L’occhiatura, in gergo n’ucchiatura, è intesa così l’influenza negativa esercitata da una persona sulle altre attraverso lo sguardo. Tale credenza ha radici profonde nel costume dei siciliani, dell’Italia del sud. Anche se siamo in un’epoca di meraviglie scientifiche, di prodigi della tecnica dell’IA, di larga apertura intellettuale e di ricerca spirituale, si continua a credere nel malocchio, nell’influsso malefico della “taliata di la mala genti”, nell’occhiata carica di cattivi sentimenti. Può darsi che l’origine della credenza vada ricercata in quella verità enunciata dal Cristo come si legge in Matteo 1-23 definendo l’occhio quale lampada del corpo che illumina se sano o al contrario se viziato. Fra le memorie della civiltà sicula nella Sicilia orientale (X -VIII secolo a.C.) in una lamina d’oro, conservata nel Museo Archeologico Paolo Orsi, è incisa in lingua aramaica una preghiera rivolta a El-Yah perché protegga la figlia dal malocchio. Nel Siddur, il libro delle preghiere degli ebrei, leggiamo fra le benedizioni del mattino, quella di essere salvati dal malocchio e dalla maldicenza, come accadde a Rosario Chiarchiaro che ritenuto di essere jettatore, ne chiese “La patente”. Racconto contenuto nella raccolta “Novelle per un anno” di Luigi Pirandello. E oggi come ieri, per scongiurare tale nefasta credenza, grande fiducia si ripone negli amuleti, nei “porta furtuna”. Numerosa è la varietà dei talismani e tante le formule o invocazioni per salvarsi dal malefizio. I talismani sono costituiti da oggetti naturali oppure manufatti decorati con figure simboliche, ai quali si attribuiscono potere e valore magico e sacrale, di opposizione all’energia negativa emanata da quanti hanno “l’occhiu rassu” viscido, untuoso. Pertanto, essi vengono portati addosso o si conservano in un angolo della casa o delle attività commerciali. Secondo la tradizione sono i metalli ad avere la forza di abbattere “l’ucchiatura”, specie nella forma di corno o di ferro di cavallo, doppio corno. E così continua a tutt’oggi l’usanza di regalare cornetti d’oro e d’argento, di corallo rosso o di altro materiale. In caso di immediata difesa si usa fare le corna con le dita della mano o toccare ferro se a portata di mano, e gli uomini ieri toccavano le loro parti intime. Memoria dell’antica religione fallica trasmessa dai romani quando era lecito appendere al collo dei bambini un fallo (che il corno simboleggia) e questo essere portato in giro nelle feste di Bacco per salvare seminati, bestiame e uomini. Quasi sempre agli oggetti a forma di corna si aggiungeva qualcosa di rosso, come l’energia, per rafforzare il potere di agire contro “lu malocchiu”, “di lu jettataturi” o “di la cucchiatrici”, da “cuccuni” com’era chiamato in gergo il gufo reale, uccello notturno ritenuto di malaugurio per il suo canto. Quindi corna e chiave maschia legate a cordicelle rosse, nastri rossi fra le bardature dei cavalli, al frustino del carrozziere, a una pianta nei balconi e nelle scale della propria casa, nei lacci dei campanelli alle porte, alle canne poste in mezzo ai campi, vivacizzavano persone e luoghi. E rosso era il fazzoletto legato al collo do carritteri per essere protetto da qualsiasi impedimento nei suoi solitari spostamenti lungo le impervie trazzere in aperta campagna. Credenza che ancora si manifesta nei nastri rossi con corno in tinta che vediamo appesi negli specchietti interni di camion e ciclomotori, in alcune macellerie assieme ad una immagine di santi. A detti scongiuri si aggiungono il sale, la ruta, ritenuta erba “scaccia diavuli”, l’aglio, ortaggio medicamentoso dall’aspro odore, particolari preghiere. Antonio Aniante narra: “Castagneto per la festa di Sant’Alfio ha tutti i muri e tutte le case tappezzate e foderate di aglio secco, grosse teste di aglio in belle trecce adornano l’intero paese e le hanno addosso uomini, donne, bambini, bestie”. E ancora, per trovare certezza di essere liberati dall’ucchiatura, si ricorreva alle pratiche conosciute da poche donne del paese. Suggestione o verità, certo è che il popolo appare ancora imbrigliato in codesto aspetto delle tradizioni.
Tags Museo Archeologico “Paolo Orsi” Matteo 1-23 Siddur Rosario Chiarchiaro Antonio Aniante
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