Nella rotta Libia-Malta con approdo in Italia. Il Corriere e Repubblica svelano le indagini dei servizi segreti su strani allibi appena al di fuori della nostra rada
La Civetta di Minerva, 25 maggio 2018
Lo scorso 18 novembre Felice Cavallaro e Davide Frattini sul Corriere della Sera hanno posto una serie di interrogativi sugli allibi (trasferimenti di carico, generalmente fuel, da nave a nave) fuori dal nostro porto, sulle reali motivazioni di questi trasferimenti del carico, interrogativi che ancora oggi restano senza risposta.
Titolava l’articolo: “Un triangolo tra Libia e Sicilia, la rotta delle flotte fantasma. Una misteriosa petroliera e traffici illegali in alto mare, l’indagine dei Servizi porta allo scalo di Augusta”. L’articolo diceva: “In quel triangolo di mare tra il caos della Libia, l’isola di Malta e la Sicilia ogni giorno navigano cargo che vogliono mantenere segreta l’identità e il carico trasportato. Negli anni hanno cambiato nome e armatore, hanno issato vessilli diversi ma sempre «di convenienza», concessi da Paesi dove le capitanerie fanno poche domande. …I servizi segreti di alcuni Paesi, Italia compresa, starebbero conducendo un’inchiesta riservatissima attraverso controlli sui tanker che seguono le rotte in queste acque opache: a poche miglia dalla costa nordafricana spengono il trasponder per non essere intercettati, usano le ore di invisibilità per approdare a porti libici come quello di Zuwara. È la stessa area controllata dalle più pericolose bande criminali dedite alla tratta dei migranti, anche il traffico di greggio servirebbe ad alimentare le offensive militari e le operazioni terroristiche dei gruppi estremisti.Sulla via del ritorno i cargo incrociano i complici al largo di Malta e il petrolio (o i suoi derivati) viene trasbordato dall’uno all’altro, spesso con un ulteriore passaggio per nascondere le tracce. I trasferimenti sono un modo per confondere gli spostamenti e non identificare il porto di origine.
“Mentre la petroliera con bandiera di Palau è all’ancora ad Augusta, i cargo che hanno effettuato lo scambio restano nelle acque attorno a La Valletta o seguono rotte dispendiose e all’apparenza senza scopo per poi ritornare al punto d’incontro per altre triangolazioni.L’inchiesta ha consentito di monitorare la suddetta petroliera e di seguire con discrezione le operazioni tecniche di travaso nei depositi delle compagnie autorizzate dell’area di Augusta, in questo e in altri casi. Nessun rilievo sembra possa essere mosso agli acquirenti, considerata la regolarità formale dei documenti in possesso degli intermediari: il greggio ufficialmente risulta provenire da nazioni come l’Arabia Saudita o il Kuwait. Ecco perché chi acquista non commetterebbe reati, considerata la documentazione «legale», anche se i dubbi dovrebbero sorgere visto che il prodotto arriva in Italia a prezzi inferiori rispetto a quelli di mercato.
“La stessa documentazione apparentemente legale alimenta il sospetto di grandi complicità ottenute dai trafficanti in paesi arabi a parole schierati con gli occidentali nella lotta al terrorismo fondamentalista. L’inchiesta, considerata «pericolosa», trova ostacoli non solo per problemi di diritto internazionale, ma anche per le difficoltà con cui si captano le notizie in un’area insidiosa come quella libica e per una cautela nei rapporti con le autorità maltesi”.
Fin qui il Corriere alcuni mesi fa. Adesso è Repubblica che, in un articolo di Carlo Bonini, Giuliano Foschini e Fabio Tonacci (pubblicato a pag. 17 di venerdì 4 maggio) torna sul tema, svelando che vi sarebbe il contrabbando di petrolio alla base dell’omicidio, il 18 ottobre del 2017, di Daphne Caruana Galizia, la giornalista assassinata a Malta. L’Italia, grazie a un’inchiesta della Procura di Catania, ha scoperto che Malta è lo snodo di un traffico internazionale di petrolio di contrabbando. «Ci basiamo sulla buona fede degli imprenditori, non controlliamo se ciò che dichiarano i documenti risponda al vero o meno», dice la funzionaria della Lybian Maltese Chamber of Commerce.
Basterebbe questo per capire perché Malta sia diventata il baricentro ideale di connection criminali tra Libia, Italia, Turchia e paesi arabi e la lavanderia di quel petrolio di contrabbando che ruba denaro al fisco italiano ed europeo (4 miliardi lo scorso anno alla nostra Agenzia delle Entrate).
L’inchiesta catanese Dirty Oil della Guardia di Finanza nell’ottobre scorso è riuscita ad arrivare in fondo a una strada dove la polizia maltese si è sempre guardata bene dal mettere anche soltanto piede ed ha accertato che, tra il 2015 e il 2016, ben 82.000 tonnellate di gasolio di frodo (per un valore di 26 milioni di euro) sono state ripulite certificandone una provenienza diversa. Una rotta del contrabbando che aveva come punto di partenza la raffineria libica di Zawyia, Malta come punto di trasbordo, e Augusta, Venezia e Civitavecchia come approdo. Vendevano gasolio libico spacciandolo come saudita.
La domanda è semplice: com’è possibile che nel controllo delle coste di un’isola così piccola sia sfuggito sistematicamente il traffico di bettoline, pescherecci e vecchie petroliere che in pieno giorno travasavano gasolio di contrabbando sulle Hurd’s Bank, una secca a circa 16 miglia al largo della costa sud orientale? “La Hurd’s Bank – liquida un ufficiale del Maritime Squadron – non rientra nella nostra competenza perché è oltre le 12 miglia dalla costa”. E abbiamo visto che, dall’inchiesta di Repubblica, oggi, maggio 2018 appunto, sembra che nulla sia cambiato.

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