Liste d’attesa infinite: così la sanità pubblica nega il diritto alla cura

Un signore si presenta agli sportelli di un’azienda sanitaria della Sicilia con la prescrizione del proprio medico curante. Deve fare una colonscopia. L’impiegato, dopo aver consultato il sistema delle prenotazioni, gli fissa l’appuntamento al 4 luglio 2029. In un’altra azienda sanitaria siciliana, una donna richiede una “semplice” ecografia al seno e le viene detto che la prima data disponibile è il 15 marzo 2028.

Si tratta di casi limite? Assolutamente no, come dimostra la dura e ben argomentata nota del segretario della Cgil, Franco Nardi, il quale denuncia ritardi, liste d’attesa infinite e scarsa trasparenza nella comunicazione dell’Asp di Siracusa. In pratica, l’azienda sanitaria comunica sul proprio sito la prima disponibilità per la prestazione richiesta a prescindere dal comune di residenza dell’interessato. Ad un cittadino di Rosolini può capitare, ad esempio, che per eseguire l’esame richiesto dovrà rivolgersi ad una struttura di Siracusa o di Lentini. Da notare che uno dei principi ispiratori della riforma sanitaria è quello di portare l’assistenza dove il cittadino vive e non costringerlo a spostarsi da un comune all’altro.

Dietro tutto questo c’è una realtà molto preoccupante: il declino della sanità pubblica che non interessa solo la Sicilia, che comunque è tra le Regioni con le liste d’attesa più lunghe, ma l’intero Paese, anche se al Nord il quadro è diverso.

Il diritto alla salute, previsto dalla legge di riforma sanitaria (la numero 833 del dicembre 1978), è seriamente messo in discussione al punto che si valuta che 5/6 milioni di persone, ostaggio delle liste d’attesa e non in grado di pagarsi la sanità privata, hanno rinunciato a curarsi. E dire che con l’istituzione del servizio sanitario nazionale il diritto alle cure è stato esteso a tutti i cittadini senza alcuna distinzione. In precedenza tale diritto era fondato sullo status di lavoratore dipendente o di lavoratore autonomo in attività, per cui un muratore o un metalmeccanico o il contabile di un’azienda che veniva licenziato, oltre a perdere il posto di lavoro, perdeva il diritto all’assistenza sanitaria. Alle stesse conseguenze andava incontro l’artigiano o il commerciante costretto a chiudere bottega.

La grande conquista del diritto universale all’assistenza è ogni giorno di più a rischio per varie cause: finanziamenti insufficienti, carenza di personale sanitario, retribuzioni inadeguate, strumentazioni sanitarie spesso obsolete. Ma soprattutto perché c’è un disegno chiaro: spostare l’assistenza dalla struttura pubblica a quella privata.

Ha fatto perciò bene Franco Nardi a puntare il dito contro l’ASP di Siracusa per denunciare le disfunzioni sanitarie. La protesta dovrebbe coinvolgere, nelle forme in cui è possibile, tutti noi, le istituzioni elettive, le associazioni di categoria, gli altri sindacati. La difesa della sanità pubblica deve essere una priorità, assieme al lavoro e alla scuola.

Qualcuno dice che con la realizzazione del nuovo ospedale le cose miglioreranno notevolmente. Non è così. Perché l’assistenza migliori nel rapporto con i cittadini bisogna intervenire secondo una logica sistemica e cioè: reclutare da un lato personale sanitario altamente specializzato per le nuove discipline ospedaliere, potenziare il pronto soccorso, disporre di attrezzature nuove, e dall’altro incrementare i servizi ambulatoriali nei presìdi territoriali e anche quelli intramoenia. Per fare tutto questo occorrono notevoli risorse finanziarie, capacità organizzative e soprattutto volontà politica.

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