Nel nostro territorio molte tracce ci riconducono ad un passato pre-indoeuropeo. I toponimi Hibla ed Hiblei possono avere qualcosa a che fare con Κυβέλη – Kybelē – Cibelis?
La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017
Caro direttore, vecchio collega di lontani studi liceali, ti segnalo il programma di un evento culturale sortinese, che si svolgerà nei giorni 15 e 16 prossimi venturi (ndr: oggi e domani per chi legge) proprio in concomitanza temporale con la pubblicazione del nuovo numero della Civetta. Direi che siamo in dovere di dare spazio alla notizia di quel convegno di illustri studiosi che Mario Blancato, nel suo invito, definisce “evento”. Giustamente! Tutto ciò che richiama l’attenzione sul nostro territorio e sulle radici della nostra cultura merita estrema attenzione. E non solo o non tanto per le auspicabili (soprattutto in tempi di vacche magre) ricadute economiche di flussi turistici, che dovremmo in vario modo incoraggiare, ma anche e soprattutto per l’obiettivo interesse ad approfondire la conoscenza del nostro passato, interesse squisitamente culturale che certamente ci unisce e ci caratterizza.
Pubblicando la locandina col programma, mentre contribuiamo a diffondere la notizia dell’evento, possiamo anche offrire un contributo minimo allo stesso. Limitandoci, da profani, a mettere una pulce nelle orecchie degli studiosi che lo animeranno o un granellino di sabbia nei loro occhi, troppo assuefatti a leggere ricerche archeologiche in cui non viene minimamente messa in discussione la facies sicula a cui sarebbe riferibile la cultura di Pantalica, tutt’al più, per qualcuno, retrodatabile. E se la Civetta contribuisse a mettere in discussione anche questo consolidato paradigma culturale-interpretativo? Che ne dici se provo ad elencare alcuni elementi di riflessione sui quali ci è capitato di intrattenerci, in momenti diversi?
A mio modesto avviso di profano, in questo nostro territorio molte tracce ci riconducono ad un passato pre-indoeuropeo: ad una diffusa presenza di un culto della Grande Madre Mediterranea che fu probabilmente coesa ad una società matriarcale (di cui si sono occupati ampiamente Johann Jakob Bachofen e Marija Gimbutas). Cioè ad un contesto religioso e culturale pre-indoeuropeo o ad una facies pre-sicula e pre-sicana, poichè siculi e sicani appartengono a due successive ondate migratorie indoeuropee. Non vorrei averla sparata grossa: parlo di tracce, di indizi… Non di prove. Lascerei agli studiosi specialisti ogni verdetto. Perciò mi limito a ricordare a te (per far presenti a loro) alcuni degli elementi talvolta accennati in diverse nostre conversazioni.
I toponimi Hibla ed Hiblei (che preferisco scrivere con la H iniziale) stanno solo in relazione reciproca? O possono avere qualcosa a che fare con Κυβέλη – Kybelē – Cibelis? La spirantizzazione dell’occlusiva velare k è un fenomeno abbastanza diffuso. Lo troviamo sistematicamente nella pronuncia toscana (“gorgia toscana”) di parole come hasa (casa), hosa (cosa), rihordo (ricordo), ecc. Cibele era la dea dei monti, e in Asia Minore assunse anche il nome di “Madre Idea” (Madre del monte Ida). Era anche la dea della natura, della fertilità; ed era colei che ammansiva la ferinità ed addomesticava le belve. Era la cretese “Signora delle belve”, raffigurata in cima ad un monte ed affiancata da due leoni…
In una statua del II secolo, conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la dea ci appare seduta su un trono, con una corona turrita in testa e affiancata da due leoni. Questi motivi iconografici ricorrono nei bassorilevi di Akray (cioè nei cosiddetti Santoni di Palazzolo). A Siracusa esiste una zona simile a quella dei santoni di Akray. In “Culti e Miti dell’Antica Sicilia” di Emanuele Ciaceri (riportato nel sito del Centro Studi Helios) leggiamo che qui a Siracusa «in località Fusco, non lontano dal cimitero militare britannico, su una parete rocciosa, esiste un rilievo in cui è rappresentata Cibele su un trono con accanto gli immancabili leoni. Inoltre, una scultura greca rappresentante sempre Cibele sul trono tra due leoni, situata questa volta all’interno di un’edicola, è conservata nel museo Archeologico Regionale di Siracusa». È un vero peccato che nessuno dei nostri comuni amici siracusani conosca esattamente il sito del bassorilievo e che esso non sia segnalato né valorizzato. Ma a Siracusa siamo riusciti a chiudere persino il Castello Eurialo, come è stato riferito in un precedente numero della Civetta.
E che dire di un toponimo come Cavadonna (o Cava della Domina o della Signora)? O di altri nomi eloquenti: Cava da Signura (nei pressi di Castelluccio); Grottasanta; Santa Panagia (santa tutta santa)? E proprio quest’ultimo toponimo (Panagia) ci riconduce a Pantalica. Che forse potrebbe derivare da un Pantàghia (da άγιος “santo) poi divenuto Pantàghira (con inserimento di una consonante r eufonica) e ancor dopo, per metatesi, Pantariga e, con assordimento della sonora, Pantarica. E in questo modo (con la r) suona il nome dialettale sortinese del sito come anche il suo derivato pantaricoti, con cui vengono designati i pastori che vi fanno pascolare le loro greggi.
In altri termini, Pantalica potrebbe benissimo essere un sinonimo di Panagia o Panaghia.
Il toponimo Pantàghia (con g velare, alla greca, qui trascritta per semplicità con gh) costituiva anche il nome di un fiume (oggi torrente) che scorreva non lontano da Lentini. Un altro fiumicello omonimo (Pantaghias, citato da Virgilio) doveva scorrere un po’ più a Sud, per versarsi nel golfo di Augusta. Quei corsi d’acqua dovevano provenire da luoghi che la tradizione aveva connesso ad una divinità “tutta santa”. Nulla di strano che tale definizione sia stata riferita o associata anche al sito di Pantalica. E, per le considerazioni linguistiche sopra riferite, Pantaghira potrebbe aver dato luogo all’attuale toponimo Pantalica. La liquida laterale L ha sostituito la dialettale R per semplice italianizzazione.
Solo ipotesi, che la Civetta non mancherà di segnalare agli amici glottologi e dialettologi della vicina Università di Catania. Ma certamente ipotesi suggestive e, in attesa di autorevoli conferme, da considerare almeno verisimili.
La posizione fetale dei defunti all’interno delle cavità sepolcrali della necropoli di Pantalica e di Cava Grande sembra quasi alludere ad una agognata resurrezione dopo una lunga gestazione nel grembo della madre. E di un mito della resurrezione erano simboli il grano in erba (i germogli di grano, pallidi per carenza di clorofilla in quanto ritualmente coltivati al chiuso ed esposti, oggi, in occasione della Pasqua) e i mannelli di spighe, recati in processione da bambini che forse dovevano annunciare il ritorno dall’Ade della dea figlia (o dea del fiore o Floris Dea, che ha dato il nome a Floridia). Tali elementi sono confluiti nella tradizione cristiana ed ora fanno parte di riti come la processione “de scupiddi” (che un tempo si svolgeva dalla chiesa di Santa Flora verso la chiesa della Madre S.Anna) e che ora si svolge dalla Chiesa del Carmine a quella della Vergine Madre Immacolata.
Non si capisce quale relazione abbia potuto motivare un culto della iberica santa Flora di Cordova o della omonima santa francese di Beaulieu a Floridia. Se il culto della santa di Cordova fosse stato importato dagli spagnoli, esso sarebbe stato legato alla Chiesetta del Giardinello, che invece fu dedicata alla Vergine delle grazie. È più probabile che il sito sul quale sorse la Chiesa di Santa Flora (oggi della Madonna del Carmine) sia stato anticamente connesso al culto della Floris Dea e che la religione cristiana abbia gradualmente sostituito tale divinità precristiana, figlia di Demetra, con una santa Flora, facendo leva sull’affinità dei nomi, per poi del tutto soppiantarla con la Madonna.
Se queste ipotesi e se i collegamenti con vari elementi della toponomastica e delle tradizioni popolari risultassero complessivamente significativi, in questo territorio molti indizi sembrerebbero rimandare ad una divinità femminile (della natura, della fertilità, della maternità e delle messi…): Cibele o Hibele Hible/a poi soppiantata (nel nome più che negli attributi) da Cerere Demetra (dea madre) ed ora dalla Bella Madre per eccellenza. Ipotesi. Solo ipotesi! Che meritano di essere sussurrate alle orecchie ed alla coscienza critica degli studiosi convocati a Sortino per il convegno su Pantalica. Che forse non va solo retrodatata, ma riferita ad una cultura o ad una facies pre-sicula o pre-idoeuropea. Al di là di ciò che possano dirci reperti di età sicula che di certo non spiegano ma non possono neanche negare una possibile cultura preesistente, magari più immateriale nelle sue sopravvivenze, sopra richiamate.
Ecco, caro Franco Oddo, cosa vorrei che il tuo giornale sussurrasse ai convegnisti e agli organizzatori dell’evento, meritevole di essere divulgato con la pubblicazione della locandina e segnalato a tutti i cultori di vicende antiche e a quanti abbiano qualche curiosità che li spinga a riflettere un po’ sulle nostre possibili radici o su tratti del nostro passato che andrebbero riconosciuti o almeno indagati meglio. Col concorso di tutti gli studiosi e di tanti intelletti acuti.
La pubblicazione di queste noterelle sarà infine una ulteriore occasione per ricordare ai custodi istituzionali del nostro patrimonio il loro dovere di proteggerlo e di renderlo fruibile, visitabile, comprensibile; non certo di chiuderlo o di segregarlo (come è toccato al Castello Eurialo o ai Santoni di Palazzolo) o di abbandonarlo all’incuria (come accade al bassorilievo di Cibele del Temenite nei pressi del Cimitero Militare).

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