C’è in questa provincia una nuova corazzata di mafiosi

Muovono killer, programmano attentati e bagni di sangue. Il racket mostra i connotati della criminalità organizzata attiva sul territorio negli anni ‘90

 

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

Ustioni di secondo e terzo grado sul 12% del corpo. Viso, collo e arti superiori inclusi. Questo è il bollettino medico dell’uomo che, lo scorso 4 aprile, è rimasto coinvolto nello scoppio del Cumanà, un bar di Viale Teracati. Secondo le ricostruzioni, qualcuno si sarebbe introdotto in fretta all’interno del locale per posizionare l’involucro esplosivo. L’episodio, uno di una lunga serie di avvertimenti da parte di ignoti nei confronti di molti gestori di attività del siracusano, ha suscitato ancora una volta profonda preoccupazione relativa agli effetti delle recrudescenze di questi fenomeni criminosi.

Negli ultimi mesi, a Siracusa e provincia, infatti, il racket sembra mostrare i connotati della criminalità organizzata  che era attiva sul territorio negli anni ‘90: l’obiettivo sarebbe sempre quello di intimorire le vittime tramite azioni che mostrano gli stessi gesti e i medesimi mezzi.
A Pachino s’incendiano le aziende agricole del pomodorino, quelle dell’oro rosso che si esporta orgogliosamente in tutto il mondo e che, oltre a subire la pressione da parte dei trattati UE, patiscono il peso degli atti intimidatori. È accaduto all’azienda dei fratelli Fortunato, dove le fiamme hanno divorato gran parte del magazzino e toccato anche i macchinari presenti all’interno del deposito, stroncando con ogni probabilità il futuro dell’attività e di chi dipende dalla stessa.
A Siracusa si bruciano i negozi e si fanno detonare le bombe carta davanti a pub e paninerie. È il caso della Pasticceria Brancato di via Grottasanta, che lo scorso marzo aveva riportato danneggiamenti nella veranda esterna, ed è anche il caso del pub Hmora di viale Tisia. Qui, l’esplosione aveva svegliato il quartiere di prima mattina e aveva causato danni alla vetrata e ad alcuni arredi. Decisa e diretta la risposta dei gestori del locale che, nell’affrontare il sopruso di dover subire vili azioni, avevano risposto pubblicamente con tenace ironia: <<Hmora ripartiamo, col botto>>.

E l’ombra del racket allunga i tentacoli anche nel centro storico, a Ortigia, perla della provincia aretusea e cuore pulsante del turismo della città: in via dei Mille, infatti, la panineria “Da Andrea” aveva subito a novembre un attentato dinamitardo che aveva divelto la vetrata e danneggiato il palazzo e le auto adiacenti al locale. Simile sorte era toccata poco prima a un’attività dello stesso genere in via Piazza Armerina.

E poi ancora, Marina di Melilli e le fiamme a uno stabilimento balneare; Floridia e l’incendio al Play Coffee; i politici, i pubblici ufficiali e gli imprenditori, dal sindaco Giancarlo Garozzo al vice comandante della Polizia Municipale di Rosolini fino a Giovanni Napolitano: auto incendiate e proiettili recapitati rappresentano un altro volto del modus operandi di chi, allo scopo di assoggettare la vittima, dimostra di essere in grado di operare a qualsiasi ora e in qualsiasi area della città. Dal centro alla periferia, e da mattina a sera, i tentativi di intimorire i bersagli non si arrestano.

Movente di queste azioni criminose sarebbe il mutamento di quella pax mafiosa che aveva consentito ai sodalizi locali di disporre di una solida e sicura operatività in tutta l’area della provincia, e che ora sarebbe in fase di ridimensionamento. Uno sviluppo, questo, non previsto e che mal si accosta a quell’evoluzione che il fenomeno mafioso aveva fatto registrare: il precedente calo esponenziale di atti criminosi diretti e violenti aveva consentito, infatti, di credere a una trasformazione degli interessi  orientato soprattutto in direzione di commesse pubbliche, traffico di rifiuti, spaccio di droga e acquisizione di aziende.

La relazione semestrale 2017 della Direzione Investigativa Antimafia, pubblicata lo scorso febbraio, aveva delineato un quadro esplicativo sulla spartizione del territorio siracusano tra i vari sodalizi locali per cui, più dettagliatamente, sarebbero cinque i gruppi operanti nella provincia: i clan Bottaro-Attanasio e Santa Panagia che esercitano i loro potere nell’area urbana della città, il clan Nardo-Aparo-Trigila, il clan Linguanti operante nei territori di Cassibile e Pachino e, infine, il clan Giuliano.

E la dimostrazione che la mafia sta alzando il tiro, incurante delle conseguenze, è cosa già nota: <<Picca n’havi, quindici giorni, via, mattanza per tutti e se ne vanno>> sono le parole che Salvatore Vizzini, fedelissimo del capo mafia di Pachino Salvatore Giuliano, proferisce riferendosi a Paolo Borrometi, giornalista modicano e coraggioso direttore del giornale on line La Spia. Per lui, si stava organizzando un’eclatante azione omicidaria: <<Dobbiamo colpire a quello. Bum, a terra. Devi colpire a questo, bum a terra. E qua c’è nu iocufocu. Com’era negli anni novanta, in cui non si poteva camminare neanche a piedi>> continua, alludendo nostalgicamente al periodo a cavallo tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta.

Allora il controllo del territorio era strettamente dipendente dalla violenza e dai numerosi attentati a giornalisti, magistrati, poliziotti ed imprenditori. I processi, gli arresti e l’incremento del numero di collaboratori di giustizia avevano, poi, tranciato in parte le gambe di Cosa Nostra, fortemente ridimensionata nella seconda metà degli anni ‘90. La violenza, quella cruda e diretta, fu un’arma da utilizzare sempre meno e da relegare solo a questioni interne.

L’intreccio di rapporti con i rappresentanti delle istituzioni, i contatti con molti esponenti politici e il generale incremento di interessi nel settore pubblico avevano, poi, elevato la statura del mafioso, ora evoluto e propenso a business da criminalità 2.0. E questa mafia sommersa, sempre più titolata ed emancipata, pareva essersi assopita, lontana dalla stagione di terrore da cui era reduce: non si sparava più.

E torna in voga oggi, alle soglie della fine del primo ventennio del nuovo millennio, la nostalgia per   quel medioevo mafioso da cui, proprio Cosa Nostra, era uscita gambizzata grazie alle operazioni ricorrenti delle forze dell’ordine, al lavoro dei magistrati e agli articoli di giornalisti capaci di contrastare l’inciviltà armata della mafia. C’è una nuova corazzata bucolica di uomini d’onore malinconici che conversano al telefono, muovono killer da Catania a Siracusa per organizzare omicidi, immaginano fuochi d’artificio, programmano rivoluzioni, proclamano guerre e sognano di dare una calmata a tutti. Ma non sanno di essere intercettati e registrati dalle microspie della polizia.

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