Un luogo comune il mito dei soldi a pioggia al Meridione

Rischio povertà, dati allarmanti: in Sicilia è del 55,6%. Praticamente un cittadino su due si trova in una condizione di grave deprivazione

La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018

Le grandi testate giornalistiche del Nord (ma purtroppo anche quelle del Sud) e gli altri canali di comunicazione non mettono in evidenza che “i fondi strutturali europei, destinati a promuovere lo sviluppo del Sud e della Sicilia, sono stati utilizzati per  risanare i conti pubblici italiani” (M. Caserta e A, Premoli in Mediterraneo Sicilia Europa).  Mariano Bella, direttore del Centro studi di Confcommercio, autore del rapporto Senza Sud, declino certo per l’Italia, ha spiegato: “Se le regioni meridionali riuscissero ad allinearsi alle migliori del Nord, come il Trentino, per quattro parametri per cui il Sud affonda (trasporti, burocrazia, legalità e formazione del capitale umano), l’intero Prodotto Interno Lordo della nazione guadagnerebbe d’un sol colpo, 178 miliardi di euro”.  Certo è un dato estremo che non tiene conto dei passaggi graduali, ma rimane comunque un elemento  di riferimento; resta inoltre il fatto che per quanto riguarda i trasporti, secondo M. Bella, “l’accessibilità alle varie zone, nel Sud,  è del 77% (mentre  nel Nord è del 112%); la burocrazia incide per il 147% nel Sud (al Nord incide per il 63%); l’illegalità pesa nel Sud il 108% (nel Nord per il 99%); la formazione del capitale umano al Sud è ferma al 95% (mentre al Nord è 103%). Se poi facciamo riferimento alla Sicilia il PIL regionale, che era di 102 miliardi di euro nel 2007, si è ridotto a 89miliardi nel 2017 e il PIL procapite si è abbassato da 20.546 euro nel 2007 a 17.956  nel 2017”.

UN LUOGO COMUNE: IL MITO DEI SOLDI A PIOGGIA ELARGITI AL MERIDIONE. Secondo i già citati prof. Caserta e Premoli “una becera propaganda politica ha costruito intorno allo sforzo di far crescere il Mezzogiorno l’idea del fallimento e dello spreco perpetuato dalle élites meridionali (che pure hanno le loro responsabilità), ma i numeri dicono altro: al Sud i fondi investiti (0,5 per cento del PIL) sono stati inferiori agli investimenti pubblici realizzati in via ordinaria, negli stessi anni, nel Nord (35 per cento del PIL). L’incapacità di molte amministrazioni locali meridionali, che non sono state in grado di imprimere le necessarie accelerazioni ai processi decisionali, anche quando le risorse economiche erano disponibili, non basta a sostenere  quel mito”. 

RISCHIO POVERTA’ IN ITALIA E DATI ALLARMANTI NEL SUD. Da un’indagine dell’ufficio studi dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese (CGIA) si evince che con tasse record e una spesa sociale tra le più basse d’Europa, in Italia il rischio povertà o di esclusione sociale ha raggiunto livelli di guardia molto preoccupanti e nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30
punti, l’anno scorso era al 131,6 per cento. In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva hanno registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo ha pagato più degli altri gli
effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa. In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi) si è attestata, nel 2016, al 29,6%. Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un carico del 29,1%, l’Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2%, i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1%. Al netto della spesa pensionistica, il costo  della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9 per cento. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra.

Il rischio povertà tra il 2006 ed il 2016 è aumentato in Italia di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione. In buona sostanza le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni. Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1%: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media.

In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presentano un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia.
A livello regionale per quanto riguarda la povertà, la situazione al Sud è pesantissima. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 ci segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.

Il dato medio nazionale ha raggiunto il 30% (4,1 punti percentuali in più tra il 2006 e il 2016). In questi ultimi anni di crisi, nota la CGIA, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state “imposte” una serie di misure economiche volte a mettere in sicurezza i conti pubblici. In via generale questa operazione è stata perseguita  attraverso uno smisurato aumento delle tasse, una
fortissima contrazione degli investimenti pubblici corrispondente al taglio del welfare state.

Da un punto di vista sociale – commenta il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento. E nel Sud la situazione è ancora più grave: in Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione

Fonti: Centro studi Confcommercio; M. Caserta e A, Premoli – Mediterraneo Sicilia Europa; Ufficio studi della CGIA di Mestre.

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