale è stata la pena comminata, qualche anno fa, al più grande evasore italiano? Risibile!

La privacy è una questione seria e certamente i nostri conti correnti e i nostri risparmi personali non devono essere resi noti a nessun privato cittadino (e tanto meno ai malintenzionati), ma è insulso invocare la privacy nei confronti del fisco. Il cittadino ha il dovere di presentare una dichiarazione dei suoi redditi. Veritiera! Ma se invoca un diritto di riservatezza persino contro il fisco, si può seriamente dubitare della veridicità della sua dichiarazione dei redditi. È una questione alla quale non si può e non si deve più sfuggire con argomentazioni pretestuose. Anche i nostri dati sanitari sono certamente riservati e protetti dalle disposizioni sulla privacy. Ma sono ovviamente noti al sistema sanitario, che li tutela opportunamente. Lo stesso deve accadere coi nostri dati reddituali: devono essere perennemente e sistematicamente noti ed accessibili al fisco e solo ad esso. A nessun cittadino. Le modalità le troveranno gli esperti e saranno codificate a somiglianza di quanto è stato fatto rispetto ai nostri dati sanitari. Chiunque remi contro (foss’anche il responsabile dell’autorità garante) è da considerare con giusto sospetto.

Oltretutto esiste una esigenza di parità di trattamento del pubblico dipendente rispetto all’imprenditore e al libero professionista: il primo ha una situazione reddituale nota al fisco (attraverso la pubblica amministrazione che lo retribuisce e attraverso il demanio, che ne conosce il patrimonio immobiliare). Ed eventuali introiti o tesoretti incompatibili con le sue entrate sono accertabili ed accertati dalla magistratura, che gli può chieder conto di entrate che potrebbero essere frutto di corruzione o di altre attività delittuose. Si pretenderà forse che la magistratura rinunci ad indagare e chiuda gli occhi per rispetto della privacy?

Se si concorda su quanto sopra esposto, si può anche accettare l’ipotesi, a noi cara, che il ricorso al pagamento elettronico debba essere reso obbligatorio e non semplicemente incentivato. Sinché sarà semplicemente incentivato, il malintenzionato (commerciante, parrucchiere, idraulico, professionista, ecc.) potrà sempre far ricorso al ricatto consueto: «Mi dia 100 euro in contanti o, se chiede fattura o se vuol pagare con carta, mi dia 120 €.» Di fronte ad un tale ricatto il cittadino non troverà conveniente mirare al rimborso di una piccola parte dell’IVA (inferiore alla differenza di prezzo imposta dal richiedente. L’alternativa sarebbe quella di registrare la pretesa ricattatoria e di intraprendere un’azione legale contro l’impudente evasore.

Oggi sarebbe possibile allocare presso il MEF (e rendere accessibile solo a pochi addetti ai lavori, obbligati per legge alla riservatezza e tenuti sotto la mannaia di sanzioni pesantissime) un potente computer collegato ai server delle banche e ai pos. Non è fantascienza: Echelon (il sistema che ascolta/intercetta e seleziona tutte le comunicazioni private e pubbliche del pianeta) e i terminali di Echo (in mano a privati) hanno una operatività ben superiore a quella che sarebbe sufficiente per il servizio da noi ipotizzato. Ogni transazione (contraddistinta con un codice che individuerebbe l’aliquota IVA applicabile) potrebbe risultare immediatamente nota al MEF e l’Iva potrebbe essere immediatamente accreditata al fisco. In tal modo ogni singola transazione sarebbe registrata e validata attraverso la verifica dell’equivalenza dell’addebito al pagatore (dal cui conto la spesa sarebbe sottratta) e dell’accredito della stessa somma, pro quota, al percettore e al fisco.

Inoltre il conto di ciascuno (e dunque il reddito da lavoro) risulterebbe visibile al fisco e tassabile ai fini Irpef anche semestralmente o trimestralmente, con la dovuta progressività. Gli opportuni conguagli (con calcolo delle rendite da immobili noti attraverso il catasto e applicazione di detrazioni e riduzioni a domanda del cittadino) potrebbero essere effettuati a fine anno. Impossibile? No. Ma manca la volontà politica. Si preferisce applicare alla piaga dell’evasione i pannicelli caldi degli incentivi all’uso della moneta elettronica. Ma questi pannicelli caldi non bastano più. Urgono rimedi risolutivi.

Ovviamente questi rimedi non aiuterebbero ad eliminare le grosse evasioni di chi opera su mercati internazionali e può ricorrere a pagamenti “estero su estero”. Ma questo è un altro discorso e va affrontato assieme ad un altro tipo di interventi (necessari) sulle sedi fiscali delle multinazionali, sui paradisi fiscali e sugli stati canaglia che, all’interno di questa UE, si rendono colpevoli di dumping fiscale. Anche questi interventi, da realizzare in sede comunitaria, sono urgenti e doverosi. Ma chi ci vieta intanto di mettere fuori gioco tutta l’evasione immediatamente eliminabile? Professor Conte, signori ministri e parlamentari del PD e del M5S, annacàtivi. Fate presto.

 

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