Accanto all’Eternit un ettaro di terreno tombato

Ricoperto da ghiaia, potrebbe trattarsi di un’area usata dallo stabilimento come discarica degli scarti di produzione e non più bonificabile

 

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

Sono ormai trascorsi i tre anni nei quali si sarebbe dovuto rimuovere qualsiasi manufatto in amianto presente sul territorio siciliano. La legge 10 del 2014 del governo Crocetta ha certamente rappresentato una svolta nella complessa problematica della gestione dell’eternit sebbene in grave ritardo rispetto alla legge “madre” del 92, adottata però in Sicilia nel 95, che metteva al bando il micidiale materiale usato massicciamente in edilizia. Tre anni per mappare, bonificare e recuperare siti, impianti, edifici ammorbati dalla presenza del letale impasto di amianto e cemento.

A coordinare ogni operazione l’Ufficio Amianto, istituito nell’ambito del Dipartimento Regionale della Protezione Civile, con una task force di 12 addetti nominati direttamente dal Presidente della Regione, e ad operare concretamente sul territorio l’Arpa, le Aziende del Servizio Sanitario regionale e gli enti locali. Rigido il cronoprogramma: entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge, il nuovo piano di validità quinquennale; non più tardi dei 60 giorni dalla sua emanazione, la definizione delle linee guida per la redazione, in ogni comune, di un proprio piano amianto; entro tre mesi dalla comunicazione delle linee guida i Piani comunali da trasmettere all’ufficio regionale entro 30 giorni dall’adozione, un obbligo via via, nel tempo, assolto dalla maggior parte dei comuni.

Di grande utilità è risultato il portale informativo web della Regione che consente l’accesso a una documentazione completa sia relativa ai dati raccolti che ai vari aspetti della normativa, ma resta al palo la costruzione del previsto impianto di trasformazione dell’amianto in sostanza inerte che avrebbe dovuto essere installato in una delle aree a rischio ambientale del territorio regionale. Si sarebbe dovuto portare a termine entro i due anni dalla legge grazie a un finanziamento di 10 milioni, nel 2015 è stato nominato rup l’ingegnere Vito Cangemi, funzionario del Dipartimento acqua e rifiuti, ma poi non si è saputo più nulla

Ed è forse proprio in questo la criticità della legge 10/2014: la difficoltà di smaltire l’amianto con costi accessibili rende possibili situazioni come quelle del SIN Priolo dove rimane incompleta l’opera di bonifica e risanamento dello stabilimento Eternit, un’area di 80.000 m2 (25.000 dei quali non pavimentata, 14.000 pavimentata e coperta, e 41.000 solo pavimentata), una fabbrica di morte dal 1953 al 1993 in una sequenza di vittime che non ha fine dato il lungo tempo di incubazione delle malattie correlate: il mesotelioma polmonare in primis.

Sette ettari e mezzo in cui è stata ritrovata una gran quantità di amianto, lavorato e in polvere, a cui si aggiunge quello presente sul litorale e in mare, a causa degli sversamenti illegali, rimosso solo in parte perché studi condotti dall’università hanno consigliato di non smuovere quello già ricoperto dalla flora (così è accaduto per i fondali della rada di Augusta).

Le quantità asportate sull’intera area di 3 ettari, attraverso escavazione subacquea di almeno 30 centimetri di profondità e rimozione idraulica, sono significative: 9.728 tonnellate dalla scogliera e 2.218 tonnellate dall’area a mare con una spesa rispettivamente di 8.574.406 euro per la striscia di costa e l’area scogliera e di 14.191.914 euro per l’area a mare, “ma ancora oggi qualcosa arriva sulla costa e il lavoro di ripulitura dovrebbe essere costante” ci dice la dottoressa Dora Profeta.

Tra coperture e partizioni orizzontali e verticali, pilastri realizzati con camicia di amianto, sacchi e cumuli contenenti amianto in polvere situati sia all’interno che all’esterno dei fabbricati, residui di lavorazione in amianto cementati nelle apparecchiature industriali, coibentazione di tubazioni, e altre tipologie di rifiuti presenti nell’area, si è poi arrivati a 548 tonnellate e a una spesa di 1.852.622 euro (dati ufficiali di Sviluppo Italia). La cifra complessiva supera quindi i 24 milioni di euro.

Tutto il materiale prodotto (12.493 tonnellate) sarebbe stato smaltito in 7 impianti italiani e 2 tedeschi con regolare autorizzazione ma qualcosa è rimasto.

Contiguo allo stabilimento, non è chiaro se di proprietà Eternit o se privato, si apre uno spazio di circa un ettaro coperto da uno strato di ghiaia bianca sempre più sottile nel tempo a causa delle piogge che lascia in alcuni punti scoperti i teloni di plastica azzurra, visibili anche ai bordi dell’ampio lotto, quasi una grande discarica, che lo ricoprono integralmente. Si tratta probabilmente, abbiamo chiesto all’Arpa informazioni che ad oggi non sono pervenute, dell’intervento definito come “messa in sicurezza del terreno inquinato nel corso del tempo dal deposito di sfridi (scorie, ndr) di cemento-amianto effettuata mediante la sua copertura con apposite tecniche di impermeabilizzazione”.

Dobbiamo supporre che si tratti di un terreno usato dallo stabilimento come vera e propria discarica degli scarti di produzione, così inquinato da non poter essere bonificato e da richiedere di essere “tombato” come si fa per le centrali nucleari, altrimenti si troverebbe nelle stesse condizioni delle altre aree nei pressi dell’edificio, libere e lasciate scoperte seppure recintate.

Ma questo è il punto: per quanto si sappia, la copertura dell’amianto può essere al massimo un rimedio temporaneo che prevede la rimozione definitiva per evitare che gli agenti atmosferici alterino le condizioni dei luoghi e si determini nel tempo un pericolo per l’ambiente. Ci risulta che solo alcuni anni fa la provincia eseguisse rilevamenti periodici sulle polveri con cadenza di 6/8 mesi ma non ci è stato possibile appurare se essi sono continuati successivamente, se si ritengano ancora necessari ma soprattutto non sappiamo se dal Ministero sia stata certificata l’avvenuta bonifica ai termini di legge.

 

Caratterizzazione alla Med Ingegneria, che non completò i lavori

In un contributo del 2015 il nostro Alberto Sipione lamentava il ritardo nella esecuzione delle opere di caratterizzazione ambientale del sito ma Invitalia, individuata nel 2009 dal Commissario Delegato per l’emergenza bonifiche e tutela delle acque in Sicilia quale esecutrice delle attività previste nel Piano di Caratterizzazione ambientale del sito “Ex Eternit Siciliana S.p.A. – Area Stabilimento”, rispondendo alle nostre richieste di chiarimenti, ci comunicava che tutti i lavori, oltre che essere stati completati, erano stati validati nel giugno 2014 dall’Arpa Sicilia-ST Siracusa. Nel suo resoconto spiegava di aver firmato nel gennaio 2013, previa gara d’appalto, il contratto per l’esecuzione delle opere con la Med Ingegneria (che se la aggiudicò con un eccezionale ribasso del 41,8% sui 130.810 euro base d’asta) ma che poi la società di Ferrara, per “difficoltà finanziarie”, proprio nel gennaio 2015 era receduta unilateralmente dal contratto. Rimaneva per tanto non completato lo smaltimento delle cassette catalogatrici (quelle usate per la classificazione dei campioni di carotaggio) a cui avrebbe dovuto provvedere un’altra ditta specializzata con affidamento in corso (ma non sappiamo se ciò sia stato davvero fatto).

In realtà nel 2014 la società veniva coinvolta in un’indagine per frode fiscale che ha visto una prima sentenza (che i legali dei condannati hanno detto che avrebbero appellato perché “incomprensibile”) nel luglio 2016: si sarebbe accertata un’evasione per 350mila euro sugli utili fatturati per 1 milione e mezzo di euro e sono stati condannati a 3 anni e 4 mesi il presidente della società, Werther Bertoni, l’amministratore delegato Marco Gonnella e il socio Giuseppe Gambolati, professore universitario di Padova. Secondo i giudici la Med Ingegneria si avvaleva, come società d’appoggio, della Gbc in Olanda, ad Amsterdam, una cartiera che tramite fatture false faceva transitare i soldi del progetto New Eden in Iraq dalla Giordania alla Svizzera passando dai paradisi fiscali delle Antille. Il New Eden era un programma di cooperazione del 2003, interamente finanziato per 57 milioni di euro dal ministero dell’ambiente, che vedeva coinvolte diverse società tecniche, tra cui appunto la Med Ingegneria (che insieme alla società Sgi di Padova era diventata referente tecnico dell’Iraq Foundation, una Ong statunitense), per realizzare diverse opere in Mesopotamia, Iraq del sud, nei bacini idrografici dei fiumi Tigri ed Eufrate. Tra i conti svizzeri cifrati si sarebbe individuato anche il codice “Pesce” che faceva capo all’ex ministro dell’ambiente Corrado Clini: vi sarebbero transitati 1.020.000 euro. Ma le indagini hanno fatto scoprire anche ben altro.

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