Fenomenologia del corpo sociale nell’era dei social

Il carattere pervasivo della comunicazione totale ha immesso dentro l’inedito caleidoscopio illusionistico l’universo intero delle soggettività

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

Sino a 15 anni fa circa – quando non c’erano ancora né i social né facebook –, il detto “siamo tutti allenatori della nazionale!” era – oggi si è estesa a tutte le latitudini – metafora polemica che eleggeva il calcio ad “idealtipo”, quale ambito di libero confronto, nel senso che ciascuno esprime il proprio parere – su partita, valore dei giocatori, errori commessi, arbitro venduto, allenatore capace, ecc. La legittimità di ogni opinione (che dal calcio può riguardare la politica o altro, per intenderci!) restava, a quel tempo, confinata in luoghi topici: tra amici, oppure, ironicamente esemplificata nel detto “discussioni da bar”, o alle fermate del bus. Infatti, sino a due decenni fa, le relazioni socio-culturali erano mediate dal ruolo di corpi sociali di rappresentanza (partiti, associazioni, sindacati, organismi professionali, centri vari, ecc.), pur fragili nella loro declinante “solidità” – la “liquidità” incipiente li avrebbe ben presto resi evanescenti –, ma che fungevano da filtro della parola proferita.

L’opinione pubblica (già veicolata dalla stampa, radio e TV) si consolidava nella sua ricchezza plurale, divisiva o meno, grazie ai luoghi di incontro – assemblee, convegni, incontri specifici, iniziative tematiche, riunioni politiche, ecc. – che assicuravano un carattere selettivo della “presa di parola”. Si trattava certo di occasioni pubbliche ed aperte, e se a quegli incontri c’eri, o decidevi di parlare – se avevi qualcosa da dire –, oppure condividevi o meno i punti di vista emersi nel confronto. Mentre restava fuori/esterno l’altro spazio residuale, ma molto più ampio: appunto, le “discussioni da bar”, con le libere opinioni sul “tutto”.

In quei luoghi, se pur ricchi fisicamente di persone, la presenza era imparagonabile allo spazio di “telepresenza” e immediatezza dei social/facebook, che, negli ultimi 15 anni, ha via via iniziato a connotare le forme della comunicazione diretta, scandendo oramai (quasi) interamente la nostra vita. Il carattere pervasivo della comunicazione totale ha immesso dentro l’inedito caleidoscopio illusionistico l’universo intero delle soggettività – sia coloro che lentamente vedevano sciogliere i classici luoghi “solidi” di incontro, sia coloro che – fuori da quei luoghi solidi del “passato” dove non avevano mai messo piede –, da questo momento in poi, sono saltati con facilità e rapidità dalle “discussioni da bar” ai social, a facebook. Cessava l’epoca dei filtri selettivi, dal momento che internet e il web (volto “tecnico-scientifico” della globalizzazione) sono diventati il nuovo Panopticon che ingloba tutti. Sia chiaro, una globalizzazione che, unificando tutti, mentre metteva in «presa diretta il mondo», ha fatto venire meno ogni differenza tra dentro/fuori, interno/esterno, rendendo più pervasivo il distacco tra “alto” (i pochi, ricchi e potenti che possono) e “basso” (i moltissimi che arrancano o si disperano).

La crisi del 2007 segna la data paradigmatica in cui questo processo s’è andato assestando irreversibilmente, sino a rendere – nell’esasperata solitudine dell’immediatezza comunicativa del web – parole e linguaggi più taglienti, corrosivi, al limite del rancore e del risentimento. Nei tempi della virtualità del web, la “parola” è esplicitata nella sua inevitabile riduzione semplificatrice, nel suo semplicismo, oltre che nella sua immediatezza umorale e polemica. Non solo siamo «tutti allenatori della nazionale», ma anche «tutti virologi ed esperti di vaccini»; «tutti esperti di scie chimiche (sic!)» – qualcuno è così tornato a riproporre l’ipotesi infantile «dell’asino che vola!» –, ed anche tutti esperti di scienze varie; e via dicendo. Non escluso quel “siamo tutti cittadini!” che, ammantata del democraticismo à la Rousseau, costituisce la “ragionevole ideologia” del movimento populista del terzo millennio italiano.

Neopopulismo e web formano un plesso che si costituisce nel loro simultaneo accadere, mentre le profonde e materiali diseguaglianze che la crisi del 2007 ci ha scaricato addosso fanno da detonatore socio-culturale, oltre che politico. Non solo, ma proprio nel combinato disposto che lega la pervasività totalizzante di web e social alla crisi di lavoro e prospettive, che blocca ogni proiezione verso un futuro positivo – il “presentismo immobilizzante”, di cui parla la sociologia contemporanea –, sono tornate prepotenti certe concezioni culturali di “complottismo” che hanno esteso il loro raggio d’azione e d’influenza culturale.

Da qui, gli effetti pervasivi e vistosi di quel neo “cospirazionismo” infantile che alberga dentro le forme di analfabetismo funzionale contemporaneo, riproponendo a dismisura e in modo surreale le vecchie “discussioni da bar”. Al punto che non si fa parte o non si entra più dentro specifiche “comunità linguistiche” in punta di piedi, per aver acquisito competenze o maturato, con studi seri, un determinato specialismo disciplinare, una determinata esperienza tecnico-scientifica, bensì adesso è l’idea stessa di “comunità linguistica” ad essere messa radicalmente in discussione, di fronte alla (pretesa della) avvenuta con-fusione tra episteme e doxa, al venir meno della radicale, eterna distinzione tra scienza e opinione. Tutti possiamo parlare di tutto, vantandone ragione!

Lungi da noi voler ripristinare una sorta di nostalgica (sic!) “aristocrazia intellettuale” – ci mancherebbe! Anche perché siamo ben consapevoli che l’imprescindibile operazione decostruttiva in grado di fare sempre il “contropelo” al plesso sapere/potere – quasi che la lezione genealogica di Foucault fosse passata invano – costituisca doverosa funzione critica da esercitare sempre, essendo vero infatti che tutti i “saperi” producono sempre i loro effetti/giochi di verità. Ma ciò che è in atto come “metafisica influente” del nostro tempo – e che qui proviamo a evidenziare – è la pretesa di sottoporre la “validità” degli approdi specialistici/disciplinari a una sorta di referendum popolari, sdoganando l’incompetenza come inedita e surreale «forma di governo politico».

Tutto ciò altro non è che l’esito concreto, materiale, fattuale creato da internet e dai social. È bene prenderne atto con disincanto, al fine di costruire le condizioni per una vasta e consapevole controffensiva culturale, oltre che politica. La strada è lunga e peraltro non si sa come andrà a finire.

 

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