Non c’è pace per il cimitero di Siracusa. Un luogo sacro travolto negli anni da criticità di ogni genere: dalle carenze strutturali e il degrado di vialetti e monumenti, ai contenziosi sulle lampade votive, fino all’ennesima emergenza per la mancanza di posti e al progetto di un nuovo cimitero impantanato chissà dove. Ad aggravare il tutto, gli strascichi delle inchieste giudiziarie che hanno svelato un vero e proprio “mercato nero” dei sepolcri, tra false autorizzazioni, loculi rivenduti e salme spostate all’insaputa dei familiari.
In questo clima di caos gestionale e sfiducia crescente dei cittadini si consuma la vicenda che raccontiamo oggi: un’ulteriore, amara ciliegina sulla torta. Una storia che evidenzia come, tra le pieghe (e piaghe) dei servizi cimiteriali di Siracusa, l’inflessibilità delle regole non sia uguale per tutti e finisca per scontrarsi con i principi fondamentali di trasparenza e imparzialità della Pubblica Amministrazione.
La vicenda trae origine dalla richiesta di collocare i resti ossei di una defunta, una volta riesumata la salma dopo 10 anni in un campo a rotazione, all’interno del monumento funerario edificato nel 1954 dal padre. Questo il racconto dei fatti che non attengono solo a una sfera privata ma hanno rilevanza pubblica non tanto per il rigorismo procedurale mostrato in questa occasione dagli uffici quanto dal forte contrasto con quanto accaduto in passato per il medesimo manufatto funerario.
“A gennaio 2026 ho presentato regolare istanza formale per collocare i resti ossei di mia madre all’interno del monumento funerario edificato dal padre (mio nonno) – racconta N.S. -. Essendo trascorsi i 10 anni canonici, a luglio sarebbe stata riesumata (cosa non ancora avvenuta perché a luglio e agosto non si fanno riesumazioni) con il rischio che i suoi resti finissero nell’ossario comunale. Una mia richiesta di tre anni fa di avere due ossariette è rimasta senza risposta perché il Comune ne era sprovvisto. Dopo oltre quattro mesi, non avendo ricevuto alcuna risposta mi sono messa in contatto telefonico con il segretario generale, dottoressa Danila Costa, e nel frattempo ho inviato tramite PEC una diffida e una messa in mora ai servizi cimiteriali facendo presente che, trattandosi del sepolcro del genitore, mia madre godeva e gode di un diritto primario e diretto (iure proprio) alla sepoltura in quella tomba essendo figlia del fondatore.
Solo a giugno ho ricevuto una nota informale dei servizi cimiteriali, priva di numero di protocollo… non l’unica ‘viziata’ comunque. I numeri di protocollo erano indicati in una successiva comunicazione ma ho notato una incongruenza. Comunque, nella nota di giugno, l’ufficio, pur riconoscendo in linea di principio il diritto di mia madre, pretendeva l’autorizzazione di tutti gli eredi in vita entro il termine perentorio di 15 giorni, pena il rigetto dell’istanza.
Ciò che rende la situazione inaccettabile è la palese disparità di trattamento rispetto a quanto accaduto in passato per il medesimo monumento funerario. Nel 2021 infatti fu autorizzata l’estumazione e la riduzione in resti ossei della zia, sepolta da tempo in quella tomba, per far spazio alla (futura) successiva sepoltura del figlio (mio cugino), senza che fosse richiesto il consenso degli altri parenti di pari grado, me compresa. In quel caso l’ufficio procedette senza sollevare alcuna obiezione in 13 giorni e non richiese firme congiunte neanche per aprire il monumento funerario. Oggi invece per mia madre si pretende il benestare unanime di tutti i parenti – e ovviamente mio cugino che, a seguito delle me rimostranze, ha dovuto formalmente rinunciare all’estensione del diritto di tumulazione per se stesso, mi ha fatto sapere di non essere disponibile a dare il proprio consenso -, bloccando l’esercizio di un diritto sacrosanto con un diktat informale. Di fronte a questo stallo e alla mancanza di un provvedimento formale protocollato ho già provveduto a informare la prefettura per chiedere un intervento di “sollecitazione e raccordo” per raggiungere l’obiettivo. Ciò dopo aver nuovamente sollecitato il segretario generale di provvedere affinché mi sia data l’autorizzazione oppure un diniego scritto e motivato dai riferimenti di legge opportuni. La mia pec è del 17 giugno. Non ho ancora ricevuto risposta!”.
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Ancora una volta, dunque, ci troviamo di fronte al caso di un cittadino soccombente rispetto all’istituzione che più dovrebbe tutelarne esigenze e diritti, traendo la propria legittimazione proprio dalla comunità che amministra in quanto emanazione della volontà popolare. Una situazione sconcertante. Appare infatti intollerabile, e ingiustificabile – quando accade – il sistematico silenzio/inadempimento di fronte alle istanze formali presentate dai cittadini, costretti a ricorrere a reiterati solleciti, messe in mora e diffide pur di ottenere un riscontro
In più, dal punto di vista della regolarità amministrativa, l’operato degli uffici ci appare gravemente viziato. Riteniamo che, se confermato (anche a noi non risulta la presenza del numero di protocollo sulla comunicazione inviata dal comune alla signora), l’invio di note ufficiose non risponda a quei principi di trasparenza, tracciabilità e certezza del diritto che dovrebbero governare ogni atto della Pubblica Amministrazione.
Particolarmente grave risulta poi quella che anche a noi appare una distorsione del quadro giuridico in materia di sepolcri familiari: pretendere il consenso unanime di tutti i parenti in vita e imporre termini perentori sotto minaccia di rigetto – per giunta da parte di uffici che sistematicamente ignorano i tempi di legge per l’accesso agli atti! – significa calpestare il diritto primario alla sepoltura (jure proprio) che spetta d’ufficio ai discendenti diretti del fondatore. Una condotta che assume i contorni di un ostacolo pretestuoso e privo di qualsiasi solido fondamento legale, di cui sfuggono le reali motivazioni.
Ma dal nostro punto di vista, l’aspetto più grave e sanzionabile dell’intera vicenda risiede nell’evidente violazione degli articoli 3 e 97 della Costituzione, che impongono imparzialità e parità di trattamento. Risulta infatti inconcepibile come, per lo stesso idoneo manufatto funerario, si sia proceduto in passato ad autorizzazioni, concesse in tempi record, senza chiedere firme congiunte tra coeredi, mentre oggi si pretenderebbe una paralizzante unanimità per concedere il medesimo diritto: un’incomprensibile disparità di trattamento che potrebbe integrare la figura dell’eccesso di potere e sottoporre la gestione cimiteriale all’arbitrio
Di fronte a questa paralisi, appare senz’altro opportuna l’istanza inviata alla Prefettura, ma ancor di più il formale e reiterato appello rivolto alla dottoressa Costa: nella sua veste di Segretario Generale e garante legale dell’ente, spetta infatti a lei il compito primario di intervenire per assicurare la totale trasparenza e correttezza di ogni singolo provvedimento, impedendo che l’arbitrio o il silenzio degli uffici prevalgano sul diritto, consolidato.

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