Il lavoro nei campi e sul mare, a contatto con la natura nelle sue stagioni e la loro fede nell’Onnipotente, ha permesso ai nostri antenati di concludere che la vita dell’uomo fosse connessa al cielo, originando la credenza sintetizzata in una massima “nasci omu e nasci stidda”. Tant’è che tuttora, quando una persona giovane o adulta muore, si dice “si è spenta”, “è scomparsa” come appunto un astro. E all’influenza delle stelle, secondo la sapienza popolare, rimane soggetta ogni attività umana, l’esistenza, la salute, il lavoro, l’amore, gli affari. Determinano la buona o la cattiva sorte. A proposito citiamo un motto ancora in uso nel linguaggio corrente “Unu putissi fari pampini di pararisu, ma se nun c’è a bona stidda (o u vuliri di Diu) a nenti vali”. I contadini dell’era preindustriale per assicurare un ricco raccolto, nel periodo della semina specie a novembre e a dicembre, attendevano il sorgere di una stella, che appariva un paio d’ore prima dello spuntare del sole, detta “A stidda da simenza”. Anche i pescatori avevano le loro stelle propiziatorie prima di gettare le reti a mare. E se la pesca risultava scarsa, rimanevano in attesa di vedere occhieggiare altre stelle a loro ben note. E ciò perchè i pesci, specie le sardelle, delle quali è ricco il mare Ionio, si muovevano allo spuntare di quegli astri. Le stelle per i nostri progenitori sono state una guida per terra e per mare, un riferimento per conoscere l’ora, le variazioni atmosferiche, per leggervi responsi. Infatti, quando uscivano di notte, ai pescatori bastava scrutare il cielo. E se “i stiddi parpiavano o nacasciavanu l’occhiu” cioè che il loro luccichio tremolava più del solito, erano certi che fosse imminente il cattivo tempo. Fenomeno dovuto alle perturbazioni che si formano nell’alto prima di cogliere gli effetti sulla terra. Verso le stelle, “l’occhi di Diu” si aveva un senso di timore e di riverenza. Guai alle persone che volevano contale, entrare nel mistero della divinità, della creazione. Queste, diceva mia nonna, venivano punite con la crescita sul volto di tanti “purretta” (verruche), quante era stato il numero delle stelle contate. Nei secoli molti scienziati, filosofi hanno guardato la volta celeste e un posto eminente occupa il siracusano Archimede (287-212 a.C.) il quale ci ha lasciato una nutrita raffigurazione di sfere, movimenti del sole e della luna, di pianeti a noi sconosciuti, oltre alle sue invenzioni e scoperte. E occasione di approfondimento del tema sono state le grandi civiltà dell’Oriente che si affidarono alle stelle e all’interpretazione del mondo come unità cosmica, esprimendo tale concetto nella costruzione dei loro templi e di particolari edifici.
A Siracusa lo troviamo nell’orientamento della Casa del Principe a Pantalica (VIII secolo a.C.), dei templi greci in Ortigia e in quello di Zeus o Giove nella contrada “Pantaneddi” (V secolo a.C.), del Castello fatto erigere da Federico II, detto del Maniace, della Torre di Vendicari (XII secolo) quando la cultura ebraica e araba trionfava nelle corti siciliane e dell’Italia meridionale, nei palazzi vaticani influenzando il pensiero cristiano dell’era medievale. Anche il popolo ha prestato attenzione alla posizione della propria abitazione per motivi di salute e di buona fortuna, che le stanze fossero esposte al sole, alla luce, perchè le case poco illuminate e a tramontana non erano soltanto malsane, potevano divenire luoghi per annidarsi “i mali spirdi” , i quali arrecavano malattie e disgrazie agli abitanti. Oggi comparando la credenza sull’influsso delle stelle con la scienza, possiamo comprendere i nostri antenati e il loro naturale affidarsi al Cielo con il loro posto nella storia umana.

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