Il Pronto Soccorso può fare la differenza tra la vita e la morte. Una struttura in affanno

Nel mese di ottobre ben otto medici si sarebbero dimessi dal Pronto Soccorso dell’ospedale Umberto I di Siracusa. Dei ventidue professionisti in organico ne sono rimasti soltanto cinque. Una situazione critica: nessuno vorrebbe mai essere curato in emergenza da medici sottoposti a ritmi usuranti, stress cronicizzato e burn-out. Al contrario, ogni cittadino ha il diritto di fare affidamento su un soccorso qualificato e sicuro in qualsiasi situazione.

Con circa duecento accessi medi giornalieri, possono bastare le consuete spiegazioni della dirigenza sanitaria, secondo cui l’85% degli accessi sarebbe improprio e costituito da “codici verdi”?

Si sostiene spesso che queste patologie minori dovrebbero essere gestite al di fuori dell’ospedale. Tuttavia, un paziente che sta male non è in grado di valutare autonomamente l’entità del proprio rischio. Ciò che sa con certezza è che lo attende una difficile attesa, a cui rinuncerebbe volentieri se il territorio offrisse alternative assistenziali valide e credibili, ma in molti anni nessun governo è riuscito a strutturare concretamente queste risorse territoriali.

Lo scandalo, dunque, non risiede nell’afflusso di pazienti non gravi, ma nella mancata dotazione al Pronto Soccorso di un sistema agile e collaudato di triage e accessi facilitati, capace di garantire cure tempestive e professionali.

Innumerevoli sono stati i concorsi, avvisi e richiami dell’Azienda sanitaria per colmare gli organici, ma l’assenza di una risposta efficace costringe a volte gli stessi operatori a inviare appelli informali nella ricerca, in qualunque modo, di medici disponibili. Dopo le ultime dimissioni, infatti, alcune richieste sono comparse persino in diverse chat private e su pagine Facebook. Ci ha sorpreso apprendere che gran parte delle dimissioni abbia riguardato neolaureati retribuiti a gettone (circa 40 euro l’ora).

Ma non si può non evidenziare che un neolaureato può e deve integrarsi in un reparto di emergenza-urgenza, ma non può operare in autonomia – neppure per patologie apparentemente minori – senza l’affiancamento di un medico strutturato ed esperto.

Finora questa prassi sembra sia stata applicata, ma i numeri oggi sollevano interrogativi precisi: Con soli cinque medici strutturati rimasti, com’è possibile garantire l’affiancamento h24 dei neolaureati? Chi si farà carico delle emergenze ad alto rischio vitale? Per quale motivo un ospedale di riferimento per un bacino di circa 400.000 utenti si trova costantemente a dover reclutare medici privi di esperienza specifica? È accettabile fare ricorso a medici in pensione (tra i 70 e gli 80 anni) con gettoni orari che variano dagli 85 euro in su? Come mai gli appelli sui social media non sono fatti dalla dirigenza generale e sanitaria e nessuno vuole venire a lavorare in questo ospedale in forma permanente e con i titoli adeguati? Si ritiene veramente che la qualità degli interventi effettuati da personale ridotto a meno di un quarto del necessario sia sufficiente?

Il Pronto Soccorso è la porta d’accesso dell’intero ospedale. Ma senza l’assunzione di personale qualificato e stabile, questa porta non è in grado di garantire prestazioni adeguate. Le soluzioni tampone o il continuo ricorso a gettonisti non rappresentano una risposta sostenibile né opportuna.

Riteniamo indispensabile sottoporre la questione all’attenzione della cittadinanza, del Sindaco e del Prefetto per evitare la rassegnazione di fronte al progressivo decadimento dell’assistenza sanitaria pubblica. In conclusione, la misura della qualità delle cure non si giudica dagli avvisi di garanzia né dalle sole statistiche informatiche: sarebbe invece necessario un sistema capillare di valutazione percepita dagli utenti. Senza mettere in discussione il valore del personale rimasto, è evidente che lavorare in costante sottoorganico lede il diritto fondamentale alla salute di tutti i cittadini.

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