“Giugno con la falce in pugno”

La civiltà contadina ha conservato inalterato il patrimonio dei costumi e delle tradizioni di un popolo, che offrono materia importantissima di studio mese per mese, essendo ognuno legato all’aspetto agricolo più rilevante. E “giugno con la falce in pugno”, come recita il detto, era certamente il mese che donava animo al massaro e al contadino che lavorava fra un mare dorato di spighe alla raccolta delle messi. Le preghiere, i canti, il vino, il riposo per cibarsi, accompagnavano il rito della giornata fino alla trebbiatura. Ma qual è l’etimologia di giugno. Il termine deriva dal latino Iuno, Giunone, perché nell’antica Roma il mese era dedicato alla dea, sposa di Giove, il dio dell’Olimpo.

Giunone era la protettrice del matrimonio, della famiglia, delle partorienti che portavano alla luce della realtà terrestre altri esseri. Pertanto fu soprannominata la dea Lucina. D’altra parte, il nome della dea che significa luce, brillare, è simile al mese che apre verso il periodo più solare e luminoso dell’anno. Fin dai tempi più antichi la raccolta del grano, che ha rappresentato il pane della vita, ha avuto rilievo nella storia dell’uomo. Ne abbiamo già memoria in Deuteronomio (Cap. 16:9-17) nell’Antico Testamento. Gli ebrei o semiti di cui discendevano i Siculi (indigeni di Siracusa e della Sicilia Orientale) celebravano la “Festa delle Settimane” che cadeva sette settimane dopo il primo giorno in cui si cominciava a falciare e la “Festa delle Capanne” subito dopo il raccolto che durava sette giorni. Il frumento e la sua abbondanza (il granaio pieno) rassicurava la famiglia, soddisfaceva le esigenze primarie ed economiche. Le divinità greche di Siracusa, Demetra e Kore, come vediamo nelle vetrine del Museo Archeologico “Paolo Orsi”, sono raffigurate con una torcia di spighe in mano nelle statuette votive e Kore con una spiga di grano fra i capelli in una bella moneta d’oro (dramma, 288-279 a.C.) come pure Aretusa nel decadramma 395-380 di Euainetos. Corone, festoni, mazzi di spighe legate con un nastro rosso si appendevano dietro o sopra la porta d’ingresso, dove già poteva trovarsi un bel corno rosso o un ferro di cavallo rivolto verso l’alto, segni di potere divino, di protezione e di buona fortuna. Si rinnovavano ogni anno alla nuova mietitura. In questo mese era molto sentita la ricorrenza relativa al giorno dedicato a San Giovanni Battista (24 giugno), grande al cospetto del Signore, nel simbolo del solstizio d’estate che segna i primi sei mesi dell’anno, per i tanti pronostici di matrimonio che le ragazze potevano effettuare seguendo alcuni semplici rituali. Come pure quello dedicato a San Pietro e San Paolo (29 giugno), associati per la loro valenza nel mondo cristiano, per le loro comuni qualità: la fermezza nella fiducia in Gesù Cristo e la Sua missione, cioè la Sua espiazione nel piano di salvezza dell’uomo, lo zelo nel servire alla causa che condusse entrambi ad eccellere nella predicazione subendo perciò la morte a Roma tra il 64-65 il primo e il 65-66 il secondo.

Due statue riproducenti la loro immagine ideale con i loro simboli sono poste ai lati della scalinata della Cattedrale. Giugno è anche il mese, specie nelle serate domenicali e festive, in cui si infittisce il passeggio o il riposo sulle panche “a marina” il lungomare del porto di fronte al Plemmirio, una insenatura ricca di storia tessuta dai tanti popoli che hanno dominato la Sicilia, in cerca di frescura e nel contempo gustare ai tavoli degli invitanti chioschi quanto la gelateria offre, mentre i piccoli si divertono sopra macchinine e tricicli sotto l’occhio vigile di genitori e nonni. Nel tempo sono scomparse tante usanze come la vendita estiva delle “sponse” di gelsomino bianco che “u zu Turi” vestito di bianco da sembrare un ufficiale di marina, le offriva con garbo, per pochi spiccioli, agli uomini per farne dono alla moglie o alla “zita”, alla ragazza del cuore. Era un gesto gentile e loquace più di tante parole attraverso il profumo, il candore sponsale dei piccoli fiori infilati in un’infiorescenza selvatica a ombrello.

Era infatti di gelsomino il bouquet tenuto tra le mani dalla sposa nel giorno delle nozze, che oggi è per lo più di roselline. Romanticherie di una sensibilità collettiva che conosceva la dolcezza del vivere nella durezza del lavoro, della fatica quotidiana con i pochi mezzi a disposizione e le povere finanze, nella speranza che il nuovo presente potesse portare un miglioramento delle condizioni sociali ed economiche, in un rinnovo o restauro morale ed etico dell’uomo, specie nella politica, oggi sempre più lontano.

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