Private dei trasferimenti statali necessari alla loro funzionalità, inevitabilmente l’ente siracusano accumula debiti su debiti. Antonella Fucile (dirigente): “A mio giudizio, siamo stati tra quelle più virtuose”
La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018
280 milioni di debiti: questo, secondo alcune fonti, il passivo del bilancio provinciale. E una dichiarazione di dissesto che aspetterebbe solo la delibera formale per chiudere definitivamente l’ente una volta di via Malta. Ma se è facile attribuire le colpe di tale situazione a una mala gestio risalente nel tempo, chi vive questi giorni difficili dal di dentro esprime tutt’altra valutazione.
“280 mln in verità mi sembrano eccessivi, ognuno ne aggiunge qualcuno in più – osserva Antonella Fucile, dirigente del Libero Consorzio Comunale – ma certo dire 200 non cambia la gravità dello stato dei fatti. Posso però dire che, almeno a mio giudizio, siamo stati tra le provincie più virtuose cercando di svolgere al meglio il nostro ruolo? Siamo intervenuti nel settore dell’edilizia scolastica per la realizzazione di nuove scuole, certo accendendo mutui, e, bisognerebbe ricordarlo, abbiamo stabilizzato 300 precari. Questi costi, in particolare quelli dei precari, 6mln di euro l’anno, erano caricati sul bilancio regionale ma dal 2016 sono gravati su di noi; e a questi si sono aggiunti gli 8/9 mln di euro dei mutui accesi, e ancora i costi per i servizi pubblici, strade, centraline, altro.
Una volta che le rimesse statali sono state incamerate direttamente dal governo regionale, e siamo stati sottoposti dal 2015 al prelievo forzoso per cui le entrate garantite dai tributi dei cittadini (esempio le RCA auto e altro), parliamo di circa 20 mln, sono anch’esse prelevate dallo Stato, non abbiamo avuto che le risorse per una stentata sopravvivenza.
Ogni mese per gli stipendi occorre un milione e mezzo (circa 500 i dipendenti della Provincia più gli 80 di Siracusa Risorse) e per fortuna dal gennaio 2017 ci viene corrisposto quanto necessario per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione degli studenti disabili; inoltre, per i migranti richiedenti asilo, riceviamo finanziamenti dal Ministero dell’Interno. Purtroppo niente per il patrimonio immobiliare, per l’edilizia, per le strade, per il controllo ambientale attraverso specifiche centraline di rilevazione, per le scuole, per la cultura, per la formazione e per lo sport.
Ritardi per gli affitti di almeno un anno ma dal 2014 si va avanti con acconti e qualche mensilità per far fronte alla situazione”.
E si arriva così a morosità intorno ai 250 mila euro per i locali di via Brenta, con l’associazione Anffas che è costretta a fare le valigie: 30 ragazzi disabili e 8 operatori senza più un luogo dove svolgere attività assolutamente necessarie. Le determine di pagamento restano in attesa di una liquidità che non si sa quando sarà disponibile.
“Sono davvero costernata per questa situazione, sinceramente dispiaciuta. Già dallo scorso 16 marzo è stato attivato un tavolo tecnico coordinato dalla Prefettura tra ex Provincia, Comune di Siracusa, Anffas. Il Comune in quella sede si è impegnato a favorire una rinegoziazione del canone di affitto a carico dell’Associazione e supportare l’intervento con un contributo economico. Venerdì (oggi per chi legge, ndr) avremo un incontro per capire la fattibilità della proposta. I locali che potremmo mettere a disposizione sono inadeguati per persone con disabilità e richiederebbero spese di ristrutturazione per circa 300mila euro”.
Impossibile al momento capire quali esiti avrà il caos che ha travolto gli enti provinciali.
La riforma Delrio del 2014, che avrebbe voluto trasformarli in assemblee costituite dai sindaci con competenza in materie come edilizia scolastica, tutela e valorizzazione dell’ambiente, trasporti, strade provinciali e qualche altra cosa, tutto rigorosamente a costo zero sebbene le competenze siano addirittura accresciute rispetto al passato, è naufragata con il referendum costituzionale del dicembre 2016 che ha visto l’opposizione della maggioranza degli Italiani.
Privati dei trasferimenti statali necessari alla loro funzionalità, ovunque in Italia, accumulano debiti su debiti, inevitabilmente.
Si spiega quindi in questo senso la presa di posizione della Corte dei Conti che nel febbraio 2017 ha bacchettato il governo affermando che le province “devono poter disporre delle risorse finanziarie, di personale e strumentali necessarie per l’esercizio delle loro funzioni fondamentali e per la garanzia dei servizi essenziali per i cittadini ed i territori”.
E sulla stessa linea si è posto il Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio d’Europa: “L’Italia deve rivedere la politica di progressiva riduzione e di abolizione delle province, ristabilendone le competenze, e dotandole delle risorse finanziarie necessarie per l’esercizio delle loro responsabilità” e, aggiunge, “deve ristabilire l’elezione diretta per gli organi di governo delle province e delle città metropolitane, e fissare un sistema di retribuzione ragionevole e adeguata dei loro amministratori”. Proprio ciò che non si vorrebbe fare.

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