Ho sostenuto (e sostengo ancora) che, nelle condizioni date, la scelta più appropriata per la gestione del servizio idrico integrato nella nostra provincia sia quella della società mista pubblica e privata con almeno il 51 per cento di capitale pubblico. Ho anche condiviso la scelta degli amministratori di parte pubblica di Aretusacque e non ho cambiato idea. Ci sono però aspetti che attengono al modo con cui il rappresentante principale del socio privato viene percepito dall’opinione pubblica che vanno chiariti. A tal fine devo aprire una parentesi sul modello di gestione di società mista scelto. Esso prevede due organismi: il Consiglio di gestione, presieduto dal un rappresentante del socio privato (che è anche rappresentante legale della società mista), e il Consiglio di sorveglianza, presieduto da un rappresentante della parte pubblica. I due organismi sono “fisicamente” separati e per questo il modello si chiama dualistico.
Sarebbe stato preferibile secondo me lo schema classico, detto monistico, nel quale è previsto un Consiglio di amministrazione formato dai rappresentanti del socio pubblico, tra cui il presidente, e dai rappresentanti del socio privato, tra cui l’amministratore delegato. Il vantaggio di questo modello è che le decisioni riguardanti la vita della società vengono prese dal Consiglio (e nel Consiglio) in un confronto vis-à-vis tra rappresentanti del socio privato e del socio pubblico. Ci sono aspetti gestionali come i piani industriali e finanziari che vanno discussi insieme, parte pubblica e parte privata, per valutare unitariamente tempi e modalità degli interventi e concordare la strategia.
La percezione dell’opinione pubblica è che il leader della società mista Aretusacque, il capo, sia il presidente del Consiglio di gestione, in quanto governa la società, il personale, e detta le linee della comunicazione, mentre nello schema classico il leader e il rappresentante legale è il presidente del Cda cui compete convocare il Consiglio di amministrazione, fissare l’ordine del giorno, dare impulso alle iniziative societarie, confrontarsi con i sindaci, i sindacati, i rappresentanti delle associazioni, avendo sempre accanto l’amministratore delegato.
Sia pure nell’attuale modello societario, è possibile, direi necessario, che la rappresentanza pubblica eserciti un ruolo più incisivo, uscendo dal cono d’ombra in cui si trova. Sarà pure frutto di un vecchio pregiudizio, ma l’amministratore privato evoca profitti, bollette salate, depositi cauzionali, mentre dall’amministratore pubblico ci si aspetta un ruolo di calmierazione, di garanzia, più attento alle esigenze sociali, specie delle fasce più deboli, ruolo che fin qui non è stato avvertito.
Fatta questa premessa, va riconosciuto al socio privato l’impegno con cui ha gestito l’emergenza idrica di Ortigia e di altri quartieri le cui cause non gli si possono in alcun modo imputare. Ma è proprio il modo, peraltro obbligato, con cui è stata gestita l’emergenza idrica – cioè tappando i buchi di quel colabrodo che è la rete idrica e fognaria siracusana – che ripropone un vecchio interrogativo: quando si metterà mano al rifacimento delle condutture, se vogliamo evitare un’emergenza bis, ma di proporzioni maggiori, nei prossimi otto, nove mesi?
Il socio privato finora non ha fatto alcun cenno all’esistenza di progetti, di piani industriali e finanziari finalizzati all’avvio di questa imponente e non più rinviabile opera. C’è un cronoprogramma per la graduale sostituzione delle condutture idriche e fognarie? Se c’è, bisogna che i cittadini ne siano informati; se non c’è, bisogna predisporlo al più presto, altrimenti si incrinerà la fiducia nella capacità di Aretusacque di andare oltre la gestione dell’emergenza.

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