Il 17 maggio ricorre la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia (IDAHOBIT). Questa ricorrenza è stata istituita per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle discriminazioni, le violenze e le disparità di trattamento che colpiscono la comunità LGBTQIA+ a livello globale.
Il valore del 17 maggio è sia simbolico che concreto poiché, in questa data nel 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depatologizzato l’omosessualità, eliminandola dalla classificazione internazionale delle malattie mentali. Questa scelta ha segnato un passaggio storico nel riconoscimento della dignità e dei diritti delle persone; con tale atto, la scienza ha chiarito che l’omosessualità non è altro che una variante della sessualità umana.
Celebrare il 17 maggio è oggi ancora più attuale alla luce dei dati internazionali. Un indice globale sull’accettazione delle persone LGBTQIA+ in 175 paesi e territori mostra che, sebbene nel lungo periodo si registri un aumento dell’accettazione sociale, in 57 paesi essa è diminuita e in 62 è rimasta sostanzialmente stabile: un segnale che il contrasto all’omofobia e alla transfobia è tutt’altro che concluso.
Una ricerca internazionale condotta su oltre 82 mila persone LGBTQIA+ in 153 paesi evidenzia, inoltre, che il rifiuto familiare rappresenta una delle forme più dannose di discriminazione, con effetti rilevanti sul benessere psicologico e sulla qualità della vita delle persone queer.
Anche i dati sulla violenza confermano la gravità del fenomeno. Secondo Amnesty International e i rapporti europei sui diritti fondamentali, circa una persona LGBTQIA+ su quattro dichiara di aver subito aggressioni o minacce di violenza, mentre oltre l’80% degli episodi non viene denunciato alle autorità, spesso per paura, sfiducia o timore di ulteriori discriminazioni. In modo ancora più critico, le persone transgender risultano esposte a livelli molto alti di violenza e invisibilità statistica, poiché in molti Stati i crimini d’odio motivati dall’identità di genere non vengono neppure registrati in modo adeguato.
Va sottolineato che, come indicano i dati, questi atti non tendono a diminuire; si ritiene, inoltre, che le cifre ufficiali siano ampiamente sottostimate. Tale sottovalutazione deriva da molteplici fattori; la difficoltà della vittima nel denunciare l’aggressione per timore di subire un ulteriore giudizio e un’errata valutazione dell’evento stesso. In diverse minoranze — e in modo specifico tra le donne e la popolazione queer — si verifica spesso il fenomeno dell’interiorizzazione del pregiudizio. Ciò accade quando la vittima di un’aggressione arriva a ritenere “giustificato” il motivo che spinge l’aggressore a compiere l’atto (ad esempio, convincendosi che essere gay sia “sbagliato” e che, di conseguenza, il comportamento subito sia una meritato).
Per queste ragioni, il 17 maggio rappresenta un’occasione educativa, culturale e istituzionale per promuovere rispetto, inclusione e pari dignità. Scuole, enti locali, servizi sociali e realtà associative possono svolgere un ruolo decisivo nel prevenire stereotipi, linguaggi d’odio e comportamenti discriminatori, contribuendo a costruire contesti più sicuri e accoglienti per tutte le persone. Celebrare questa giornata significa, quindi, ribadire che il contrasto all’omofobia e alla transfobia è parte integrante della tutela dei diritti umani e della qualità democratica di una società.

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