La diaspora dei sette candidati alla segreteria del PD: Boccia, Corallo, Damiano, Martina, Minniti, Saladino e Zingaretti
La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018
Ci piacerebbe ascoltare in questo nostro territorio una riflessione sulle prospettive della sinistra italiana, della quale il PD (o ciò che ne rimane) dovrebbe ancora ritenersi magna pars. E magari dialogare con qualche esponente di quel partito, forse in via d’estinzione. Per suggerire qualche spunto; o per porre quesiti sulle future alleanze (necessarie) o su futuri contratti di governo con altre forze, poiché ci sembra poco credibile che il PD possa aspirare a conquistare da solo una maggioranza. Anzi, sembrerebbe quasi che il PD abbia rinunciato ad aspirazioni governative. E, più che ad alleanze, pare che da quelle parti si pensi a nuove possibili scissioni. Sette candidati segretari (come le stelle dell’Orsa maggiore!) sono un chiaro segno di una disgregazione in corso o di una diaspora non scongiurata. Sette: Boccia, Corallo, Damiano, Martina, Minniti, Saladino e Zingaretti.
Tolto Boccia, che non sembra avere molte possibilità di essere eletto segretario, e Gentiloni (che non è in corsa e che al tema accenna sommessamente) gli altri notabili si guardano bene dall’affrontare il nodo delle alleanze necessarie. La rinuncia allo svolgimento di una funzione governativa appare come un adeguamento alla scelta di un tizio che ha deciso di sdraiarsi sulla riva di un fiume a sgranocchiare pop corn in attesa, forse, di veder passare i cadaveri dei suoi avversari. Anche se oggi i suoi fedeli ne prendono timidamente le distanze ed anche se egli prende le distanze dal congresso, il futuro rimane incerto: molti si chiedono se l’innominato uscirà dal PD per proporre un suo personale partito come possibile calamita per una aggregazione antipopulista; altri se lo auspicano, anche se non lo dicono apertamente o fingono di mirare ad uno scenario diverso, ma la questione renziana continua a bloccare quel partito e, di conseguenza, tutta la galassia della sinistra rimane priva di una prospettiva politica.
Dove si collocherà il PD e quali forze tenderà ad aggregare? Questa domanda, a nostro avviso ineludibile, non viene neanche formulata dalla maggior parte dei notabili. E di conseguenza nessuno si azzarda a formulare ipotesi sul da fare e sulle prospettive da costruire. Col risultato che il PD si limita a fare opposizione inviando nei salotti televisivi dei personaggi che si esagitano nel criticare tutte le scelte dell’attuale governo: uno, bifronte e trino. Opposizione di maniera. Dissennata e per nulla costruttiva: tutta confinata nel presente, in cui bisogna dire di no ad ogni sussurro della disomogenea maggioranza di contratto. Tutto ciò che essa fa sarebbe sbagliato; tutto criticabile. E poi? Dopo la furibonda battaglia delle europee di primavera, forse il governo di Conte e dei due soci rivali avrà il tempo di procedere a importanti nomine (sulle quali i due contraenti litigheranno, magari facendo il tiro alla fune, ma alle quali certo non rinunceranno). E dopo? Dopo, molti nodi verranno al pettine e sarà difficile mantenere in vigore il contratto. A meno che i due contraenti-rivali, arbitrati dal signor Conte, non riusciranno veramente a scatenare un conflitto istituzionale contro una coalizione esterna: la BCE che emette l’euro; il SEBC o sistema europeo delle banche centrali, che possiedono in quote diverse la BCE e che sono possedute dalle banche sottostanti, pur essendo investite (in palese conflitto di competenza) della funzione di controllarle; l’Unione ancora senza una Costituzione (surrogata sine die da trattati) e governata in modo assai discutibile da poteri non bilanciati e non tutti legittimati da un voto democratico; ecc. Tale fronte esterno potrebbe favorire una compattezza interna del governo di contratto, a dispetto delle divergenze tra i contraenti. Nella storia è capitato spesso che un potere politico si sia rafforzato trovando un avversario esterno come collante del consenso interno.
Purtroppo una prospettiva di tal genere appare anch’essa nebulosa: i due soci punterebbero verso una razionalizzazione riformista dell’emissione della moneta unica (mantenendola) o verso la rinuncia ad essa, uscendo dall’euro? Proporrebbero con determinazione una riforma del ruolo della BCE, provando a trasformarla in Istituto Centrale di Emissione, pubblico (e non solo, come è ora, di diritto pubblico ma di proprietà quasi del tutto privata), autonomo ma non sovrano, o procederebbero verso uno spianamento drastico dell’esistente, con la potenza distruttiva di una ruspa? Impossibile prevederlo. È tuttavia più probabile, riteniamo, che il contratto non regga e che (dopo le nomine) le strade si separino. In tal caso la Lega si proporrà come il polo di riferimento di un’alleanza delle destre (anche di quella liberista), continuando a fare la voce grossa in Europa, ma sostanzialmente rimanendo entro la cornice istituzionale attuale.
Il miraggio renziano di dar vita ad un partito di centro e, successivamente, ad una prospettiva di alleanza con Berlusconi, con la Bonino e forse anche con la Meloni in funzione antipopulista (e, quindi, anche antileghista) si dissolverà forse come neve a primavera di fronte alla constatazione di una probabile insufficienza numerica di consensi. E il maggior partito della sinistra si potrebbe trovare con gli animi dei suoi miltanti esarcebati da una velenosa lotta all’ultimo insulto con i cinquestelle e con un vuoto di programmi e di prospettive. Ed anche con un pacchetto di consensi piuttosto consistente ma insufficiente a costituire una massa critica in grado di aggregare una forza di governo. Lo stesso destino potrebbe arridere (si fa per dire) ai cinquestelle, già oggi superati da Salvini nei sondaggi e probabilmente condannati prossimamente dagli elettori al ruolo di seconda forza.
A tal punto la formazione di una maggioranza potrebbe essere ancora più difficile di quanto non sia stato il parto dell’attuale governo di contratto. E forse il contratto del prossimo governo potrebbe avere come protagonisti Salvini e le destre (quella liberista berlusconiana e quella nazionale della Meloni); e il neonato partitello del centrodestra renziano potrebbe finire in questo calderone, se risultasse necessario numericamente, o rimanere isolato. Scenario comunque deludente! E da evitare.
Ma il PD che fa o che intende fare per scongiurare ipotesi di sviluppi così demoralizzanti? È auspicabile che voglia almeno avviare una serie di dibattiti pubblici, a più voci, con la galassia della sinistra plurale e con il più probabile alleato di domani. Ma per farlo dovrebbe porsi una domanda: si ritiene più inconciliabile con i riformisti pentastellati o con le destre? Qui sta il busillis.
Purtroppo non ci sembra che quel partito (o ciò che ne resta) abbia voglia di riflettere e di dialogare. La base tace, costernata e smarrita. Al vertice la questione della segreteria monopolizza ogni attenzione. Alcuni attivisti di un tempo si limitano ad uno scambio di timidi sussurri. Ma solo a porte chiuse. Cogli apolidi di una sinistra plurale, orgogliosi del loro stato di liberi elettori, neanche una conversazione informale davanti ad una pizza da pagare alla romana è possibile. Tra gli abitanti del PD e quelli dell’arcipelago che lo circonda (gruppi, associazioni, movimenti, ecc.) non è di moda conversare neppure a cena.
Errore! Rifiutare un invito di Calenda, che si propone per la segreteria rivelando di avere in mente la prospettiva di un fronte repubblicano (all’americana), sarà un atto sgarbato ma potrà anche avere, politicamente, un senso, giacché egli appare più liberista che socialdemocratico. Chiudersi ermeticamente con tutti, rifiutando un libero dibattito sui temi che la sinistra non dovrebbe eludere, ci sembra una follia. Ma così è.
Qui, a Siracusa e dintorni, il PD c’è arrivato da tempo alla follia pura: da quando in una lista elettorale con capolista bloccato ha collocato solo in terza posizione (dopo l’etrusca Maria Elena e dopo Fausto Raciti, pressoché sconosciuto all’elettorato siracusano) la naturale candidata del territorio (Sofia Amoddio), che pure aveva lavorato intensamente nella sua commissione ed aveva curato incontri significativi con i cittadini elettori della circoscrizione, affinché avessero contezza delle attività parlamentari e anche per raccogliere le loro opinioni e valutazioni.
Così vanno le cose dalle nostre parti. Ad onor del vero non vanno bene neanche per le altre formazioni politiche. Alcune delle quali si stanno svuotando per riposizionamenti, per fughe dai berluscones e per approdi, almeno temporanei, nello spazio dell’astensione. In attesa di chiarimenti del quadro generale. Intanto c’è chi teme l’arrivo di una fase di recessione o, addirittura, del “cigno nero”. Buona fortuna a noi cittadini. Non ci resta che affidarci ai buoni auspici e allo stellone o alla fortuna secunda. Al PD… buona meditazione.

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