Il congedo da Diana Gutkowski Loffredo: l’eleganza dell’anima e il coraggio della libertà

La città prende congedo da una delle sue anime più luminose: è venuta meno a metà maggio, ora è il trigesimo, Diana Gutkowski Loffredo di Cassibile.
Nata a Roma nel 1930, Diana è stata per decenni il fulcro di una rara e colta aristocrazia dell’intelletto e dei modi, sintesi di due universi geografici e spirituali apparentemente distanti, affondati tra i due secoli e sino al nostro, interprete e testimone del travaglio del ‘900.
In lei convivevano, in un equilibrio irripetibile, il rigore romantico della szlachta – la piccola e fiera nobiltà polacca del padre – e il pragmatismo vitale, intriso di una femminilità a tratti capricciosa, autoritaria e irresistibile, della Marchesa madre, espressione della più solida nobiltà mercantile messinese.

Da questa radice duplice Diana Gutkvowski Loffredo di Cassibile aveva attinto un senso estetico delle relazioni e dell’agire assoluto e quella levità dell’anima che le permetteva di ricreare il mondo, ogni giorno, attraverso le lenti del suo inesauribile amore vitale declinato con una eleganza di esistenza che la rendeva speciale, unica, testimone ed insieme epigone di un mondo siciliano tra il mito agiografico dei gattopardi e quello realistico e di concreta decadenza e miseria dei Vicerè.
Corteggiata e ammirata, centro dei salotti borghesi siracusani, che in lei oltre che la promozione di status cercavano il respiro di un’intelligenza sempre superiore alle miserie del banale.

Diana compì una scelta di vita profondamente anticonformista, contro le convenzioni radicate in quella Sicilia delle rigide classi sociali, e squisitamente romantica, combattendo le riserve ed aperte e dure opposizioni del suo ambiente esclusivo, più che diseredata, accanitamente contrastata fino alla violenza ed alla persecuzione, alla fine vincente, con la capacità dei vincitori di non umiliare i vinti, unendosi a Zbigniew Pretsch. In lui, borghese e di famiglia militare (nonno colonnello nel regime di Piusudski) e polacco, nel quale Diana riconobbe l’incarnazione degli ideali di libertà, giustizia e patriottismo che le scorrevano nelle vene; fu un’unione che sublimò gli opposti, un sodalizio in cui egli seppe essere la salda àncora alla realtà e lei, instancabilmente, sempre a volare verso la leggerezza, l’arguzia, l’inesauribile curiosità intellettuale, l’immaginario, il culto dell’estetica solidale dei rapporti umani.
La singolarità del suo spirito rifulgeva appieno nella capacità relazionale. Diana attraversava il mondo con un’eleganza democratica e un’attenzione genuina per l’altro: sapeva rivolgere uno sguardo caldo e paritario ai più umili, riconoscendone l’intima dignità, e al contempo disarmava chi era “pieno di sé” con un’ironia sottile e brillante.
Non umiliava mai, ma la sua affilata intelligenza si faceva costantemente lezione di stile, ristabilendo le giuste proporzioni delle cose e traendo da ogni incontro una scintilla di autentica curiosità umana, un profilo di bellezza.
Fino al suo ultimo respiro, Diana ha opposto alla pesantezza dell’esistenza l’ostinata e meravigliosa gioia di vivere, intesa come sommo atto di coraggio e senso stesso della vita.

La scomparsa di una donna così straordinaria, lascia un vuoto incolmabile nell’orizzonte culturale e umano della nostra città.
Si rivolgono le più sentite, affettuose e partecipate condoglianze alla figlia Paola, che ne ha ereditato eleganza e determinazione e riservata resistenza, al figlio Giorgio, ai nipoti Stefano e l’amato Antonio, il quale porta con sé il raro privilegio di aver potuto godere per tutta la sua adolescenza e sino ad ieri, dell’assidua, presente, attenta frequentazione siracusana e della vicinanza di quella donna speciale.

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