Oggi imprenditori furbi hanno capito quanto si può guadagnare su spazi esclusivi ma è la parte pubblica che deve sviluppare un progetto unitario di riqualificazione
“Il patrimonio degli equivoci“. Si intitola così il libro inchiesta uscito in questi giorni per la collana Agave (edizioni Torri del vento), scritto a due mani dal giornalista pubblicista Antonio Gerbino e dall’architetto Francesco Santalucia.
E il sottotitolo è già il senso del lavoro: “Allarme beni culturali in Sicilia“.
Nella prefazione si spiega che da quando, poco più di quarant’anni fa, lo Stato ha decentrato i poteri in materia di beni culturali, la Regione Sicilia, piuttosto che promuovere la partecipazione democratica dei cittadini alla politica della tutela e della valorizzazione, ha creato in sostanza un sistema parallelo “che ha messo in ombra sia l’una che l’altra, privilegiando il finanziamento di una miriade di singole iniziative, effimere e decontestualizzate, prive di un vero disegno di politica culturale. Uno dei patrimoni culturali più importanti del mondo è diventato così un patrimonio degli equivoci, cosa che ha demotivato e delegittimato le migliori professionalità, strumentalizzando i bisogni di migliaia di precari e bloccando le prospettive di lavoro di tanti giovani qualificati”.
L’analisi dello stato di fatto insieme a quella dei singoli capitoli di bilancio evidenziano, a detta degli autori, un’emergenza gravissima, dalla quale è forse possibile uscire solo attraverso un ripensamento serio della politica siciliana dei beni culturali.
L’architetto Francesco Santalucia, da sempre impegnato nella valorizzazione e promozione del patrimonio culturale e umano (ha curato tra l’altro la proposta ufficiale per l’istituzione del Parco delle Madonie), già dirigente all’Assessorato regionale dei Beni Culturali, tra le varie attività si è occupato anche del restauro di Castel Maniace e di Piazza del Duomo a Siracusa: l’esperto giusto a cui rivolgere alcune domande in merito alla “riqualificazione” della Piazza d’armi del Maniace.
Architetto Santalucia, nel suo ultimo libro lei e Antonio Gerbino affrontate il tema del rapporto tra valorizzazione e conoscenza dei bbcc. Vuole parlarci dei dati del sondaggio che avete commissionato a Demopolis sugli effetti di tali interventi di valorizzazione rispetto ai beni culturali?
A me sembra – ed è la conclusione del nostro lavoro confermato dai dati dell’indagine di Demopolis – che la Regione Siciliana non sia riuscita ad assolvere al compito fondamentale della valorizzazione del proprio patrimonio culturale e delle sue comunità.
Nonostante l’apertura di nuovi numerosi siti, i dati sull’affluenza si mantengono costanti. Dal 2000 ad oggi il numero complessivo di visitatori non è cambiato se non per cifre insignificanti nel totale e per percentuali invece rilevanti in siti alla moda come Taormina, Siracusa, Agrigento; ma neppure Palermo ha visto un significativo aumento.
Per tutti un esempio per esperienza diretta: Villa del Casale, nei primi anni del 2000, raggiunse i 450 mila visitatori; la regione siciliana ha speso 18 milioni di euro per interventi di rinnovamento delle coperture e del modello espositivo; da allora i visitatori sono diminuiti sino ad attestarsi attorno a 300 mila mentre quelli di Morgantina sono diminuiti nonostante il lancio mediatico del ritorno di reperti esportati clandestinamente verso musei statunitensi.
E dunque, quale sarebbe la via da seguire per raggiungere l’obiettivo?
Intanto rendersi conto che non sono gli interventi spettacolari a fidelizzare i visitatori e che se un bene non contribuisce alla vita quotidiana delle comunità presso cui si trova, se non ne diviene in qualche modo identità, difficilmente interesserà i visitatori più che per una superficiale occhiata. E quindi occorre progettare un “museo” non un’architettura o un evento e per far questo occorre investimento in denaro, tempo, passione, cultura. Senza illudersi che i numeri facciano l’economia.
Ha avuto modo di seguire la polemica sul progetto di riqualificazione della Piazza d’armi di Castel Maniace? Si è fatto un’idea in proposito?
Premesso che sono lontano da Siracusa da venti anni, non posso nascondere che seguo con ansia l’impoverimento del dibattito che ormai si incentra su questioni laterali alla questione della conservazione, dello studio e della valorizzazione del patrimonio. Ortigia è tutta un monumento e nessuno ha ringraziato chi negli anni sessanta impedì la distruzione dell’isola. Siracusa è tutta patrimonio archeologico ma pochi ricordano il prg proposto da Cabianca che salvava il patrimonio e proponeva una città moderna. E, forse, non speculativa.
Oggi imprenditori furbi hanno capito quanto si può guadagnare su spazi esclusivi, sul ricordo dell’antico, facendo leva su nostalgia, rimorsi tardivi e facili popolarizzazioni. Non intervengo ovviamente su ragioni o torti ma ricordo che è la parte pubblica che avrebbe dovuto sviluppare un progetto unitario di riqualificazione, dalla punta estrema di Ortigia sino alla piazza Federico secondo: altrimenti il restauro della casa fortezza federiciana, il recupero del percorso a mare, il riuso della caserma Abela come sede di una facoltà universitaria, che mi pare tra l’altro sempre più stancamente sorretta dalle istituzioni, che senso avrebbe avuto?
Certo, stando ai dati dei visitatori prima dell’ultima chiusura, 60/70 mila persone all’anno soddisfano interessi economici assai più dei pochi spettatori di spettacoli serali e tutto questo gran da fare in concomitanza con la riapertura del castello.
Non è tanto l’architettura del punto di ristoro che mi scandalizza – forse comunque troppo scopertamente ispirata ad architetture ormai di moda, senza riuscire a proporre modelli innovativi come ad esempio quello del Serpentine Pavillion nel museo dei KensingtonGardens a Londra, opere effimere affidate a progettisti di volta i volta diversi, dedicati, in estate, ad accogliere e ristorare i visitatori del parco.
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Bensì piuttosto la pochezza dell’ispirazione planimetrica per la quale ci si arrampica su impervi pendii di citazioni da Archimede senza riflettere sulla storia del luogo, sul significato di piazza risolta con aiuolette degne dei peggiori servizi pubblici del verde. E non se ne abbiano i progettisti, ma un pavimento è un pavimento, una villa è una villa.
Mi sembra prevalere la possibilità di captare il flusso dei visitatori e su questo forse si deve riflettere. E sull’incapacità di elaborare un progetto complessivo di fruizione al piede della “scoglio”, progetto avviato già tanti anni fa proprio dalla Soprintendenza e dalla Amministrazione comunale, abbandonato ed evidentemente dimenticato.
Vuole ricordare brevemente le principali indicazioni di questo progetto?
Fin dall’inizio, e cioè nel 1989, il progetto di recupero del castello prevedeva che gli spazi tutt’intorno fossero spazi urbani, civici, sempre fruibili, e tra questi il margine tra terra e mare al piede dello scoglio. Realizzammo una banchina di protezione al piede delle mura, con pietra lavica, che dopo più di venti anni è perfettamente funzionale e permetterebbe un percorso perimetrale del castello con punti di vista particolari e l’accesso al mare senza bisogno di terrazze prefabbricate.
Poi prevedemmo l’impianto di un giardino nello spazio del bastione sotto la spianata e a ridosso di quella che è oggi la sede del nucleo tutela patrimonio artistico ma che per noi era allora la casa dei marescialli. Il progetto, che ha ottenuto riconoscimenti nel settore specialistico del verde, è stato abbandonato e dimenticato.
Ma anche per la piazza d’armi pensammo qualche cosa che si concretizzò nella promessa dell’allora ministro della difesa (1998/1999) di consegnare la caserma Abela alla Soprintendenza perché la stessa era già tra i beni artistici del demanio dello stato. È ottimo l’utilizzo come sede universitaria ma l’università non gestisce minimamente quegli spazi esterni e le aree del castello sono comunque di difficile accesso nel loro insieme: risolti i problemi statici, e direi ottimamente, si dovrebbe pensare a buone soluzioni dei problemi di sicurezza per far sì che anche la piattaforma borbonica diventi spazio urbano fruibile ogni ora del giorno.

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