Lettera di una banca a un utente, per conto di Eni: avete pagato di più, potete riscuotere l’eccedenza. Unica nota, si può incassare entro un mese dal giorno di invio, ma non c’è bollo postale. Peccato che il recapito avviene dopo… Ideuzze
La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018
A un cittadino del nostro territorio giunge una lettera da parte del Banco BPM, inviata per conto di ENI GAS e LUCE, datata Verona 6 / 11/ 2017. Essa annuncia sinteticamente: rimborso ecced. pagam. cessato. Segue una stringa di numeri. In calce un assegno di € 26,52. Con una beffarda precisazione: valido se incassato entro il 6/ 12 /2017. Cioè entro un mese dalla data segnata sulla lettera. Che però è pervenuta oltre tale data; cioè ad assegno ormai scaduto. Entro una busta che non contiene alcuna affrancatura, nessun timbro postale e nessuna data. Il che lascia il sospetto che la restituzione del pagamento eccedente sia stata architettata in modo tale da rimanere solo annunciata. Il sospetto è legittimo: altrimenti per quale ragione l’assegno dovrebbe contenere quella strana scadenza, così ravvicinata, dell’assegno? E per quale ragione l’inoltro (a quanti giorni dalla data segnata nella lettera?) non risulta documentato nella busta? Per quale via essa è arrivata al destinatario? Trattasi di disguido postale o di furbesca vanificazione del rimborso dovuto?
Passando apparentemente di palo in frasca, il cittadino si chiede: perché mai anche i biglietti relativi al pagamento del parcheggio debbano essere a scadenza? Trova infatti in macchina alcuni di tali biglietti preacquistati e ormai inutilizzabili. Sì, perché le caselle da segnare non risultano relative solo al mese, al giorno e all’ora di utilizzo, ma anche all’anno. E sono indicati solo 4 anni: 14, 15, 16 e 17. Chiunque abbia acquistato il tagliando lo scorso anno (cioè pochi mesi or sono) non potrà più utilizzarlo, se non vuole correre il rischio di vedersi appioppare una multa per utilizzo di tagliando scaduto. Il cittadino si chiede: non sarebbe stato possibile predisporre uno spazio in bianco per indicare (a penna) l’anno al posto del riquadro che comprende solo 4 caselle per gli anni di validità, assurdamente limitati? I soldini con cui quel biglietto è stato acquistato sono forse soggetti a scadenza come il biglietto stesso? Piccolo inconveniente scusabile dovuto a leggerezza o furbesco calcolo di probabile fregatura di un certo numero di incauti che acquistano e tengono in macchina biglietti anche in previsione di utilizzi non ravvicinati?
Piccola idea. Il Comune potrebbe emettere una quantità considerevole di tali biglietti (magari contrassegnati da un codice a barre o alfanumerico, che li renda identificabili e irripetibili) e dotare i vigili di un lettore portatile a scansione. La qual cosa potrebbe (forse) prevenire ogni produzione di copie non autorizzate e dissuadere chiunque dal riutilizzo furbesco di biglietti già utilizzati.
Ciò potrebbe anche consentire al Comune di emettere un quantitativo consistente di biglietti e di farli valere come moneta complementare locale. Annullabile, all’atto dell’utilizzo, mediante asportazione di un tratto angolare. In tal modo nessun biglietto potrebbe più circolare come banconota, una volta privato del tratto angolare. E nessun automobilista potrebbe riutilizzare un biglietto privo di lembo asportato in occasione di un precedente parcheggio, perché il lettore del codice a barre consentirebbe al vigile di “sgamare” il riutilizzo truffaldino e di comminare l’opportuna sanzione. Infatti il lettore del codice (collegato ad un sistema centrale) individuerebbe il biglietto rilevato come già annullato in una precedente lettura, indicandone data ed ora.
Ovviamente bisognerebbe sguinzagliare i vigili urbani per il servizio di controllo delle auto parcheggiate e rinunciare ad affidare a privati la riscossione dei pedaggi per il parcheggio all’interno delle strisce blu (la cui estensione, eccessiva, va comunque limitata). Ma questa soluzione non è di moda. I sindaci (non tutti, per fortuna) preferiscono privatizzare anche il servizio di riscossione relativo al parcheggio nelle aree a pagamento. Chissà perché? Perché su un servizio così semplicemente realizzabile devono necessariamente lucrare ditte private? A chi giova? Non certo ai cittadini.
E supponiamo, infine, che anche i biglietti per l’ingresso ai musei e alle aree archeologiche e per l’utilizzo di mezzi pubblici vengano sostituiti dagli stessi biglietti comunali prepagati per la fruizione servizi locali. Si potrebbe, ad esempio, stabilire che per l’accesso al teatro greco il visitatore dovrebbe utilizzare (staccandone il lembo) quattro biglietti unici comunali. Un vigile potrebbe controllare, per campione, il non riutilizzo di biglietti precedentemente usati, rassicurando contemporaneamente con la sua presenza in divisa i visitatori dell’area archeologica come anche i fruitori di mezzi pubblici. E potrebbe contribuire ad evitare loro molestie da parte di furbastri, vu cumprà, truffatorelli, bulli e malintenzionati vari. E potrebbe anche richiamare (e multare) persone responsabili di atti di degrado o di inquinamento dei siti.
Allo stesso modo il vigile incaricato di verificare i biglietti esposti all’interno del parabrezza potrebbe, nel contempo, svolgere la funzione di vigile di quartiere. La città forse riuscirebbe a dare una migliore immagine di se stessa. E tutti ne trarremmo vantaggio. E ci ritroveremmo con una moneta complementare comunale che consentirebbe al Comune di far direttamente cassa sui biglietti emessi, utilizzabili come moneta spicciola da tabaccai, esercenti vari e cittadini. Almeno sino al pagamento del servizio e all’annullamento del biglietto mediante asportazione del lembo angolare. La frequenza dei controlli (esercitabili con lettore di codice a barre o di altro codice alfanumerico) e il valore limitato del singolo biglietto dissuaderebbero da qualsiasi tentazione di produzione truffaldina. Probabilmente. Per ulteriore garanzia, ciascun vigile potrebbe essere invitato a controllare l’autenticità dei biglietti in vendita presso i vari esercenti. E i turisti sarebbero invogliati a rivolgersi ai commercianti locali per fare scorta di biglietti, essendo così indirettamente invogliati ad altri acquisti.
Probabilmente l’uso di un tale strumento cartaceo darebbe più peso al valore monetario corrispondente (ipotizzabile in 50 centesimi). Sarebbe come avere una banconota da 50 centesimi (o di valore paragonabile in qualche modo alle vecchie mille lire). Ad emissione locale. Non emessa a debito ma a credito. Il Comune incasserebbe subito (anticipatamente) quella quota di valore corrispondente, per il cittadino, ad un suo credito rispetto ad un servizio fruibile, per esempio due ore di parcheggio in area a pagamento o un quarto del costo di una visita ad un sito archeologico (per la quale dovrebbe annullare di fronte al custode, quattro biglietti ovunque acquistati).
Se il Comune emettesse biglietti per un valore di 2 milioni (incassando il controvalore in euro all’atto della consegna dei biglietti agli esercenti tutti), in pratica usufruirebbe di una tale massa monetaria senza doverla prendere in prestito ad interesse. E l’incasso avverrebbe prima del momento della fruizione dei servizi da parte dei cittadini. L’idea va certamente messa a punto meglio e verificata nella sua realizzabilità e nella sicurezza rispetto a trucchi e falsificazioni, ma non è da scartare a priori. Essa per altro si coniuga ad una visione più ordinata e più funzionale della città e dei servizi erogabili a pagamento. E soprattutto si collega funzionalmente ad una gestione pubblica integrata dei vari servizi fruibili dalla comunità e dai turisti nell’ambito del territorio comunale.
Fantasie? No. Ma forse quanti aspirano ad occupare qualche ruolo nelle amministrazioni comunali hanno altro per la testa. Se ci rendiamo conto che non hanno buone intenzioni e qualche idea in zucca, non votiamoli: mandiamoli a… raccogliere asparagi. La prima cosa a cui dovrebbero aspirare dovrebbe essere quella di assicurare il buon funzionamento dei servizi e della normale vita quotidiana della comunità locale. Ma persino questo vogliono spesso affidare a privati. Magari per lucrare qualche ritorno indiretto, obliquo, occulto… Sarà lecito auspicare che qualche forza politica seria voglia dare un taglio agli affidamenti e alle privatizzazioni e mobilitare il pubblico, potenziandolo e rendendolo più efficiente? O è pretendere troppo?
L’idea sopra abbozzata somiglia in qualche modo a quella di una moneta complementare fiscale, adottabile da uno Stato come mezzo di scambio, il cui valore sarebbe garantito dalla possibilità di pagare con essa le tasse. Se tale idea venisse collaudata, forse anche i politici più riottosi e quelli più ottusi potrebbero rendersi conto della gravità di un “peccato originale” insito nella monetazione a debito. E potrebbero compiere lo sforzo di proiettarsi verso un nuovo modo di emissione della moneta unica, cioè dell’euro, che non è da abbandonare ma da riformare. Forse arriverebbero a comprendere che la moneta non può ricevere valore dalla legge degli Stati ed essere prestata agli stessi Stati, ad interesse di mercato, dalle banche, che la ottengono dalla BCE ad interesse zero. Riusciranno a rendersi conto di questa irrazionalità madornale, se avranno modo di sperimentare, in ambito locale, una simil-moneta non emessa a debito? Lo si può almeno sperare.

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