La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019
Sviluppo come imperativo categorico o come delirio folle – Tutti coalizzati a dare addosso all’Italia perché il nostro sviluppo si è fermato. Come se non fosse questo il destino comune dell’economia dei paesi sviluppati. Come se si potesse realisticamente ipotizzare una crescita lineare ed infinita in un mondo finito, dotato di risorse in gran parte non rinnovabili. Grave errore di prospettiva. Sarebbe più assennato ideare modelli di società e di benessere condiviso compatibili con la realtà di una a-crescita imposta dalla finitezza del mondo e delle risorse non rinnovabili. E dalla necessità di preservare il pianeta e la sua vivibilità.
Nuove tecnologie e lavoro umano – Tutti osannano le nuove tecnologie, le umane sorti e progressive prospettate dall’intelligenza artificiale, che consentirà di viaggiare senza guidatori, senza piloti, senza impiego di risorse umane… e di produrre in fabbriche senza lavoratori. Ma poi come sarà assicurata a tutti una prospettiva esistenziale caratterizzata dalla dignità dell’agire, del produrre arte, divertimento, di creare, di dare un senso al vivere? Il luddismo è una tentazione da scartare; ma chi pensa ad una ripartizione delle risorse che consenta a tutti la dignità di una vita operosa e fertile di realizzazioni anche di tipo non economico? I nostri figli e i nostri nipoti saranno quasi tutti degli esuberi umani condannati ad una inesistenza o ad una esistenza senza scopo e senza dignità? Saranno quasi tutti emarginati e costretti a sopravvivere da barboni, accontentandosi delle briciole e degli avanzi lasciati da pochi priveliegiati. O nuovi sconvolgimenti sociali agiteranno il prossimo futuro? Chi vivrà vedrà. Ma l’ostinazione con cui qualche berlusconiano continua a dichiarare che l’esperimento del reddito di cittadinanza sarebbe solo spreco di risorse non lascia presagire nulla di buono. Forse sarebbe il caso, piuttosto, di meditare sui suggerimenti del saggio Domenico De Masi.
Siamo in recessione. Si salvi chi può – Ma la ricetta sarebbe quella di rafforzare la politica di austerità, tagliando ulteriormente spesa sociale ed invocando più fondi per investimenti? Anche l’esborso per interessi sul debito è spesa per investimenti finanziari. Ed è probabile che, per aiutarci (si fa per dire), ci costringeranno a pagare di più a suon di spread. E poiché abbiamo il vizietto di risparmiare più di altri popoli europei, allungheranno le mani sui nostri risparmi; per esempio, imponendoci di aumentare l’IVA per non essere rientrati nel rispetto delle regole di contabilità, forsennatamente imposteci. Costringeranno lo Stato a spolpare i privati (ma solo quelli che non mettono al sicuro le loro risorse nei paradisi fiscali) per poi continuare a salassare le entrate fiscali attraverso gli interessi sul debito (circa 65 miliardi l’anno) e attraverso il geniale fiscal compact (che porterà via altri 50 miliardi l’anno per vent’anni). Ma nelle testoline dei nostri politici di strategie alternative per ridurre il debito e per diffondere meglio la “torta lavoro” e la “torta benessere” se ne scorgono ben poche. Anzi, qualcuno vorrebbe ridurre le tasse, ma solo a chi guadagna di più: introducendo la flat tax. Il popolo… crepi pure! Eppure i consensi di quel Tizio crescono. Per il momento. Ma il successo politico è sempre più aleatorio e precario. Non durerà un ventennio. Forse… neanche un biennio. Se dipendesse da noi, neanche un attimo.
Dobbiamo invitare gli stranieri ad investire in Italia – Che significa? Dobbiamo invitarli a comprare le nostre aziende o quote considerevoli di esse. Poi magari sposteranno la produzione altrove (dove il lavoro costa meno), la sede fiscale in qualche paradiso (esistente anche all’interno di questa Unione Europea così mal realizzata) e lasciando da noi solo la sede commerciale, con qualche operatore appena. Evviva la strategia di Letta e di Calenda. Europeisti doc. Ma non in senso spinelliano.
Intensifichiamo i rapporti con la Cina – Sigliamo accordi per favorire la nuova (metaforica) “via della seta”, chiedendo però che lo scambio sia bidirezionale. Ma per esportare che cosa? Cosa speriamo di poter vendere ai cinesi? Il made in Italy, merci di lusso, qualche Ferrari, qualche Maserati… Cosucce che ben presto la Cina saprà produrre meglio di noi. E magari comprerà presto quei marchi prestigiosi. E poi? Che ne sarà delle nostre imprese produttrici? Il protezionismo non sarà la soluzione migliore, ma l’aperturismo avventuristico e sconsiderato non è poi così preferibile a cuor leggero. Giudizio! E patti a termine, con scadenza ravvicinata! Non vincoliamoci con trattati che potrebbero incaprettarci.
Pensaci, Giuseppino. Si cade ancora nell’illusione di aiuti stranieri – Putin e Xi potrebbero comprare (o far comprare da loro connazionali) parte del nostro debito pubblico. E questa sarebbe una soluzione? Meglio, di gran lunga, indurre i risparmiatori italiani ad internalizzarlo, offrendo loro un interesse giusto ed esentasse, ben inferiore a quello di mercato (gonfiato dallo spread), che paghiamo adesso. Il risparmio degli italiani è circa il triplo del nostro debito pubblico. C’è dunque la capienza per realizzare l’operazione arroccamento (tra cittadini e stato italiano). E poi, così facendo, potremmo impiparcene delle minacce di chi vuole insegnarci come votare a suon di spread. Sarebbe il caso di farci un pensierino. Pensaci, Giuseppino Conte.

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