Va avviato il recupero del patrimonio edilizio esistente insieme a nuove residenze e servizi. I privati qualcosa hanno fatto, è nella volontà amministrativa che troviamo invece evidenti lacune
La Civetta di Minerva, 16 febbraio 2018
Andando a sbirciare nel Piano Regolatore Generale del comune di Siracusa, ci accorgiamo che – a parte Ortigia – il quartiere che più ha bisogno di cure e accorgimenti è l’altro agglomerato storico che viene subito appresso, e cioè quello di Santa Lucia, grosso e popolare quartiere che si riversa su una delle più grandi e più belle piazze cittadine.
Dall’analisi delle cartografie storiche, emerge uno sviluppo che può essere sintetizzato con l’individuazione di tre aree omogenee: la zona umbertina (primo nucleo di espansione “a cavallo” del ponte umbertino verso il “nuovo” Corso Umberto), quartiere residenziale sviluppatosi a seguito dell’abbattimento delle fortificazioni, con la creazione di un ampio asse stradale – Corso Umberto – di collegamento tra il centro storico e la stazione ferroviaria; il Borgo Sant’Antonio, antica area extra urbana, affacciata sul Porto Grande, caratterizzata da un tessuto costituito da case rurali e strutture produttive, volte a rappresentare la cerniera tra il centro abitato, limitato alla sola isola di Ortigia, e la campagna; e la Borgata Santa Lucia, appunto, la quale rappresenta un’area agricola extra urbana di raccordo tra il Porto Piccolo e la zona di Acradina, sottoposta dal 1885 al 1925 ad una intensa attività edificatoria compiuta mediante lottizzazione e costruzione da parte di privati, che frazionarono i terreni e li divisero in lotti, secondo accurati piani di lottizzazione, con la creazione di lunghi rettifili, un’ampia piazza e una maglia “ a scacchiera “.
Esiste infine una quarta area, assimilabile alla zona della Borgata Santa Lucia e pertanto classificabile come zona omogenea a quest’ultima, che funge da raccordo e ricucitura delle tre. L’area si estende dalla stazione ferroviaria all’ex Piazza d’armi, raccordandosi con la zona umbertina; a sud è tangenziale al Borgo Sant’Antonio e a nord tocca le propaggini della Borgata Santa Lucia.
Quindi ad una prima fase di studio il piano ci risulta chiaro; e allora cos’è che non torna circa l’effettivo e reale sviluppo realizzato nel popoloso quartiere, che sembra ai più sviluppatosi in maniera selvaggia e trascurato nella forma e nei servizi?
Gli obiettivi erano precisi, e cioè quello di migliorare la qualità abitativa e urbana negli agglomerati di interesse storico-ambientale, in maniera congruente con le regole morfologiche di costituzione e mantenendone i pesi insediativi. In soldoni possiamo riassumerlo col fornire uno strumento urbanistico snello ed immediatamente operativo, capace di non rimandare ad ulteriori piani attuativi; localizzare attrezzature collettive all’interno del tessuto consolidato in modo da migliorare la dotazione degli standards urbanistici in una logica di conservazione delle aree libere rimaste e innescando un progressivo ripristino delle stesse nelle parti più densificate; inserire quote controllate di attività diverse da quella residenziale al fine di aumentare il grado di vivibilità delle parti dal punto di vista funzionale e valorizzarle con la presenza di attività e servizi tali da farle assumere un ruolo a scala urbana; avviare un processo di cambio di destinazione d’uso per i piani terra con la progressiva sostituzione della residenza; migliorare il comfort abitativo in senso stretto attraverso la dotazione di servizi propri dell’abitazione (ad esempio i garage ove possibile); e infine ripopolare la Borgata garantendo una migliore qualità di vita ai residenti attuali e futuri, tramite la realizzazione di servizi alla scala di quartiere e di interesse comune per la città, attraverso la riqualificazione dei fronti prospettanti la ex linea ferrata (in parte già effettuati), lo studio progettuale per la riqualificazione dello stadio De Simone e il completo riutilizzo della cintura ferroviaria dimessa, capitolo questo che a dispetto degli altri ci risulta quanto meno già a buon punto. Creando pertanto una grossa connessione fra quelli che sono i grandi temi del Piano Regolatore Generale e la vasta area della Borgata, facendo sì che quest’ultima non sia avulsa dalle dinamiche in atto dello stesso Piano ma che al contrario vi si sviluppi e vi si articoli intorno.
La lettura del processo di edificazione all’interno dei lotti era quindi facile e ampiamente realizzabile. E almeno fino agli anni ’50, una chiara relazione fra la formazione delle aggregazioni e delle tipologie edilizie e la forma e dimensione dei lotti è stata regolamentata e rispettata. Raramente i lotti infatti sono stati occupati da edifici singoli o unitari. Nella maggioranza dei casi, soprattutto nei lotti rettangolari allungati e in quelli trapezoidali o triangolari, i fabbricati sono formati da cellule elementari affiancate, formate cioè da una singola campata ad un solo o due livelli fuori terra. I tessuti di cui è costituita la Borgata sono dunque il prodotto di una sedimentazione progressiva di unità edilizie entro una maglia strutturale permanente molto forte e secondo relazioni tipo-morfologiche vincolanti che soltanto negli ultimi cinquant’anni circa sono state bruscamente interrotte dall’inserimento “libero” di tipologie a “torre” o dalla sostituzione edilizia e da completamenti con tipologie edilizie “moderne”, quali sono gli edifici pluripiano. Quest’ultimi rimangono oggi incastonati nel tessuto urbano in quanto testimonianza di un processo storico legittimo, seppure “di rottura” e di discontinuità rispetto alla struttura storica della Borgata.
Il legame fra la Borgata e la città, che affonda le radici nella storia delle prime pianificazioni territoriali del territorio siracusano, ancor prima del 900, ci pone in accordo con quanti propendono a considerare questa zona quale rinnovata centralità urbana, centralità capace di esprimere qualità da tempo sommerse da epidemici abbandoni, una centralità che, attraverso il recupero del patrimonio edilizio esistente ed il completamento, sostituzione e cambio di destinazione d’uso, dove possibile e compatibile, consenta di offrire nuove residenze e servizi anche a scala d’oltre quartiere. L’area in oggetto va tutelata per il tessuto urbano, che nella sua semplicità, contiene notevoli elementi di pregio, caratterizzanti l’epoca della sua realizzazione.
E quindi, ci vien da dire adesso, se già più di settant’anni fa quest’area era (giustamente) considerata come un tessuto cittadino da tutelare e da attenzionare fra le pratiche cittadine in fascia prioritaria, come mai oggi siamo ancora qui a relazionare su un quartiere tanto bello quanto discusso? Sicuramente ci siamo persi qualche passaggio. Eppure i privati – nel loro piccolo – qualcosa hanno fatto e fanno ancora. Sono sempre di più infatti i cittadini che un po’ per le spese che sono minori, un po’ per questioni di spazio, scelgono alcuni locali della Borgata da ristrutturare per adibirli a case vacanze o B&B, piuttosto che quelli della più quotata Ortigia. E anche per quanto riguarda le associazioni culturali e i centri sociali, il quartiere è presente in primis più che in altre zone della città.
È piuttosto nella volontà politica ed amministrativa che troviamo invece evidenti lacune di dedizione e cura verso una zona che stenta a decollare, in quanto secondo quartiere storico di Siracusa. Anche per quanto riguarda la tanto discussa raccolta differenziata dei rifiuti, questa è una zona che solo da qualche giorno sta cercando di mettersi al passo coi tempi. Ma ancora tanto si può fare e si deve fare, se non vogliamo che si finisca davvero come in quella scena del film L’ora legale di Ficarra e Picone, dove un cittadino, disorientato dai tanti cambiamenti e principalmente dalla differenziata, per non riuscire a capire dove andava buttata la buccia dell’anguria, se la mangia e non ci pensa più…

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