Il silenzio della U.O. Beni Paesaggistici: parla invece l’architetto Greco
Quale ginepraio si sta rivelando il progetto per la riqualificazione della Piazza d’armi del Maniace!
Andiamo per ordine e partiamo dal decreto con cui, l’11 luglio 2017, il Dipartimento Regionale BB.CC. autorizza l’Agenzia del Demanio alla concessione in uso, come da richiesta del 24 maggio 2017.
È in questo atto che si cita il vincolo architettonico dell’area dell’ex piazza d’armi emanato con DDS 6903 del 02/07/2008, e non 2018 come riportato erroneamente.
Ma non è solo questa la svista, veniale: ne abbiamo scovata un’altra, un’incongruenza se si preferisce. Dal sito del Dipartimento risulta infatti che il vincolo è imposto su Foglio 167 particella 6037 sub 3, 6-11, che però non corrisponde con la particella indicata nel Decreto: Foglio 161 particella 2236. Forse un mero errore di trascrizione? Un aggiornamento dei dati catastali? Altro?
Solo attravers
o i documenti depositati si potrà arrivare alla risposta.
Intanto sappiamo che la Soprintendenza di Siracusa, con nota del 19 giugno 2017, ha rilasciato il proprio parere favorevole comunicando che “la destinazione d’uso dell’immobile è finalizzata ad ospitare eventi culturali e/o celebrativi nonché stand per attività ricettive in generale, è compatibile con la natura del Bene in oggetto e che la stessa non è in contrasto con la precedente destinazione d’uso”; e che, in conformità a tale parere, l’Assessorato ha autorizzato la concessione con le seguenti prescrizioni: “che il bene sia destinato ad usi compatibili con la destinazione d’uso attuale e nel rispetto della valenza storico-artistica del medesimo; che siano adottate tutte quelle misure indirizzate alla tutela e alla conservazione del bene; che sia garantita sempre la fruibilità pubblica del Bene, in orari compatibili e nel rispetto della futura destinazione d’uso; che la nuova destinazione d’uso escluda categoricamente l’uso privato per spazi di sosta o parcheggio, anche temporaneo, di autoveicoli o similari; che non sia destinato ad usi esclusivi e che venga utilizzato sempre per attività aperte alla collettività; che le eventuali strutture da installare siano temporanee e abbiano i requisiti di reversibilità e che siano di dimensioni tali da non invadere la visuale prospettica del Castello Maniace che l’esecuzione di eventuali lavori ed opere di qualsiasi genere, ivi inclusa la variazione d’uso, sia autorizzata, preventivamente, ai sensi dell’art. 21, c. 4 e 5 del D.Lgs n°42/04”.
Dette prescrizioni e condizioni – si specifica – “dovranno essere riportate nell’atto di concessione e la loro inosservanza da parte del concessionario, comunicata dal Soprintendente all’Amministrazione cui il Bene appartiene, su richiesta della stessa Amministrazione, porterebbe alla revoca della concessione”. Lasciamo alle valutazione di tutti, in particolare delle persone più competenti, l’effettiva rispondenza del progetto approvato a quanto prescritto.
Suonano comunque da monito le considerazioni meramente “tecniche” dell’ex soprintendente Beatrice Basile che evidenzia come: “La Piazza d’Armi, così com’è, è un segno storico forte; ed è dunque perfino riduttivo considerarla come una pertinenza del monumento; è essa stessa “monumentum”. E’ in quanto tale che va tutelata. La sua natura di Piazza d’Armi è in quella vasta ininterrotta spazialità che dà tanto fastidio… E quella spazialità non solo rappresenta un valore testimoniale in sé ma, oggi, nella città attuale, costituisce da una parte la prospettiva ideale e immediata per la percezione del Castello /Piazzaforte in rapporto all’imbocco e alla distesa del porto, dall’altra un prezioso spazio di transizione, fisica ed emozionale, fra il tessuto fitto dell’abitato e la distesa monumentalità del castello”.
Uno spazio di transizione fisica ed emozionale! Non poteva esser detto meglio.
E alla Basile ha fatto eco, il professore Paolo Giansiracusa: “L’ignoranza culturale del tempo attuale porta fior di archeologi, architetti e storici dell’arte, a ritenere che il luogo dell’architettura sia costituito solo dal costruito .. Le piazze, le strade, le aree strategiche dei luoghi fortificati, il sagrato di una chiesa… sono spesso considerati spazi di risulta, luoghi da occupare, da riempire … Quell’architettura non costruita della Piazza d’Armi ha lo stesso valore del costruito di Castel Maniace o della Caserma Abela”.
Il rischio, continua la Basile, è che si pensi di realizzare “uno sbarcadero nel fossato (che, tanto per intenderci con qualcuno, non è un qualunque fosso con erbacce buttato là da madre natura, ma un apprestamento difensivo di primaria importanza dell’antica Piazzaforte). Nel caso fosse vero, dobbiamo attenderci di veder spuntare in quel pezzo di monumento (magari non subito ma un po’ per volta) un bel moletto con attracco da un lato, e una spiaggettina con solarium, ristorantino, baretto e servizi igienici dall’altra parte, in compenso del diserbo di quel che resterebbe del fossato?”
Un’ipotesi di fruizione del “fossato” si ritrova anche un lavoro di neo laureandi dell’anno accademico 2011-2012 della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano: “Tramite le scale esistenti alla fine del giardino si può scendere nel fossato, che risistemiamo per farlo divenire parte integrante del progetto, un po’ come avviene nella Marina su tutto il lato ovest di Ortigia. Dal fossato si può raggiungere il mare, si può usufruire della banchina per l’attracco di piccole imbarcazioni ma anche visitare tutta la cinta muraria del castello che attualmente non è accessibile”.
Ma almeno, in quel caso, i 3 studenti prevedevano per la piazzaforte, nella loro proposta anche di ammodernamento di alcuni spazi della Caserma Abela, interventi forse più armonici con il contesto: “Sul lato a ovest prendiamo atto della presenza del grosso muro di contenimento (alto 2,50mt) della vecchia cinta muraria sul mare, lo rendiamo percorribile e costruiamo un edificio in linea che non ne superi l’altezza, così come tutto il progetto. Dietro questo piccolo edificio è presente un giardino di pietra e arbusti contenuto dalle mura; funzionalmente concentriamo qui tutte le attività relative alla fruibilità della piazza e del castello, quali la biglietteria, un bookshop, una caffetteria e i servizi”.
E si ritorna quindi alla possibilità, non si sa perché non valutata, di far rientrare nella concessione demaniale tutto il fabbricato dell’attuale biglietteria, a maggior ragione dopo aver sentito martedì scorso, durante l’incontro all’Urban Center per illustrare (finalmente) il progetto, che la Soprintendenza sposterà la biglietteria “oltre il ponte levatoio”.
Che ne sarà infatti di quel fabbricato che già dall’agosto 2017 si sapeva che sarebbe stato liberato?
A quale uso sarà destinato?
Stupisce, in tutta la vicenda, il silenzio della U.O. Beni Paesaggistici, la prima, lo ripetiamo, che – considerata la necessità di valutare l’impatto visivo della struttura sul complesso e l’interferenza con le visuali di pregio dell’area – avrebbe dovuto esprimersi.
Stupisce anche che, per quanto ci risulta, non sia stato coinvolto il dirigente del Servizio archeologico, l’unico che, in quanto archeologo, avrebbe potuto esprimere parere e vigilare sulle attività di scavo che, come apprendiamo dalla strenua difesa fatta in sede di conferenza stampa dall’architetto Fulvia Greco, titolare della U.O. Beni architettonici, avrebbe interessato solo (!) i 50 cm di pietrisco a suo tempo steso sull’area. Ma siamo sicuri che per gli allacci idrici e fognari sia bastato uno scavo di soli 50 cm? Che l’area sia interessata da emergenze archeologiche è noto anche ai non addetti ai lavori: basta fare un giro nella sala conferenze degli edifici occupati dal Plemmirion per vedere i resti messi in luce da Lorenzo Guzzardi al momento della ristrutturazione.

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