Um dia cantarei
as esmeraldas que colocaram
em mim.
Cantarei o brilho intenso
refletido no espelho:
Esperança.
“Un giorno canterò/ gli smeraldi che collocarono/ in me./ Canterò lo splendore intenso/ riflesso nello specchio:/ Speranza”.
Tradurre vuol dire etimologicamente tradere, consegnare – pensiamo alla Settimana Santa e al tradimento di Cristo da parte di Giuda: consegnare è tradire e ciò avviene anche nella traduzione, che è un “trasporto” speciale, un trasferimento di significati da una lingua all’altra e in cui qualcosa inevitabilmente va perduto, anche se forse molto altro si acquista.
Molto si potrebbe disquisire sulle traduzioni più o meno esteticamente belle e fedeli, ma quel che conta è la possibilità di creare una connessione tra culture e lingue, tra il mondo interiore dello scrittore e quello del traduttore, e questo tramite il ponte per eccellenza, anche questa volta etimologicamente, ovvero la parola, dal latino parabola ‘similitudine’, parabolé in greco, che viene dal verbo parabàllo ‘confronto, metto a lato’, e direi ‘creo un ponte’ (pensiamo alla parabola delle matematiche, e ancora una volta ai Vangeli con le loro parabole, veri e propri ponti di parole tra la Parola per eccellenza, Cristo Verbo di Dio, e le parole umane).
“Parto” (Samperi editore), con una presentazione di Licia Cardillo Di Prima e una di Alba Olmi, è la versione italiana della raccolta di liriche della poetessa brasiliana Inês Hoffmann, curata da Marco Scalabrino, studioso del siciliano, saggista e poeta egli stesso: la sua versione è quindi un corpo a corpo poetico con la lingua dell’autrice e nel contempo tra due poetiche. La restituzione è dunque anche una ri-creazione, un nuovo corpo poetico.
La tematica, intuibile già dal titolo, è quella della dolorosa consapevolezza di sé, della necessità – specie per un io lirico femminile – di rigenerarsi, di attraversare il dolore per una rinascita necessaria e agognata tramite le stazioni della solitudine, del delirio, della delusione, del rimpianto, del desiderio inane. Della sofferenza.
Un parto, dunque.
Che è mentale, spirituale, fisico (quanta medicalizzazione del dolore, quanta spersonalizzazione nella cura… anche questo è un sottotema interessante della raccolta). Poetico.
Scalabrino dunque tra-duce, re-stituisce, ri-crea questa silloge, rispettoso del testo ma anche pronto a volgerlo in italiano filtrandolo attraverso la sua sensibilità di studioso attento al senso e alla forma linguistica e soprattutto di poeta musicalmente volto a una resa esteticamente apprezzabile.
Então me redimi
comigo mesma
Concedi a mim
o indulto dos inocentes.
No tempo certo da alma encontrada
Parirei a mim mesma.
“Allora mi sono riscattata/ con le mie sole forze/ e mi sono concessa/ il perdono degli innocenti./ Una volta ritrovata la mia anima/ partorirò daccapo me stessa”.

Qui una piccola silloge tratta dalla raccolta e pubblicata nel blog “La poesia e lo spirito”.

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