Sul magazine 7 del Corriere della Sera, Micol Sarfatti ha intervistato Marina Valensise, scrittrice e consigliera delegata della Fondazione Inda. “Lo scorso anno – ha detto Marina Valensise – il valore della produzione è stato di 9.831.046 euro e le presenze sono state 174.659; quest’anno, a stagione ancora in corso, si contano 194 mila ingressi. Tra questi, oltre 2.000 studenti di 103 licei“. Onore ai numeri.
Nell’ intervista, più che dei successi ottenuti come amministratrice dell’Inda, Marina Valensise preferisce parlare del suo interessante libro Cuore Greco – che è “una piccola scorribanda culturale per andare a vedere quali grandi intellettuali e artisti del Novecento avevano attinto al teatro greco per raccontare il loro tempo” – del suo amore per la tragedia ateniese e soprattutto del tragediografo con cui confessa di “parlare spesso“: Sofocle. Marina Valensise dimostra molta sensibilità nel trattare temi come potere, guerra e amore.
Tornando ai numeri, come siracusano non posso che compiacermi se, come afferma Marina Valensise, le rappresentazioni classiche muovono un indotto di circa 40 milioni. Però va anche detto che oltre alle luci nella gestione dell’Inda ci sono le ombre e sono ombre pesanti che offuscano il principio della trasparenza.
Ora, è vero che l’Inda è una fondazione di diritto privato, ma è anche vero che essa è sottoposta al controllo del ministero della Cultura, che il suo consiglio di amministrazione è nominato con decreto ministeriale e che la gestione contabile è controllata dalla Corte dei conti. Ne consegue che gli atti, tutti gli atti, adottati dal consiglio di amministrazione devono essere improntati sia, come detto, al principio di trasparenza che a quello della buona amministrazione. Se queste sono le regole, non mi pare, come ho rilevato più volte, che le nomine dei traduttori, nomine che danno prestigio, ne tengano conto.
In un precedente intervento su La Civetta ho scritto che la Valensise è il vero dominus dell’Inda, quella che tiene in piedi la baracca. Alludevo alla debolezza della governance nel suo insieme e soprattutto alle modalità, svincolate da criteri oggettivi, con cui vengono scelti i traduttori delle tragedie. Cito solo tre casi.
Walter Lapini, Università di Genova, ha tradotto ben sei tragedie in cinque stagioni: 2019, Elena di Euripide; 2021, Coefore ed Eumenidi di Eschilo, portate in scena insieme come secondo e terzo atto dell’Orestea; 2022, Agamennone di Eschilo; 2024, Aiace di Sofocle; 2026, I Persiani di Eschilo.
Giorgio Ieranò, Università di Trento, nel 2012 ha tradotto Baccanti di Euripide; nel 2017 Sette contro Tebe di Eschilo; nel 2018 Eracle di Euripide; nel 2022 Ifigenia in Tauride di Euripide; nel 2025 Elettra di Sofocle. Della stessa Università, Caterina Mordeglia nel 2024 ha ricevuto l’incarico di tradurre il Miles gloriosus di Plauto.
Francesco Morosi, enfant prodige e pupillo di Guido Paduano, direttore della rivista Dioniso, nel 2022 ha tradotto Edipo Re di Sofocle; nel 2025 Edipo a Colono di Sofocle e nel 2026 Antigone di Sofocle. Inoltre ha curato i seguenti adattamenti e libretti: nel 2023 Ulisse, l’ultima Odissea; nel 2025 Iliade di Omero; nel 2026 Metamorfosi di Ovidio.
Se, in ipotesi, un magistrato chiedesse ai componenti del consiglio di amministrazione della Fondazione in base a quali criteri hanno inondato di incarichi i tre suddetti grecisti e ignorato l’esistenza di bravi antichisti delle Università di Milano, Pavia, Torino, Bologna, Parma, Ferrara, Padova, Siena, Urbino, Roma, Napoli, Salerno, Palermo, cosa risponderebbero? La verità è che in questi anni all’Inda si è formato un giro di traduttori sponsorizzati da componenti del CdA, un cerchio mitico di privilegiati per i quali le porte di Palazzo Greco sono state sempre spalancate mentre per altri sono state chiuse a doppia mandata.
In questo contesto ha giocato dietro le quinte un ruolo diciamo così promozionale Guido Paduano, direttore della rivista dell’Inda, Dioniso.
Nel 2016, Marina Valensise ha scritto un saggio intitolato La cultura è come la marmellata, quando se ne ha poca, spiega l’autrice, la si spalma di più. Ma nel nostro caso di marmellata ce n’è sempre stata moltissima, solo che lor signori hanno preferito usarne poca e per pochi golosi.
Mi auguro che con il ritorno nel CdA dell’Inda di Monica Centanni e con l’ingresso di Caterina Barone dell’Università di Padova e di Francesca Bortoletti dell’Università di Parma le cose possano cambiare. Da notare che il prossimo consiglio di amministrazione dell’Inda sarà formato da sole donne, fatta eccezione per il sindaco, presidente di diritto. Da notare ancora che Caterina Barone, grecista e latinista, benché in passato abbia a lungo collaborato con la rivista Dioniso e benché sia titolatissima, non ha mai ricevuto un incarico di traduzione. Evidentemente non faceva parte del cerchio mitico. Ma ora è al posto giusto per sparigliare le carte e, se lo ritiene, anche di darle. Questo vale anche per la grecista Centanni, che è stata a lungo in precedenti consigli di amministrazione e per Francesca Bortoletti, docente di Storia del teatro. A loro tre e alla consigliera delegata Marina Valensise gli auguri di buon lavoro.

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