Lettera aperta al presidente Mattarella: “Incoraggi la commissione d’inchiesta anziché limitarla con richiami alla prudenza e ai vincoli”
La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019
Signor Presidente Sergio Mattarella, la lettera da Lei inviata ai Presidenti delle Camere esprime una sorta di “allegata riserva” alla notifica di firma di una legge del Parlamento. Certamente Ella ha esercitato un suo preciso diritto; e volesse il Cielo che, dall’alto della Sua saggezza (giustamente riconosciuta ed apprezzata), intervenisse più spesso con messaggi alle Camere anche su altre questioni. Mi perdoni però se in questo caso mi permetto, da semplice cittadino, di esprimere qualche mia riserva su alcune delle questioni da Lei richiamate all’attenzione dei due destinatari e, indirettamente, della Commissione. E su un’altra questioncella non di poco conto.
Ella scrive che «viene, tra l’altro, previsto che la Commissione possa “analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento”. Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell’attività creditizia, sino a coinvolgere le stesse operazioni bancarie, ovvero dell’attività di investimento nelle sue varie forme. Occorre considerare la natura privata degli enti interessati la cui attività costituisce esercizio della libertà di iniziativa economica riconosciuta e garantita dall’articolo 41 della Costituzione. […] condizionare, direttamente o indirettamente, le banche nell’esercizio del credito, nell’erogazione di finanziamenti o di mutui […] si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione».
A me pare che, informalmente, questo sia sempre accaduto: credo che gran parte delle sofferenze bancarie siano sorte da condizionamenti di pressioni politiche (di singoli e di gruppi) che hanno spinto le banche ad erogare credito (sotto forma di finanziamenti e mutui) ad amici degli amici, anche quando doveva risultare chiaro ai concedenti direttori compiacenti che la restituzione sarebbe stata per lo meno problematica. Ora forse la Commissione potrebbe accertare (indipendentemente dalle inchieste della magistratura sui singoli casi) l’esistenza e la diffusione del fenomeno al fine di prevedere/suggerire più efficaci interventi legislativi a prevenzione ed a sanzione di questo malcostume probabilmente diffuso e sicuramente nocivo per la sicurezza del sistema bancario e per la difesa del risparmio. Se non si previene la causa prima delle sofferenze bancarie, si finisce poi col dover sopportare il peso degli interventi necessariamente riparatori, spesso effettuati con denaro pubblico, per scongiurare fallimenti bancari e per risarcire i risparmiatori; interventi a posteriori, opportuni anche se non semplici, sia perché sono vietati gli aiuti di stato; sia perché si giunge a spacciare per aiuti di stato (vietandoli arbitrariamente!) i possibili interventi del Fondo Interbancario privato; sia infine perché il bail in, che scarica sui risparmiatori il peso delle perdite dissennate, è una soluzione ingiusta che grida vendetta al cielo.
Ella pone anche il «tema di possibili interferenze delle attività della Commissione in ambiti di competenza di varie autorità di vigilanza». Discorso ineccepibile. Ma forse l’attività della Commissione potrebbe condurre a evidenziare o un esercizio inefficace dei poteri e doveri di vigilanza (imputabile a singole persone investite di tali funzioni) o, addirittura, l’inefficacia strutturale delle autorità istituite, che non possono travalicare gli argini entro cui devono contenere l’esercizio della loro funzione ma devono contenerla entro recinti normativi, inderogabili per chiunque operi “istituzionalmente”. Ciò rende forse la loro operatività asimmetrica ed inefficace rispetto alla complessità delle dinamiche in gioco (sempre più complicate dalle “menti sopraffine” e perverse dei cardinali del dio denaro e dei signori della finanza creativa che escogitano in continuazione percorsi elusivi, devianti e anche criminali rispetto ad ogni norma. Se questa ipotesi è anche parzialmente vera, le autorità rischiano di ridursi alla classica foglia di fico: quella di ostentare un controllo formale, strutturalmente inefficace, offrendo di fatto una copertura a trasgressori di regole senza scrupoli e sempre più scaltri nell’ideare percorsi bordeline ed anche devianti ma difficilmente perseguibili. Perché i controlli delle autorità di vigilanza sono stati spesso poco efficaci? Incapacità? Ignavia omissiva? Tacita complicità dei controllori? Quali sanzioni prevedere per tali casi? Lo suggerisca la Commissione al legislativo. O inefficacia strutturale dei poteri di vigilanza esistenti? E, in tal caso, suggerisca la Commissione alle Camere qualche ipotesi di correzione o di rimedio.
Porre il problema di evitare «possibili interferenze» mi pare che possa determinare il rischio di legare le mani preventivamente alla Commissione o di depotenziarla, escludendola da indagini su competenze delle autorità di vigilanza; qualcuno, inoltre, potrebbe sentirsi autorizzato a negare spazi di indagine essenziali alla Commissione. Il che sarebbe increscioso.
Ella scrive che «L’obiettivo della tutela del risparmio, a difesa dei cittadini, sancito dall’articolo 47 della Costituzione e che deve ritenersi ineludibile riguardo all’attività della Commissione d’inchiesta, richiede, infine, di prestare attenzione al delicato profilo delle informazioni detenute dalle autorità di vigilanza.» Questo mi pare che possa ulteriormente rafforzare le perplessità sopra espresse, finendo con l’autorizzare certe autorità ad adottare un atteggiamento ostruzionistico rispetto alle indagini della Commissione o inducendo quest’ultima ad una sorta di onanismo autolimitativo. A mio modestissimo avviso, proprio l’obiettivo della tutela del risparmio (quello vero; non quello derivante da illeciti arricchimenti o da retribuzioni esorbitanti) esigerebbe una indagine approfondita e non rinunciataria di fronte a possibili obiezioni di solerti controllori più preoccupati di difendere i segreti, spesso indifendibili, di investitori e di ricchi operatori del settore finanziario.
Oggi troppi “risparmi” sono frutto di operazioni illecite celate dal segreto bancario; e sono canalizzati verso investimenti finanziari, verso prodotti di fantasia (non di rado farlocchi), verso paradisi fiscali (esistenti persino dentro questa nostra Unione necessaria ma così mal realizzata), verso foraggiamenti di attività criminali (si pensi all’usura e… non solo ad essa). La tutela del risparmio (quello vero e onesto) avrebbe dovuto condurre le forze politiche a reintrodurre la distinzione delle banche di affari (che canalizzano le risorse verso la speculazione) da quelle di credito e risparmio, aventi come fine l’uso produttivo del risparmio per scopi di finanziamento delle attività imprenditoriali del territorio, cioè di quelle attività economiche concrete che creano lavoro e diffondono il benessere. Se condivide questo pensiero, perché non ne fa oggetto di un prossimo Suo messaggio alle Camere?
Infine Ella ricorda ai Presidenti «come l’obbligo [al segreto professionale] – richiamato dall’art. 6 della legge – sia volto a scongiurare l’allarme che la diffusione indebita di informazioni relative alla gestione degli enti creditizi e delle società finanziarie può suscitare tra i risparmiatori e sui mercati». Ma, supponiamo che la Commissione pervenga a scoperte (o conferme di quanto già autorevoli studiosi hanno rivelato e criticato) sulla gestione borderline di varie banche e su quella, spesso irresponsabile, delle società finanziarie; cosa dovrebbe fare in questo caso la Commissione? Il pesce in barile? O non piuttosto rovesciare una valanga di fuoco e fiamme su questi assetti attuali nel tentativo di avviarne un necessario risanamento?
Io penso che anche tutti i semplici cittadini, assieme a Lei, Presidente, dovremmo fare il diavolo a quattro per invocare un quadro di regole totalmente nuovo. O forse dovremmo evitare di proferire qualsiasi critica per timore di contraccolpi punitivi dei mercati, magari perpetrati a suon di spread?
E veniamo all’ultima questione, per me fondamentale. L‘attuale sistema bancario è caratterizzato da un conflitto di competenze colossale: la BCE controlla le banche ma è posseduta (in quote diverse) dalle Banche Centrali (nazionali solo di nome, ma possedute a loro volta dalle banche sottostanti, che detengono quote diverse del loro capitale). A cascata, il controllore è posseduto dal controllato. Può mai funzionare egregiamente una situazione di tal genere? Non ravvisa anche Lei un pauroso conflitto di interessi strutturale? A mio parere l’Istituto di emissione dovrebbe essere del tutto autonomo (quanto e ancor più di una Corte Costituzionale) ma pubblico, cioè posseduto da Banche Centrali realmente nazionali (anch’esse autonome ma pubbliche). Così non è.
Quegli ingenui dei signoraggisti favoleggiavano di arricchimenti degli istituti di emissione per la differenza tra costo delle banconote e il loro valore, che ritenevano venisse incamerata da tali istituti. E alcuni di loro suggerivano l’idea sconsiderata di una emissione statale senza limiti, su ordine del governo. Alcuni tentarono (ovviamente senza successo!) di avviare una modifica del sistema per via giudiziaria, senza considerare che la magistratura giudica de iure condito. E non potrebbe essere altrimenti. Il ricordo della loro ingenuità suscita tenerezza. Ma avevano colto un nucleo di verità incontrovertibile: una modifica dell’assurdo assetto attuale è politicamente necessaria. E sta ai legislatori idearla e costruirla. I semplici cittadini magari possono provare ad elaborare qualche ideuzza; e possono anche pacatamente e civilmente suggerirla ai politici di qualsiasi orientamento. È ciò che ha fatto recentemente il gruppo di studio Siracusa Resiliente: ha elaborato varie proposte, ne ha selezionate otto e le ha offerte ai politici del territorio aretuseo.
Probabilmente Ella sarà tra i prossimi destinatari di tali proposte.
Concludo suggerendoLe una riflessione: certamente la nostra situazione debitoria sarebbe di gran lunga meno grave se la moneta non fosse emessa a debito (per mera convenzione, visto che essa non è ormai da tempo convertibile o pagabile in oro). Immagini per un attimo un Istituto Centrale di Emissione (sostitutivo dell’odierna BCE), del tutto autonomo ma pubblico; immagini che esso consegni la moneta prodotta (in quantità autonomamente stabilita) agli Stati, in rapporto alla loro consistenza demografica; e immagini che non siano più le banche private ad ottenerla a tasso di favore (oggi pari a zero) per poi prestarla agli Stati a tasso di mercato (contribuendo ad indebitarli); immagini che le banche utilizzino solo la moneta dei risparmiatori; e che debbano anche pagare una piccola tassa allo Stato per la moneta contabile che creano ex nihilo grazie al principio della riserva frazionaria, fingendo di avere ben oltre il 10 % della moneta reale depositata dai risparmiatori. Non lucrerebbero più la differenza tra il tasso zero che pagano alla BCE e il tasso che pretendono dagli Stati. E produrrebbero moneta contabile in misura controllata (evitando un azzardo eccessivo) e pagando un tot per tale creazione di simil-moneta contabile interbancaria. Ci rifletta un po’.
E non abbia troppe esitazioni ad incoraggiare la Commissione, piuttosto che a suggerire prudenza e a ricordare vincoli. Forse sarebbe auspicabile una politica più determinata nell’intento di correggere il sistema; più costruttiva, più coraggiosa. Più dalla parte dei cittadini (e mi riferisco ai cittadini tutti, soprattutto a quelli senza stelle, senza bollini, senza appartenenze…) e meno dalla parte delle banche. Le quali hanno forse sottomesso il potere politico (di qualsiasi colore) e lo tengono al guinzaglio del debito. Di un debito in gran parte illegittimo; che va ridotto con misure alternative rispetto all’insopportabile salasso previsto dal fiscal compact. Buona meditazione. E un cordiale saluto.

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