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Gestione o monetizzazione del debito? Nel Contratto c’è reticenza

Persino “Il fatto quotidiano”,  non sospettabile di soggezione al potere forte (privato) dei signori della moneta, ha pubblicato un articolo di un certo Massimo Famularo (esperto di crediti bancari in sofferenza), il quale sostiene “che il debito pubblico non si può cancellare”

 

La Civetta di Minerva, 8 giugno 2018

È sconfortante la crassa ignoranza con cui esperti e giornalisti dissertano del debito pubblico. E lo è ancora di più l’ipocrita dissimulazione di scomode verità dietro una cortina fumogena di disinformazione e di paralogismi con cui si cerca ancora, disperatamente,  di nascondere una verità scomoda ai signori del regime bancario, che ha assunto uno strapotere enorme sulla politica.  E non lascia presagire nulla di buono neanche la celerità con cui è stato fatto sparire dalla prima bozza sul “contratto per il governo del cambiamento” il proposito di chiedere l’annullamento o il congelamento di una parte del debito pubblico (250 miliardi). Nell’ultima bozza divulgata del documento si accennava soltanto ad una imprecisata “gestione del debito”.  Che potrebbe alludere ad un esplicito utilizzo del Q.E. in funzione di una monetizzazione, sia pur parziale, del debito.

C’è stata una frettolosa retromarcia rispetto al proposito annunciato nella prima bozza? O, ricorrendo alla reticenza, si è solo preferito evitare di allarmare i signori della moneta e i mercati?  Persino un  giornale come “Il fatto quotidiano”,  non sospettabile di soggezione al potere forte (privato) dei signori della moneta, ha pubblicato un articolo di un certo Massimo Famularo (esperto di crediti bancari in sofferenza), che pretende di spiegare, attraverso l’esempio del baratto, “perché il debito pubblico non si può cancellare”.  Esilarante per la sua superficialità. 

Altri giornalisti hanno addirittura fatto del terrorismo, sostenendo che pretendere l’annullamento di BOT e BUND acquistati da Draghi sul mercato secondario serva solo a far perdere credibilità ed affidabilità agli Stati che abbiano emesso quei titoli. Esibendo indignazione, hanno sostenuto che lo Stato non può dichiararsi insolvente rispetto ai debiti contratti, perché altrimenti allarma i mercati e fa crescere lo spread.

Ma non è stato affatto ventilato un annullamento del debito relativo a tutti i titoli emessi e tanto meno a quelli posseduti da privati cittadini risparmiatori. La richiesta (di annullamento o, almeno, di congelamento) riguardava solo i titoli del debito pubblico che si trovano in pancia alla BCE (o alle sue consociate Banche Centrali, nazionali solo di nome ma, di fatto, possedute quasi integralmente da banche private).  Quei titoli del debito pubblico (sia pure acquistati da Draghi sul mercato secondario, in ossequio al regolamento attuale della BCE) hanno come contropartita un ugual valore di moneta emessa. Insomma è come se la moneta emessa con il Quantitative Easing fosse un debito per la BCE, a fronte di un suo credito costituito dai titoli di debito pubblico rastrellati.   Per estinguere quel rapporto debitorio/creditorio gli stati dovrebbero consegnare alla BCE tanto denaro quanto ne ha stampato la BCE per acquistare quei titoli di debito pubblico. 

In realtà la BCE ha anche acquistato altri titoli di grosse imprese private; ma non è il caso di complicare il discorso.  Limitiamoci a considerare il rapporto bidirezionale tra BCE e Stati.  Qual è la logica della richiesta che i cinquestelle avevano posto nella bozza e che poi hanno sostituito con la più generica formula “gestione del debito”.  Eccola: tu BCE consideri (convenzionalmente) tuo debito le banconote che emetti (come se fossero assegni o “note di banco” pagabili in oro al portatore). E in genere “presti” la moneta creata alle banche private, che attualmente ti offrono in cambio loro titoli di debito (per valori corrispondenti), impegnandosi a pagare annualmente solo l’interesse minimo che tu richiedi per questo apparente prestito (tasso di sconto, oggi pari addirittura a zero). È chiaro che si tratta di una fattispecie di prestito fittizio, perché se le banche dovessero restituirti tutto il denaro ottenuto “in prestito” non potrebbero mai farlo. Quella moneta è infatti ormai di proprietà di chi l’ha ottenuta legittimamente con il suo lavoro e con transazioni varie  (vendite di beni e servizi). E quella parte che si trova nella disponibilità delle banche serve per la loro attività ed esse non possono disfarsene per restituirla a te, BCE, in quanto si priverebbero della liquidità necessaria al loro operare. 

Gli stati  hanno ottenuto in prestito (oneroso!) parte di quella moneta, indebitandosi realmente e non a tasso di favore, ma a tasso di mercato. Pessimo affare!  Avrebbero dovuto e potuto rivendicare per se stessi quel “prestito” agevolato a tasso di sconto, oggi pari a zero. Tanto più che quella moneta che tu, BCE, stampi, vale solo ed esclusivamente ope legis, cioè grazie alla legge degli stati che la impongono come strumento legittimo di pagamento delle transazioni tra privati e delle tasse. Si tratta infatti di banconote a corso forzoso o legale, non più garantite da alcuna riserva aurea. Non sono pagabili in oro. E probabilmente faranno bene gli stati a chiedere una riforma della BCE per farne un istituto di emissione pubblica (autonomo solo nello stabilire quanta moneta creare per non far crescere l’inflazione oltre il 2%) e per ottenere direttamente quelle banconote in consegna (non in prestito!), in quantità proporzionale alla loro diversa consistenza demografica. 

Ma questo una politica che si voglia far rispettare lo potrà imporre più in là. Per il momento la politica (cioè un governo o più governi che vogliano farsi valere) chiede a te, BCE, di congelare quel debito espresso dai BOT che tu hai acquistato, mantenendo un equilibrio perpetuo fra alcuni tuoi debiti fittizi o contabili (la moneta creata per il QE) e i titoli del debito pubblico da te rastrellati con quella moneta. Di conseguenza sarebbe come se quella quota di debito non esistesse, poiché tu, BCE, non chiederai interessi agli stati, considerato che non li chiedi alle banche per il denaro che oggi fornisci in prestito ad esse. E se quel debito non produce interessi, esso non pesa sugli stati.

La quota della massa monetaria creata con il Quantitative Easing  e controbilanciata dai titoli del debito pubblico acquistati dalla BCE equivarrebbe, per il nostro Paese, a circa 250 miliardi.  Il calcolo è spiegato nella allegata tabella.

Ovviamente tu, BCE o Draghi, congeleresti (o annulleresti per elisione) anche le quote di debito di altri stati per la parte ad essi spettante in relazione alla loro consistenza demografica.  È un discorso demenziale?  Noi non crediamo.  A noi sembra perfettamente razionale.  E ci sembra anche propedeutico ad una revisione più drastica del funzionamento dell’Istituto di emissione.  Non ci sembra logico che la moneta (che riceve valore dalla legge degli stati) debba essere prestata alle banche (private ) a interesse zero e poi da queste agli stati, ad interesse di mercato.

Solo i privati risparmiatori possono legittimamente riscuotere interessi per i risparmi che prestano agli stati. Ma il loro status è diverso da quello dell’istituto di emissione, che crea moneta valida solo grazie alla legge degli stati. I risparmiatori prestano i loro sudati risparmi. E i sacrosanti diritti di costoro non sono assolutamente posti in dubbio.

L’irrazionalità del sistema di emissione a debito (che era in vigore anche al tempo della lira) è concausa perversa (non certo unica) del nostro indebitamnento.  Occorre prendere i provvedimenti del caso. Non uscire dall’euro per ritornare alla lira; ma uscire dal sistema di emissione a debito. 

Le prefiche di regime continueranno a straparsi i capelli ed a piagnucolare come se i provvedimenti adombrati dalla richiesta pentastellata fossero lesivi del diritto del sistema bancario privato di indebitare i 19 stati dai quali la BCE (vertice di quel sistema bancario privato) ha ricevuto l’incarico di emettere moneta a corso legale.   Ma la buona politica e la stampa libera hanno il dovere di spiegare come stiano in realtà le cose. Bisogna mirare al tallone d’Achille del sistema bancario. Non per distruggerlo. Ma per razionalizzarlo. E per affrancare gli stati da una parte indebita o irrazionale del debito che li divora.

Gli euroburocrati provenienti dal sistema bancario continuano imperterriti a ribadire la loro insulsa narrazione ed a sostenere che gli stati indebitati devono subire le loro ricette. Sarebbe ora di metterli in riga. Ma per il momento la richiesta contenuta nella prima bozza di accordo è stata sostituita da una espressione vaga e criptica. Reticenza strategica o ingloriosa retromarcia? Staremo a vedere.

Il nodo del problema per quanto riguarda il rapporto fra politica europea e sistema bancario è quello da noi indicato. L’euro potrà rimanere come moneta unica, purchè sia razionalizzato il sistema di emissione. Le asimmetrie tra le economie dei singoli stati e il surplus delle esportazioni tedesche sono questioni non trascurabili, ma più facilmente risolvibili. Ed è compito della politica farlo al più presto. Ma occorrono politici seri e di grande levatura. Non spaccamontagne e manovratori di ruspe. Riusciranno i cinquestelle ad utilizzare come punto di appoggio il ruggente Salvini per agire, con le giuste leve, al fine di rimuovere i veri ostacoli? Cioè senza togliere di mezzo la UE e l’euro, ma solo i loro attuali difetti e anche la insopportabile casta di banchieri eurodittatorelli? Lo vedremo.

Marco Bersani non nutre molta fiducia al riguardo.  Noi preferiamo aspettare con pazienza gli sviluppi della situazione.

E intanto continueremo a spiegare e a divulgare quel po’ che abbiamo capito, con la speranza che i politici di regime e gli intellettuali contagiati dal paradigma dominante e succubi dell’establishment grattino via un po’ della loro sesquipedale ignoranza su questi temi.

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