Il grande bluff dell’acqua a Siracusa: miliardi persi, zero progetti e la rissa politica per nascondere il fallimento

L’emergenza idrica, i continui disservizi, la patologica assenza d’acqua in alcune aree della Sicilia, le tariffe alle stelle, tutte le varie e complesse criticità del servizio idrico, a livello locale e non, non potranno mai essere risolte fino a quando, come accade a Siracusa, resteranno il terreno su cui innestare lo scontro politico. Il fulcro del problema si sposta, diventa altro, e i problemi si incancreniscono mentre i fondi pubblici svaniscono nel nulla. Alla fine dei ‘giochi’ sono sempre i cittadini, le fasce più deboli in particolare, a pagare per tutti.

La rissa di questi giorni, gli interventi a raffica di Francesco Italia e Luca Cannata (e a margine, ad adiuvandum, di Giuseppe Assenza) sono null’altro che una cortina fumogena per nascondere un’amara verità che molti preferiscono non vedere: l’insipienza e ignavia della nostra classe politico-amministrativa.

Assistiamo impotenti a un fallimento di sistema perché ad andare in frantumi è stata quella catena di montaggio della burocrazia (banalmente si chiama ‘programmazione’) che avrebbe dovuto rendere davvero possibile chiedere quei fondi. Per far arrivare i milioni di euro europei e nazionali ‘ai nostri rubinetti’ occorreva fare solo quattro passaggi obbligatori, l’uno propedeutico all’altro, indispensabile. L’ATI doveva approvare il Piano d’ambito e seguire la procedura per inserire gli interventi nel Piano nazionale. Fatto il piano economico dal Gestore, si sarebbe potuto accedere ai bandi europei.

Ma l’ATI di Siracusa è stata commissariata dalla Regione Siciliana nel 2023 – e non a causa del fato maligno bensì della paralisi decisionale dei sindaci, di tutti i 19 sindaci dell’Assemblea senza alcuna eccezione – e un ente commissariato è un’auto con il freno a mano tirato: gestisce l’ordinario, non pianifica il futuro. Di conseguenza, il Piano d’Ambito (la mappa dei bisogni idrici della provincia) non è mai stato aggiornato seriamente né, a quanto pare, ha ricevuto il via libera ambientale (VAS). Un documento essenziale in assenza del quale non veniva soddisfatta la regola europea per avere i rimborsi del bando regionale né si potevano inserire le nostre priorità nei piani dei ministeri a Roma per avere i fondi del bando nazionale.

Piuttosto che dedicarsi al pungiball del torto e della ragione (a cui partecipano con gioia le frange dei commentatori da tastiera), perché i tre illustri protagonisti non rispondono a due domande facili facili? Perché negli anni passati nessuno, così come a noi risulta, ha inserito la rete di Siracusa negli elenchi ministeriali? Chi doveva aggiornare il Piano d’Ambito durante gli anni del commissariamento?

Il risultato di questa superficialità e del disinteresse amministrativo – sappiamo che il Comitato Ortigia cittadinanza resistente intende verificare con Arera a chi competa la responsabilità degli interventi strutturali – è un numero che dovrebbe far mettere in seria discussione chi gestisce la cosa pubblica: zero. Zero euro di investimenti strutturali portati a casa in un momento storico in cui i soldi c’erano, erano tantissimi e bastava saperli chiedere. A pagare il conto, come sempre, restano i cittadini di Siracusa, condannati a reti colabrodo e rubinetti vuoti da una classe politica che non sa più programmare nemmeno un giorno oltre il proprio mandato.

Detto questo come indispensabile premessa, entriamo un attimo nel merito.

Non una ma due le possibilità di finanziamenti che i nostri amministratori hanno brillantemente perso per la modernizzazione delle reti idriche, in un contesto di crisi idrica grave: il bando nazionale SFNIISSI (Strumento Finanziario Nazionale per gli Investimenti Infrastrutturali e per la Sicurezza nel Settore Idrico) e il bando regionale FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) Sicilia.

Iniziamo dal primo. Lo Stato mette in palio un miliardo di euro a fondo perduto per riparare obsolete condutture idriche di cui il 40% viene riservato al Sud. Chiariamo anche questo: si tratta quindi di 400 milioni di euro per tutto il Mezzogiorno (che comprende ben 8 regioni: Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Abruzzo, Molise e Sardegna). Ma i bandi del PNRR per il settore idrico non assegnano una quota fissa “a tavolino” per ogni singola regione e distribuiscono quei 400 milioni in base a due fattori: la popolazione e l’estensione territoriale. Ecco perché la Sicilia, la regione più grande e popolosa del Sud, avrebbe avuto diritto a circa un quarto del totale, ovvero teoricamente tra i 90 e i 110 milioni di euro.

Viene naturale pensare che Siracusa, con i suoi rubinetti a secco e una rete idrica che perde più del 67% dell’acqua immessa, sia stata la prima a correre per prendersi la sua fetta. Eppure a quel bando nazionale la nostra provincia non ha nemmeno partecipato.

Perché? Di chi è la colpa?

Al di là delle accuse reciproche tipiche di una campagna elettorale che morde il freno, la verità giuridica è netta. Per partecipare a questo bando era sufficiente un requisito preciso: essere un gestore del servizio idrico accreditato e attivo.

E l’8 giugno 2026 (data ultima di presentazione della domanda) la situazione era questa: l’ATI (l’Assemblea dei Sindaci) non poteva partecipare perché è un ente pubblico di controllo, non una società di gestione, e Aretusacque (la nuova società) non poteva farlo perché aveva appena avviato il subentro e non era ancora operativa. Ecco perché l’unico soggetto titolato era la SIAM, il gestore privato uscente. Forse la SIAM avrebbe potuto fare qualcosa, semmai tirare fuori dal cassetto qualche progetto già pronto, un atto di generosità per una società che gestisce la rete in proroga e ha un contenzioso da 21 milioni di euro con l’ATI. E tuttavia, anche se (per ipotesi assurda) avesse voluto, avrebbe trovato di fronte a sé un ostacolo insormontabile: il bando nazionale finanziava solo interventi che erano già stati inseriti negli elenchi del Piano Nazionale (PNIISSI) negli anni passati. Un inserimento che non si fa all’ultimo minuto: richiede anni di pianificazione, progetti pronti e accordi tra la politica locale e i ministeri a Roma. Una programmazione che a Siracusa, semplicemente, è mancata. Si è fatta mancare!

E così, poiché la provincia di Siracusa (come molti altri ambiti siciliani ma non è ‘mal comune…’) non ha presentato domande o non aveva i progetti pre-approvati nei piani nazionali, quei “soldoni” non sono mai arrivati sul territorio e sono stati intercettati dalle altre regioni del Sud (come la Puglia o la Campania) che avevano le carte in regola e i progetti pronti.

E per il bando regionale FESR Sicilia?

Se sul bando nazionale la colpa è della mancanza di programmazione degli anni passati, sul bando regionale FESR Sicilia (quello da oltre 150 milioni di euro complessivi) entriamo direttamente nel regno dello scaricabarile istituzionale.

Per quanto ci risulta non due, come dice l’on. Cannata, i Comuni che hanno intercettato questi finanziamenti per un totale di oltre 10 milioni di euro bensì cinque: Melilli, Sortino, Ferla, Lentini, Noto. Come dire che, in assenza di una regia forte dell’ATI (che avrebbe dovuto proteggere e coordinare tutti i Comuni indistintamente, come un unico blocco provinciale), il bando regionale si è trasformato in una “gara di velocità” e di peso politico dei singoli territori lungo l’asse dei rapporti di forza interni al centrodestra siciliano (l’area politica che governa la Regione e che gestisce, tramite l’Assessorato all’Energia e ai Servizi di pubblica utilità, il Dipartimento Acqua e Rifiuti). E così, chi aveva amministratori influenti a Palermo o uffici tecnici più pronti ha portato a casa il risultato; chi è rimasto isolato politicamente o ha commesso errori formali (come Avola – esclusa a quanto pare per documentazione incompleta – e Siracusa) ha condannato i propri cittadini a rimanere con le reti idriche colabrodo.

Di fronte a questo disastro, la difesa del sindaco di Siracusa e presidente dell’ATI, Francesco Italia, è stata netta: “La colpa è dei singoli Comuni che non hanno presentato i progetti o hanno mandato scartoffie incomplete. Noi come ATI abbiamo solo un ruolo di arbitri, non spetta a noi fare i gol”.

Peccato che i decreti della Regione Siciliana dicano l’esatto contrario.

I bandi regionali indicano chiaramente le ATI come i beneficiari principali del denaro. I Comuni sono solo partner tecnici che devono fornire i dati. L’ATI di Siracusa non era un arbitro imparziale che guardava la partita dalla tribuna: era il capitano della squadra, il soggetto istituzionale che doveva prendere per mano i Comuni, coordinarli e presentare le domande. Dire che la colpa è dei Comuni che hanno sbagliato gli allegati significa ammettere che il capofila non ha controllato e non ha saputo fare squadra.

Ma c’è un dettaglio ancora più inquietante che la politica ha nascosto sotto il tappeto. Questo bando regionale è stato un mezzo bluff. La Commissione Europea ha infatti congelato i rimborsi per l’acqua alla Sicilia a causa della mancanza della cosiddetta “Condizione Abilitante 2.5“. In parole povere: l’Europa non ridà i soldi alla Regione finché tutti e nove gli ambiti idrici siciliani non avranno un Piano d’Ambito aggiornato e approvato con la valutazione ambientale (VAS).

La Regione ha pubblicato il bando in modalità “esplorativa“, sapendo che l’Europa non avrebbe pagato. Quindi, anche se i Comuni siracusani avessero presentato progetti perfetti, quei soldi sarebbero rimasti bloccati perché la pianificazione generale dell’isola è ferma al palo.

Nel festival delle accuse reciproche di questi giorni ci ha però incuriosito soprattutto la posizione dell’avvocato Giuseppe Assenza che entra nell’arena politica per difendere l’operato del sindaco Italia e attaccare il Comune di Avola (accusato di aver inviato carte incomplete). Un intruso istituzionale si direbbe. Da Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Aretusacque il suo compito è controllare i conti e la legalità interna della nuova società, non avvalersi del suo ruolo tecnico per fare un favore politico alla linea del sindaco. Un’impropria entrata a gamba tesa usando per di più giustificazioni tecniche approssimative ad adiuvandum di Italia e scaricare le colpe sui Comuni.

La conclusione di tutta questa vicenda si può riassumere in una sola parola: beffa.

La dura realtà che resterà, una volta spenti i riflettori delle polemiche, si misura in due numeri spietati: 67% di acqua persa nelle tubature colabrodo e zero euro di finanziamenti strutturali portati a casa, proprio negli anni in cui i treni dei fondi europei e del PNRR passavano carichi di miliardi. Chi abbia tecnicamente torto o ragione nei salotti della politica non cambia il risultato finale per chi quotidianamente resta senz’acqua o usa un’acqua di pessima qualità.

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