Servizio Idrico a Siracusa. La matematica non è un’opinione: nei numeri del PEF 27 milioni “regalati” al socio privato

Nell’attesa che il nuovo gestore del Servizio Idrico Integrato, grazie al proprio know how, ci convinca che i nostri massimi rappresentanti istituzionali hanno “avuto fiuto” nell’abbandonare l’idea della gestione in house a vantaggio della società mista (in cui, a nostro giudizio, al netto del 51% di quote che detiene la parte pubblica, non conteranno nulla… o quasi), proviamo a verificare il dogma/pilastro della retorica che da sempre accompagna le privatizzazioni dei servizi pubblici: “Il pubblico non ha i soldi, serve il privato per fare gli investimenti“.

Ad aiutarci la lettura dell’Allegato 18 del Piano Economico Finanziario (PEF) trentennale (2024-2053): la Relazione di asseverazione così come redatta dalla società di revisione/organizzazione contabile Audita.

Il primo dato che emerge è che l’acqua a Siracusa è un affare sicuro e strutturalmente in attivo. Lo dicono i numeri.

Nei 30 anni di Piano sono previsti oltre 1,2 miliardi di euro di ricavi totali, cioè quanto entrerà nelle casse della società grazie alle bollette pagate dai cittadini. Il piano prevede però una morosità iniziale del 15% e ciò significa che una parte degli incassi mancherà all’appello e la società dovrà accantonare ogni anno dei fondi per il mancato introito, creando una prima differenza tra i guadagni teorici sulla carta e i contanti effettivi.

Al netto di questi accantonamenti, sono queste le risorse a disposizione per gestire il servizio giorno per giorno (i cosiddetti costi operativi, tecnicamente chiamati Opex, dall’inglese Operating Expenses). Per intenderci: l’energia elettrica per il funzionamento degli impianti (una delle voci più pesanti in assoluto per la quale qualche soluzione ci sarebbe ma per ora pare non interessare!); gli stipendi del personale, ingegneri, tecnici, operai, addetti agli sportelli e amministrativi; la manutenzione ordinaria di condutture e impianti; l’acquisto dei prodotti chimici – cloro e altri reagenti -necessari a potabilizzare l’acqua e a trattare i fanghi nei depuratori; le spese per lo smaltimento dei fanghi.

A questi costi occorre poi aggiungere le spese per la manutenzione straordinaria e gli investimenti (il Capex, Capital Expenditure, cioè le spese in conto capitale o investimenti in capitale fisso.)

Nel contesto specifico del servizio idrico integrato, il CAPEX rappresenta tutti i soldi investiti dal gestore per lo sviluppo, l’ampliamento o il mantenimento delle infrastrutture nel lungo periodo. Depuratori, potabilizzatori, ampliamento rete idrica e/o sostituzione vecchie tubazioni, e soprattutto l’installazione di contatori intelligenti (smart meters) e sistemi di telecontrollo delle reti a garanzia che tutti gli utenti, ma proprio tutti, paghino, o inizino a pagare, l’acqua che consumano.

È importante sapere che l’ARERA (l’Autorità nazionale di regolazione per energia, reti e ambiente) stabilisce le tariffe del servizio idrico anche in base al CAPEX approvato, questo perché gli investimenti fatti dal gestore per migliorare la rete devono essere progressivamente coperti e remunerati sempre dagli utenti, su cui gravano tutti i costi del servizio idrico integrato. Al 100%!

Nel nostro caso i previsti 366 milioni di investimento verranno ‘spalmati’ sulla tariffa nell’arco dei 30 anni del Piano. Il privato quindi non mette un solo euro di tasca propria. Il suo ruolo è quello dell’intermediario di un flusso di cassa garantito al 100% dalla tariffa. Non solo: vale la pena di ricordare che, per rendere la gara più appetibile e redditizia per i privati, il piano originario degli interventi è stato tagliato da 482 a 366 milioni, riducendo gli investimenti proprio sulla rete dell’acquedotto.

Nel PEF si calcola che opex + capex ammontino a circa un miliardo e 183 milioni.

Ma se facciamo i conti alla ‘fimminina’, se dal ricavo presunto delle tariffe sottraiamo le spese di gestione e per i lavori, nel conto corrente della società avanzerebbero “solo” 17 milioni. E invece nel PEF il cosiddetto EBIT (acronimo di Earnings Before Interest and Taxes, guadagni prima degli interessi e delle tasse), il Risultato operativo, è pari a 80,94 milioni.

Spieghiamo il perché. I 17 milioni rappresentano la “cassa”: i ‘contanti’ che rimangono al netto delle spese di gestione. Mentre i circa 81 milioni sono il “valore reale”: i contanti più il valore delle opere realizzate, beni della società. E infatti sempre nel PEF si scrive che il patrimonio netto della società, nei trent’anni di gestione, crescerà fino a quasi 46 milioni.

Ovviamente gli 81 milioni non rappresentano l’utile netto di Aretusacque. C’è il fisco da pagare. Anche in questo caso il PEF ci dà il dato trentennale: tra IRES e IRAP, 31,30 milioni e poi ci dice che l’utile della società è di 43,98 milioni. Ma i conti di nuovo non tornano perché 80,94 (EBIT) meno 31,30 (tasse) fa 49,64 milioni.

Sulla carta, nelle casse della società ‘mista’ dovrebbero rimanere quasi 50 milioni di guadagno pulito (1.600.000 l’anno, niente male). E invece, se andiamo a leggere la riga dell’Utile Netto finale destinato ai soci, il PEF ci dice che restano solo 43,98 milioni di euro.

È qui che si consuma il vero “capolavoro” finanziario dell’operazione. Quei 5 milioni e 660 mila euro non sono evaporati: sono esattamente gli interessi e gli oneri finanziari che vengono letteralmente succhiati via” dal bilancio prima ancora di arrivare al calcolo dell’utile.

Per capire l’inghippo bisogna fare un passo indietro e andare a (ri)vedere com’è nata Aretusacque, un’operazione che sembrerebbe essere stata strutturata così da ‘blindare’ gli interessi del partner privato. Per lo ‘sprint iniziale’ invece di chiedere al socio privato di fare la sua parte versando subito un capitale sociale significativo, gli si è chiesto una quota minima di capitale sociale di appena 980.000 euro (il 49% del capitale totale bloccato al minimo di 2 milioni), mentre il restante 51%, pari a 1,02 milioni, lo hanno messo pro quota i 19 Comuni.

Cosa ci si fa con 2 milioni? Nulla! E infatti ‘benevolmente’ il privato è invitato a ‘prestare’ alla società Aretusacque 9 milioni. Con un tasso di interesse annuo del 6%!

Calcolatrice alla mano, un tasso del 6% su 9 milioni significa che nei primissimi anni la società deve pagare al partner privato circa 540.000 euro di soli interessi all’anno (cifra che decresce nel tempo man mano che la società restituisce progressivamente la quota capitale del prestito). E infatti il PEF calcola alla fine interessi pari a 5,66 milioni di euro complessivi. In pratica, nel giro di pochissimi anni, il privato si riprende ampiamente l’intero capitale iniziale (i 980mila euro) e ci guadagna anche solo grazie agli interessi che i cittadini siracusani gli pagheranno in bolletta. Per il socio privato una rendita garantita e prioritaria. Tutta sua!

Ed abbiamo così spiegato perché i conti iniziali apparentemente non tornavano: sottraendo dal risultato operativo di 80,94 milioni di euro i 31,30 milioni di tasse (IRES e IRAP) e i 5,66 milioni di interessi sul finanziamento, si ottiene esattamente la cifra di 43,98 milioni, che corrisponde all’utile netto finale indicato nel PEF.

Andiamo avanti e vediamo come verranno ripartiti gli utili che restano nei 30 anni: al pubblico (51%) 22,43 milioni, al socio privato (49%) 21,55 milioni (oltre a quelli già guadagnati).

Ma non finisce qui: c’è un’altra fonte di arricchimento per il privato. A fine trentennio il partner privato non avrà portato a casa solo i contanti degli utili e degli interessi, ma si ritroverà ad essere comproprietario (per la sua quota del 49%) di un’infrastruttura idrica modernizzata grazie agli investimenti per 366,63 milioni di euro realizzati durante la concessione.

Infatti, sempre secondo i dati ufficiali del PEF, come abbiamo già detto, il patrimonio netto della società crescerà nel tempo fino a toccare, alla fine del piano, i 45,95 milioni di euro. Di questo valore patrimoniale accumulato, quasi la metà (il 49%) spetterà di diritto al socio privato. Un patrimonio immenso, costruito interamente con i soldi dei siracusani, ma che resterà in quota parte in mani private.

Concludiamo con alcune considerazioni, secondo noi essenziali.

Cosa sarebbe invece successo se l’Assemblea Territoriale Idrica avesse scelto la strada della gestione in-house, preferendo una società al 100% pubblica? Semplicemente che l’intero valore economico stimato dal piano sarebbe rimasto patrimonio esclusivo del territorio. Di tutti i cittadini di Siracusa e provincia.

Si sarebbero azzerati i 5,66 milioni di euro di interessi speculativi, poiché una struttura interamente pubblica invece di ricorrere al privato al tasso del 6% di interessi avrebbe potuto attingere a linee di credito agevolate come la Cassa Depositi e Prestiti o a mutui ordinari a tassi di mercato nettamente inferiori.

I 43,98 milioni di euro di utili netti generati nei trent’anni di concessione non sarebbero stati spartiti con un partner esterno e sarebbero rimasti interamente a disposizione delle casse pubbliche locali.

Il valore del patrimonio netto finale di 45,95 milioni di euro, accumulato grazie ai 366,63 milioni di investimenti complessivi sulla rete, sarebbe rimasto al 100% di proprietà dei Comuni senza alcuna quota di spettanza privata.

Parliamo di oltre 27 milioni di euro: una somma significativa che avrebbe potuto restare sul territorio per abbassare le bollette, alleggerendo direttamente il costo dell’acqua per tutti gli utenti, e, perché no, finanziare almeno in parte i 116 milioni di euro di investimenti sulla rete che sono stati tagliati dal piano: opere drasticamente cancellate al solo scopo di ridurre i costi e rendere la gestione più “appetibile” per i colossi privati.

In conclusione. I numeri ufficiali del PEF tolgono ogni dubbio: il servizio idrico di Siracusa è una macchina che genera 80,94 milioni di risultato operativo. Scegliere la società mista ha significato regalare una fetta di questa ricchezza, una rendita del 6% e un pezzo del nostro patrimonio a un privato.

Ma scegliere la strada della gestione in-house e dell’azienda consortile avrebbe richiesto coraggio politico, competenza tecnica e, soprattutto, la volontà di rimettere al centro l’interesse superiore del bene comune, valore che, in questi tempi, sembra avere scarso appeal.

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