I.A.S., EVOLUZIONE TECNICO-GIURIDICA DEL DEPURATORE CONSORTILE DI PRIOLO

Cronaca di una crisi strutturale e prospettive del polo petrochimico

L’editoriale di Massimiliano Torneo pubblicato l’8 aprile sulla Sicilia 2026, fotografa lo stato di tensione che regna negli uffici giudiziari e nelle segreterie politiche. Il termine “bubbone incomprensibile” utilizzato nel titolo sintetizza l’esasperazione di un territorio che non vede una via d’uscita chiara. Sono trascorsi ormai quattro mesi dalla chiusura formale dell’incidente probatorio e, nonostante i termini siano ampiamente scaduti, non è arrivata né una richiesta di rinvio a giudizio per i 19 indagati, né un’istanza di archiviazione. Il superamento dei termini d’indagine potrebbe rendere inutilizzabile il materiale raccolto nell’ultimo periodo.

La Procura attende il pronunciamento della Suprema Corte per decidere se insistere sull’accusa di disastro ambientale. La Regione Siciliana dichiara pubblicamente di stare lavorando per salvare il depuratore e i posti di lavoro, ma nei fatti non si vedono ancora i progetti cantierabili, i finanziamenti stanziati o le opere avviate per la riconversione civile. È un’accusa di immobilismo burocratico. L’ordinanza del Riesame che ha riabilitato il decreto governativo è vista dalla Procura come uno sbilanciamento intollerabile. In altre parole questa condizione descrive un “limbo”: la Procura è ferma in attesa dei giudici di Roma, le prove rischiano di scadere, e la politica fa promesse che non si trasformano in azioni concrete. È una corsa contro il tempo che favorisce l’incertezza e, potenzialmente, l’impunità.

L’articolo della Sicilia mette in luce come l’indagine si trovi in un “interregno” procedurale pericoloso. Se la Procura non dovesse chiudere il fascicolo a breve, si rischierebbe una paralisi che favorirebbe unicamente la prescrizione dei reati meno gravi, lasciando irrisolta la questione del danno ambientale già prodotto. Inoltre, viene segnalata l’attesa per un nuovo incontro programmato a Palermo tra la Regione e le industrie, che era stato previsto per la settimana successiva alla Pasqua 2026, per definire le risorse necessarie all’adeguamento del sito.

Il futuro industriale dell’IAS è intrinsecamente legato alla capacità delle aziende petrolchimiche di gestire i propri reflui in autonomia. Il termine “distacco” identifica il processo fisico e giuridico attraverso il quale i Grandi Utenti industriali cessano di conferire le proprie acque di scarico al depuratore consortile. Questo percorso non è più un’opzione, ma un obbligo derivante dai Decreti di riesame AIA emessi dal Ministero dell’Ambiente, resi operativi e urgenti dal Decreto-Legge 2/2023, che impone il completamento delle opere di autonomia depurativa entro il settembre 2026 per evitare la chiusura definitiva degli scarichi industriali verso il depuratore consortile.

Le principali multinazionali del polo (ISAB, Sonatrach, Sasol, Versalis) hanno da tempo avviato investimenti multimilionari per la costruzione di impianti di trattamento interni, circa 200 milioni. Tale strategia risponde a una doppia necessità: da un lato, mettersi al riparo dalle vicende giudiziarie che colpiscono lo IAS; dall’altro, modernizzare i propri cicli produttivi in un’ottica di maggiore sostenibilità. Tuttavia, la data del settembre 2026 fissata per il completamento di questo processo appare carica di incognite. Il segretario regionale della Uiltec, Andrea Bottaro, ha avvertito che il tempo stringe e che le soluzioni tecniche potrebbero non essere pronte simultaneamente per tutti gli attori coinvolti.

Il distacco dei GU avrà un impatto economico devastante per la società IAS. Attualmente, le industrie garantiscono circa il 65% dei flussi trattati e la quasi totalità della sostenibilità finanziaria dell’impianto. Senza i canoni industriali, la struttura rischia di collassare finanziariamente, mettendo a repentaglio non solo l’occupazione diretta ma anche la capacità di garantire la depurazione civile per i comuni di Priolo e Melilli ma anche quella dei reflui di circa 70 piccoli utenti nonché l’impossibilità di garantire un futuro sviluppo economico dell’area industriale per le piccole e medie imprese. Chi investirebbe in un’area industriale priva di un impianto di depurazione?

Analisi tecnica dell’incidente probatorio e della perizia Pirozzi-Sirini

Il pilastro documentale dell’accusa di disastro ambientale risiede nelle risultanze dell’incidente probatorio, fase processuale decisiva per la cristallizzazione della prova. L’accertamento, affidato a periti di rilievo nazionale come i docenti Francesco Pirozzi e Piero Sirini, ha delineato un quadro scientifico inequivocabile sulla cronica inefficienza dell’impianto IAS. Dalla perizia emerge come i processi biologici di depurazione siano stati sistematicamente compromessi dal carico tossico dei reflui industriali: la presenza di sostanze inibenti ha reso le vasche di ossidazione incapaci di degradare la materia organica.

Secondo i tecnici, l’inquinamento non è riconducibile a eventi accidentali, bensì a una condizione strutturale derivante da una politica gestionale volta al risparmio sistematico sui costi di pre-trattamento dei reflui all’interno degli stabilimenti. Le indagini ipotizzano inoltre una manipolazione dei dati analitici finalizzata a mascherare i reali livelli di inquinanti emessi, sia sotto forma di scarichi liquidi che di emissioni gassose.

Tuttavia, nella primavera del 2026, lo scenario giuridico registra un elemento di novità: la possibile derubricazione del reato di disastro ambientale. Le difese delle industrie sostengono infatti che, grazie all’attuazione delle prescrizioni del “Decreto Bilanciamento”, i parametri emissivi abbiano mostrato segnali di miglioramento. Tale evoluzione suggerirebbe che il “pericolo per la salute pubblica” manchi oggi di quel carattere di attualità necessario per sostenere l’accusa di disastro.

Nonostante queste tesi difensive, permangono criticità sostanziali che l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) non sembra aver ancora risolto. Restano infatti irrisolti i danni causati alla biomassa batterica delle vasche dai reflui di raffineria, la persistente dispersione di Composti Organici Volatili (COV) — responsabili di emissioni odorigene moleste e potenziali rischi respiratori per la popolazione — e una gestione dei fanghi di depurazione ritenuta tuttora non conforme agli standard di legge.

La posizione della Regione Siciliana e le opzioni strategiche per il rilancio

Il Governo regionale, presieduto da Renato Schifani, si trova nel mezzo di una complessa partita diplomatica. Da un lato, deve garantire allo Stato il mantenimento della capacità produttiva del petrolchimico, fondamentale per il PIL siciliano; dall’altro, deve rispondere alle istanze di legalità e salute della popolazione locale. La strategia della Regione, confermata nelle ultime comunicazioni, sembra essere quella di un “doppio binario”:

  1. Adeguamento IAS: Se le industrie decideranno di mantenere una quota di conferimenti residui o se i tempi del distacco dovessero allungarsi, la Regione è pronta a investire risorse per adeguare l’impianto alle prescrizioni AIA.

  2. Riconversione Civile: Nel caso di un distacco totale dei GU, le risorse verrebbero indirizzate verso il collettamento dei reflui di Siracusa e altri comuni limitrofi (Solarino, Floridia e sperabilmente Augusta), trasformando lo IAS in un grande polo della depurazione urbana.

Tuttavia, il piano di riconversione civile deve scontrarsi con la realtà infrastrutturale. Il depuratore di Augusta, un progetto da circa 70 milioni di euro, pur essendo formalmente in fase di realizzazione, resta ostaggio di complessi contenziosi amministrativi che ne minano la continuità dei lavori. Questo clima di incertezza legale rende imprevedibile la tempistica per la razionalizzazione dell’intero sistema di depurazione. Senza un coordinamento efficace, l’IAS rischia di rimanere sovradimensionato per i soli comuni di Priolo e Melilli, diventando un costo insostenibile per la collettività. Convogliando i reflui di Siracusa, Floridia e Solarino (oltre a Priolo e Melilli), l’impianto avrebbe un carico organico costante e “sano”, ideale per un processo biologico a fanghi attivi. Qui la tesi del “sono sufficienti” vacilla. L’IAS è un gigante nato per l’industria, con costi di gestione (energia elettrica, manutenzione di enormi vasche, personale, smaltimento fanghi) altissimi. Oggi le grandi aziende (ISAB, Sonatrach, ecc.) coprono circa il 60-70% dei costi complessivi. I cittadini di Siracusa, Floridia e Solarino pagano tariffe idriche regolate (ARERA). Queste tariffe difficilmente riuscirebbero a coprire le spese di un impianto così sovradimensionato. Senza il “contributo” economico dei colossi del petrolchimico, il costo della depurazione per ogni singolo cittadino siracusano rischierebbe di schizzare alle stelle, oppure la Regione dovrebbe intervenire con sussidi permanenti (milioni di euro ogni anno).

La sfida infrastrutturale

Affermare che i reflui siano “sufficienti” implica che questi reflui possano arrivare allo IAS.

Attualmente, mancano i collettori (le grandi tubazioni) per portare i reflui di Siracusa, Floridia e Solarino fino a Priolo. Costruire queste condotte richiede anni di lavori e decine di milioni di euro. Fino a quel giorno, lo IAS resterebbe un “gigante affamato” con costi insostenibili a carico dei soli comuni di Priolo e Melilli.

È tecnicamente vero che l’impianto funzionerebbe meglio con soli reflui civili (diventerebbe un depuratore “normale” e pulito). È economicamente incerto, perché l’IAS è un’infrastruttura “energivora” progettata per volumi industriali. Trasformarlo in un impianto solo civile senza i soldi delle industrie è una sfida finanziaria che, al momento, non ha una copertura chiara. Il successo di questa operazione dipende dalla capacità della politica di finanziare le nuove condotte e di calmierare i prezzi delle bollette per i cittadini.

Considerazioni socio-occupazionali e il ruolo dei sindacati

La crisi dell’IAS ha innescato una reazione rabbiosa da parte delle sigle sindacali (CGIL, CISL, UILTEC), che vedono nel possibile blocco dell’impianto la premessa per una catastrofe sociale. Il segretario della Cgil di Siracusa, Nardi, ha definito il 2025 e l’inizio del 2026 come periodi segnati da una vera emergenza sociale e occupazionale. Il timore non riguarda solo i dipendenti diretti della società consortile, ma le migliaia di lavoratori del petrolchimico i cui impianti dipendono dall’IAS per lo scarico delle acque.

Il Ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, ha più volte ribadito che le decisioni dei tribunali rischiano di vanificare l’azione di governo a tutela dell’interesse generale e del diritto al lavoro. In questo braccio di ferro tra “diritto al lavoro” e “diritto alla salute”, i sindacati si trovano in una posizione difficile: difendere la continuità operativa dello stabilimento pur riconoscendo la necessità di un drastico risanamento ambientale. La richiesta unanime rivolta alla Regione è la convocazione immediata di un tavolo che includa tutte le parti sociali per definire un piano di transizione occupazionale che eviti licenziamenti di massa nel settembre 2026.

Prospettive future e conclusioni

La vicenda IAS, a tutt’oggi, si configura come un groviglio inestricabile di esigenze contrapposte. Lo stallo delle indagini non è che il sintomo di una paralisi più profonda, che coinvolge la capacità dello Stato di pianificare una transizione industriale ecologica in un sito complesso come quello siracusano.

Il pronunciamento della Cassazione, atteso nei prossimi mesi, sarà lo spartiacque definitivo: una conferma dell’operatività transitoria permetterebbe di arrivare alla deadline del settembre 2026 con un margine di manovra per il distacco dei GU; un annullamento porterebbe probabilmente alla chiusura forzata dell’impianto, con conseguenze industriali incalcolabili.

Le raccomandazioni strategiche che emergono dall’analisi indicano la necessità di:

  • Accelerare la chiusura delle indagini preliminari per dare certezza giuridica agli operatori e alle vittime ambientali.

  • Definire entro la fine del 2026 il nuovo assetto societario e finanziario dello IAS, garantendo la copertura dei costi operativi per la sola componente civile.

  • Attivare un monitoraggio ambientale indipendente e accessibile alla popolazione per ricostruire il legame di fiducia tra territorio e industria.

In assenza di queste azioni coordinate, il “bubbone IAS” continuerà a rappresentare una ferita aperta nel cuore della Sicilia, un simbolo dell’incapacità di conciliare lo sviluppo produttivo con la dignità della vita umana e la tutela dell’ambiente.

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