Il percorso che ha portato al finanziamento del sedicente “progetto di valorizzazione della Riserva Ciane-Saline” – contestato da alcuni perché ritento “inutile” rispetto alle reali criticità del sito (in calce l’ultimo comunicato) – è stato caratterizzato da un avvio complesso. In una fase iniziale la proposta progettuale presentata dal Libero Consorzio era stata ritenuta dal Dipartimento regionale non conforme ai requisiti tecnici richiesti, portando a una pronuncia di inammissibilità.
Successivamente, in merito alla mancata ammissione, durante un incontro con alcune associazioni, il Libero Consorzio aveva sostenuto che la procedura si sarebbe perfezionata attraverso un’attività di integrazione documentale assimilabile a un ‘soccorso istruttorio‘. La domanda è se sostituire un Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica (PFTE) con un Documento di Indirizzo alla Progettazione (DIP) rientri o meno tra le correzioni formali possibili perché, altrimenti, la decisione ultima della Regione di finanziare il progetto apparirebbe non tanto frutto di un “formale soccorso istruttorio” quanto piuttosto di un’ampia discrezionalità valutativa. Una scelta rischiosa, come spiegheremo.
Alla fine il punteggio attribuito, 111 punti, è stato altissimo (al secondo posto nella classifica), e massimo il finanziamento: 5.510.000 euro, cifra che stacca nettamente gli altri interventi in graduatoria (il secondo si ferma a 3.370.000 euro).
Eppure proprio la natura della “sanatoria” solleva un interrogativo sulla genesi della documentazione: perché il Libero Consorzio ha presentato un DIP anziché procedere direttamente con il PFTE come richiesto espressamente dal bando?
Per cercare di dare una risposta bisogna (purtroppo) scendere nei tecnicismi che proviamo a semplificare. Il DIP è un atto di natura programmatica che definisce gli obiettivi, i tempi e le finalità di un intervento, risultando strutturalmente meno gravoso rispetto al PFTE, che richiede invece elaborati progettuali dettagliati e calcoli di costo precisi.
Un escamotage per aggirare le barriere d’accesso iniziali, trasformando quello che si sarebbe configurato come un appalto di lavori — soggetto a vincoli stringenti — in una prestazione di servizi, più agevole da far rientrare in qualche modo, come poi è stato, nei parametri di ammissibilità regionale? (da scartare invece l’ipotesi di una mancanza dei tempi necessari alla rielaborazione del PTFE dato il lungo tempo a disposizione nonché la presenza di progetti mai promossi dall’ente provinciale e dal direttore della riserva, come ricordato da Ansaldi).
Non abbiamo una risposta, né conosciamo i contenuti delle comunicazioni intercorse tra Libero Consorzio e Dipartimento regionale che non sono di dominio pubblico (serve eventualmente un accesso agli atti). Potremmo supporre che il Libero Consorzio, a differenza comunque di tutti gli altri enti partecipanti al bando, abbia pensato che, dato l’obiettivo della gestione naturalistica della riserva, e non la costruzione di nuove volumetrie, il ricorso al DIP fosse formalmente più coerente con la natura “intellettuale” delle prestazioni: attività immateriali quali studi di fattibilità, monitoraggio della biodiversità, allestimento di percorsi didattici e via discorrendo. Altro che indagini geologiche, rilievi topografici e oneri di progettazione del PFTE con un iter vincolato a tempi di redazione e approvazione più rigidi. Meglio forse provare ad accelerare la fase di candidatura, inquadrando il progetto in una corsia preferenziale pensata per le forniture di beni e servizi, evitando così le lungaggini burocratiche legate alle opere pubbliche complesse. E poi un altro vantaggio, forse ‘la risposta’: presentare un DIP consente di aggregare le voci di costo in modo meno vincolato rispetto a un computo metrico estimativo di un PFTE.
Ma, al di là di tali supposizioni, il punto critico resta la divergenza tra l’identità del progetto (servizio) e la voce contabile (lavori) che pone dubbi sulla reale natura dell’appalto e sul conseguente regime normativo applicabile. Dall’analisi documentale emerge un vero e proprio cortocircuito: se da un lato il ricorso al DIP — presentato ufficialmente come finalizzato alla ‘redazione ed approvazione della progettazione di fattibilità tecnico-economica e all’espletamento delle procedure d’appalto per progettazione esecutiva e lavori‘ — viene utilizzato per giustificare l’intervento come un complesso di prestazioni intellettuali, dall’altro, nel quadro economico interno, le voci di spesa restano categorizzate come ‘lavori’. Questa incongruenza tra l’identità dichiarata alla Regione e la gestione contabile interna non è una questione di lana caprina, ma un’anomalia che solleva perplessità sulla legittimità dell’intero iter procedurale.
Ci limitiamo a porre alcune domande non essendo preveggenti. In sede di gara, al momento dell’affidamento dei lavori (avremo come sempre affidamenti diretti?), saranno appaltati “lavori” o “servizi”, studi di settore ecc.? Da un’eventuale distorsione dei requisiti di partecipazione non potrebbero scaturire ricorsi? Se si inquadrano i servizi come “lavori”, non occorrerebbe rispettare i requisiti di qualificazione molto più stringenti previsti dal D.lgs 36/2023 per le opere pubbliche (quello che, forse, si è cercato di aggirare)? E al momento della rendicontazione, previe le dovute verifiche sulla congruità delle spese, non potrebbero sorgere contestazioni?
![]()
Allora quindi, forse, per evitare il blocco del progetto o la revoca dei contributi, non sarebbe opportuno che il Libero Consorzio distinguesse da subito tra opere di riqualificazione strutturale e servizi di studio e monitoraggio, applicando a ciascuna componente le norme di gara proprie, visto che pare stia per gettarsi in un ginepraio?
Domande a cui sicuramente non si daranno risposte e che in fondo non cambiano la valutazione di un progetto che non affronta le reali gravi criticità della riserva che da morta non se ne farà nulla di un’avannotteria di cui non comprendiamo l’utilità e della insensata ristrutturazione di un edificio crollato per incuria.
COMUNICATO DEL 19 GIUGNO 2026
Le false verità sul finanziamento della Riserva Ciane-Saline: l’ennesimo spreco di denaro pubblico a fronte della sordità istituzionale
Il recente comunicato dal tono trionfalistico del Presidente del Libero Consorzio Comunale di Siracusa, che celebra l’ammissione a finanziamento di un progetto da oltre 5,5 milioni di euro (fondi FESR) per la Riserva del Ciane e delle Saline, si presenta – a una lettura attenta e aderente alla realtà dei fatti – come un’inaccettabile sequela di falsità. Più che la narrazione di una “straordinaria opportunità per il nostro territorio”, ci troviamo di fronte a un’operazione di mera autocelebrazione per interventi che poco o nulla hanno a che vedere con le reali emergenze ecologiche e gestionali dell’area. In un ecosistema così delicato, non possiamo in alcun modo accettare la logica cinica del “tutto va bene purché ci siano soldi da spendere”. Di seguito, le reali criticità che il trionfalismo di facciata tenta maldestramente di nascondere:
Il comunicato vanta i presunti risultati di una “campagna di ascolto e confronto” promossa attraverso un fantomatico “Comitato Tecnico Scientifico”. Questa è una mistificazione istituzionale bella e buona: nessun vero Comitato Tecnico Scientifico è stato mai istituito o riunito dall’ente gestore. Quello che viene spacciato per tale è stato, nei fatti, un mero sedicente tavolo tecnico, utilizzato in modo del tutto strumentale per coprire decisioni evidentemente già prese dall’Amministrazione. In tali sedi, chi ha cercato di esprimere opinioni fermamente critiche o indicazioni precise (prime fra tutte quelle delle associazioni che chiedevano la cancellazione di opere inutili) è stato puntualmente ignorato e liquidato. Questo smentisce categoricamente l’affermazione secondo cui le migliori risposte nascano dalla “condivisione”. Non c’è stato alcun percorso condiviso, bensì una totale sordità istituzionale, figlia di una cultura politica cinica e parolaia.
Il testo del Libero Consorzio rivolge ringraziamenti al Vicesindaco di Siracusa per il contributo offerto al progetto. Risulta tuttavia del tutto incomprensibile e irrituale il ruolo di questa figura, la quale è intervenuta senza alcun titolo specifico in materia per prodursi in una virulenta difesa del progetto di un’avannotteria (incubatoio ittico) da realizzarsi nella ex centrale di Mezzabotte. Si omette deliberatamente di dire ai cittadini che questa singola struttura rappresenta la voce economicamente più rilevante dell’intero finanziamento, pur trattandosi di un intervento privo di qualsiasi motivazione scientifica e del tutto ingiustificato rispetto ai reali bisogni della riserva. Un’amministrazione comunale seria avrebbe dovuto invece provvedere da tempo all’elaborazione di un rigoroso e indispensabile piano di gestione della preriserva, non difendere a spada tratta un progetto fallimentare.
Mentre si concentrano milioni su progetti inutili, si voltano le spalle alle priorità vitali per la sopravvivenza dell’ecosistema. Il ripristino dell’argine tra le saline e il mare è un punto totalmente ignorato dal progetto, mentre la ripresa della manutenzione della vegetazione a papiro è lasciata nel vago e nell’indeterminato. Al contrario, si prevede l’ennesimo intervento sulle infrastrutture preesistenti, tra cui la ristrutturazione della “Casa della Salina” per destinarla a Museo del Sale. Parliamo di una struttura già ricostruita nel 2009 e crollata sotto i marosi a seguito di marchiani errori progettuali, per di più ubicata nel cuore dell’area di sosta dell’avifauna migratoria, la zona in assoluto più critica.
L’obiettivo dichiarato di tutelare e valorizzare il patrimonio ambientale è, nei fatti, clamorosamente smentito dalle azioni. L’unico risultato concreto ottenuto è l’intercettazione di fondi per realizzare interventi costosissimi che arricchiscono i capitoli di spesa, ma che non affrontano in alcun modo le vere, profonde e urgenti criticità ecosistemiche della riserva, già peraltro riconosciute in una precedente richiesta di finanziamento del Libero Consorzio di circa cinque anni attraverso i fondi FESR.
Ricordiamo, infine, che l’ammissione a finanziamento non esaurisce affatto l’iter approvativo di un progetto che incide pesantemente sulla “Zona A” della riserva: ci saranno le sedi e le azioni opportune per far valere il rigoroso rispetto delle previsioni di legge e degli obblighi gestionali, opponendosi a ipotesi progettuali che si muovono in direzioni contrarie alla tutela dell’ambiente.
Giuseppe Ansaldi e Corrado V. Giuliano del Comitato Parchi
Carmelo Iapichino – LIPU
Liliana Gissara – Italia Nostra

Commenti recenti