Il Capodoglio di Favignana
“Non ci sono parole per descrivere il momento magico vissuto nell’estate 1991, quando salvammo da sicura morte un cetaceo rimasto prigioniero di un esteso pezzo di rete abbandonata in mare. Così ha inizio il racconto di Rosalba e Pino, di Cetty e Luigi, testimoni di una singolare storia vissuta nelle acque tra Favignana e Formica. Era un’assolata mattina di fine luglio, quando dalla nostra imbarcazione da diporto ci accorgemmo che un capodoglio si dibatteva furiosamente nell’acqua per liberarsi della rete che lo imprigionava. Con la radio di bordo ci mettemmo in contatto con la capitaneria di Marsala e di Trapani. In breve tempo giunsero due motovedette che si avvicinarono con cautela nel posto indicato. Il cetaceo guardò gli uomini e rimase calmo come in attesa con i suoi 16 metri di lunghezza e proporzionata grossezza. Un sommozzatore si immerse lentamente e avvicinatosi cominciò a familiarizzare con il cetaceo accarezzandolo mentre via via procedeva al taglio della rete. Il lavoro fu duro in quanto ci vollero un paio d’ore per liberarlo. Finita la delicata operazione, il sommozzatore risalì sul mezzo nautico tra gli applausi dei compagni mentre tutti insieme vedevamo il cetaceo allontanarsi. Ma grande fu la meraviglia nel constatare che stava tornando indietro. E portatori sotto bordo fece due giri attorno alle due motovedette e uscita dall’acqua l’enorme testa emise più volte un acuto verso in direzione dei marinai, i quali risposero festanti con grida di gioia e di commozione. All’unisono pensammo che il capodoglio prima di prendere definitivamente il largo, aveva voluto esprimere ai salvatori la sua riconoscenza, che era anche la nostra verso di lui per averci dato una indimenticabile lezione di unità fra il regno umano e quello animale”.
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La tartaruga di Vendicari
Un’altra straordinaria storia marinara ci è stata narrata da Marco, Gianni, Luca, Corrado, pescatori per hobby. “Era un giorno di agosto del 1980 quando ancora Vendicari non era una riserva naturale. Insieme su uno stesso gommone, eravamo andati a pescare in quel magnifico tratto di mare e precisamente nell’insenatura lungo la pittoresca costa di Noto. Rientrati al tramonto sulla scogliera dove sorge la Torre Sveva, abbiamo ancorato il gommone e ci siamo avviati verso le case abbandonate dell’antico centro marinaro. Fatti pochi passi vedemmo una grossa tartaruga in una buca fra gli scogli. Ci fermammo sorpresi e cercammo di avvicinarci con cautela per non spaventarla e ammirare il raro esemplare. La tartaruga sembrò non accorgersi di noi. C’era in lei qualcosa di sofferente. Aveva bisogno di aiuto. Ispezionammo il suo corpo e ci accorgemmo che in alto alla sua zampa destra c’era attorcigliato un sottile fil di ferro che certamente dava fastidio al suo arto. La spazzatura ambientale creata e distribuita dall’uomo per terra e per mare non risparmia nessun essere vivente. Pensammo di utilizzare una di quelle pinzette che non mancano nella borsa delle donne cercando di dilatare il cerchio mentre uno delle nostre dita ne distanziava la zampa durante l’operato implorando il Cielo. L’operazione durò più di un’ora per la lentezza con cui allargavamo a turno l’anello ferroso. La tartaruga immobile ci lasciava fare finché la liberammo dall’ingombro e per la gioia ne accarezzavamo le zampe e la testa e il carapace. Intanto si era fatto sera e nel cielo luccicavano le prime stelle e decidemmo di restare accanto alla nostra amica. Il sole del mattino ci svegliò e subito guardammo se Scudo come l’avevamo chiamata era ancora accanto a noi. Anzi ci accorgemmo che ci stava osservando con i suoi occhioni soffermandosi su ognuno di noi. Stavamo con il fiato sospeso. C’era un incanto nell’aria. La tartaruga si mosse lenta ma sicura verso il mare. Si fermò sulla riva e con il suo tempo si girò e protese la testa verso di noi. Poi ritornò alla sua posizione di tuffo e si immerse nell’acqua guardandola nuotare verso il suo habitat. Un nodo ci stringeva la gola. Certamente avevamo vissuto una delle favole più belle della nostra vita”.

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