Viviamo in un cortocircuito istituzionale talmente profondo che quasi non lo notiamo più. Intorno a noi si è stretto un groviglio di conflitti di interesse di proporzioni gigantesche, di cui pochi cittadini sono realmente consapevoli. Eppure, prima o poi, le conseguenze colpiranno tutti. Fra condoni e spese pazze personali, favori a parenti e amici, le maglie di questa gestione di governo emergeranno tra qualche anno nei rapporti della Corte dei Conti, svelando ben più della super-spesa bloccata per il ponte sullo Stretto.
I dati sono già lì, nelle serie storiche della Banca d’Italia: dall’insediamento del governo Meloni, il debito pubblico è lievitato parecchio. I governi Conte 1 e 2, in 32 mesi, hanno portato il debito a +273 miliardi, un aumento causato dalle misure a sostegno dell’economia durante i lockdown. In 28 mesi, invece, il governo Meloni ha raggiunto la cifra di 258 miliardi, pur non avendo dovuto fronteggiare grandi emergenze e potendo anzi usufruire delle risorse del PNRR (dati Banca d’Italia). Questa sarà un’eredità pesante che graverà sul prossimo esecutivo.
Ma torniamo al presente, a quel che accade sotto i nostri occhi. Come possiamo non accorgerci che la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, agisce ormai come un politico di parte? Lo fa quando entra a gamba tesa nelle vicende giudiziarie del figlio o quando gli spiana la strada verso la presidenza dell’ACI. Lo fa con il suo atteggiamento partigiano sul referendum per la giustizia. È la stessa persona che, in caso di prolungato impedimento del Presidente Mattarella, dovrebbe subentrare al Colle. E al Quirinale non può sedere un uomo di parte, men che meno così spudoratamente di parte. La storia repubblicana ci insegna che il primo dovere di chi siede su quel seggio è essere garante della Costituzione e stare al di sopra delle parti. Avrebbe detto Pertini: come avete potuto permettere che si arrivasse a un simile azzeramento delle garanzie?
Questa deriva ci costringe a una riflessione amara sullo stato della nostra democrazia parlamentare. Ci torna alla mente un’ombra del passato. Il 16 novembre 1922, Benito Mussolini, forte della marcia su Roma, si presentò alla Camera e disse:
“Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno per il momento, voluto”.
Oggi, la maggioranza non ha certo bisogno di sprangare il Parlamento. Lo controlla già dall’interno, grazie a una legge elettorale, il Rosatellum, che seppur formalmente costituzionale, ha una democraticità fortemente controversa. La Corte Costituzionale non l’ha mai bocciata, ma quel silenzio non è un avallo. Dopo la sentenza 1/2014 che abolì il Porcellum per le liste bloccate e i premi senza soglia, il Rosatellum si è limitato a una timida correzione di rotta.
Il risultato? Oltre il 90% dei parlamentari entra in aula non per volontà popolare, ma perché “nominato” dai vertici di partito, attraverso liste bloccate che impediscono all’elettore di esprimere una preferenza. Si parla tanto di sorteggio per la (falsa) riforma della magistratura, ma oggi il sistema è già una sorta di sorteggio al contrario: una selezione di fedelissimi decisa nelle segreterie.
Ed ecco il secondo, pericoloso cortocircuito: la maggioranza politica allunga le sue mani non solo sul Parlamento, ma anche su altre funzioni dello Stato. Abbiamo un esecutivo che, forte di una maggioranza relativa, può arrivare a concentrare quasi tutto il potere, controllando il Parlamento e tentando di mettere sotto scacco la magistratura.
E non basta. Con disegni di legge già avviati si mira a depotenziare la Corte dei Conti e, in prospettiva, la stessa Corte Costituzionale. A tutto questo si aggiunge la proposta del premierato voluta da Giorgia Meloni, che punta a svuotare il ruolo del Capo dello Stato, ultimo baluardo di equilibrio.
Ma cosa pensano gli italiani? Secondo un sondaggio Tecnè per l’Agenzia Dire di inizio febbraio 2026, il 49% non ha fiducia nel governo. Già a dicembre 2025, il Giornale riportava un dato ancora più netto: il 64% degli italiani esprimeva un giudizio negativo. La fiducia si sgretola.
Forse per questo si tenta di inventare una cultura di destra contrapposta a una cultura di sinistra. Ma non si trovano che mezze figure. Perché? La risposta è semplice. In Francia, in Inghilterra e in altri paesi esiste una solida tradizione culturale di destra, fondata su concetti quali tradizione, ordine, nazione e libertà individuale. In Italia, invece, quella che siede al governo non è una destra politica conservatrice come negli altri Paesi europei, ma un rigurgito di stampo fascista. E non bisogna dimenticare che il fascismo è fatto di sopraffazione fisica e violenza verbale. Lo ha capito anche il Financial Times, che nel maggio 2021 descriveva Meloni come «l’astro nascente dell’estrema destra italiana», paragonandola a Marine Le Pen.
In questo contesto, torna di bruciante attualità ciò che Enrico Berlinguer pronunciò in televisione il 21 aprile 1972:
“Non esiste alcuna possibilità di dialogo fra noi e gli esponenti del movimento sociale italiano. Il fascismo non è stato uno scherzo, è stato un’ondata di barbarie che ha minacciato di travolgere il mondo, trasformare l’Europa in un immenso campo di concentramento nazista. Le avventure militari hanno portato alla rovina questo paese, specialmente il nostro meridione, con l’asservimento al nazismo, il massacro dei comunisti, prima di tutto. Noi ricordiamo Antonio Gramsci assassinato scientificamente dai fascisti. Ma anche i partigiani, i giovani che si opponevano al fascismo, servo dello straniero, e difendevano la libertà e l’indipendenza nazionale del nostro paese.”
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Adesso trovano eco le parole del senatore Roberto Scarpinato, che ci aiutano a comprendere le radici profonde di questa deriva:
“Nell’Italia del 1948 è rimasta una parte importante di classe dirigente nel nostro Paese che ha vissuto sempre la Costituzione come un corpo estraneo. Pensiamo all’aristocrazia rimasta, agli agrari del nord, agli industriali, ai latifondisti del sud. Per questi la Costituzione imposta dai vincitori della Resistenza non è andata mai giù. Hanno remato contro in due modi: sulla scena politica bloccando per esempio l’istituzione del Consiglio Superiore per undici anni, ritardando l’istituzione della Corte Costituzionale, sabotando la riforma agraria. Ma hanno remato contro anche operando dietro le quinte, mettendo in campo lo stragismo, la violenza, gli omicidi politici e i tentativi di colpo di Stato. Questa parte del paese non è stata archiviata dalla storia. L’attuale maggioranza di governo è l’erede continuatore di questa parte della classe politica che ha sempre vissuto la Costituzione come corpo estraneo. Ora vogliono approfittare degli attuali rapporti di forza per liberarsene attraverso una guerra a pezzi. C’è questo appuntamento che abbiamo tutti il 22 e il 23 marzo. Qui o torniamo ai tempi in cui la giustizia era di classe, oppure facciamo quello che dobbiamo fare: mettere un colossale no a questo referendum.”
Non si può non pensare che, dietro a tutto questo, ci sia un calcolo cinico e premeditato. Loro, consapevoli che sempre meno italiani si recheranno alle urne e che i pochi elettori rimasti saranno comunque insoddisfatti dell’opposizione, potranno vincere e permettersi di lasciar marcire la partecipazione democratica. La loro conclusione è tanto semplice quanto agghiacciante: l’astensionismo crescente è un vantaggio.
Possiamo anche pensare che affamare milioni d’italiani – dai 5,7 milioni sotto la soglia di povertà ai milioni che vivono di lavoro povero, agli altri milioni che hanno rinunciato alle cure mediche (dati Istat) – porti questi a considerare più importante il vivere quotidiano che l’andare al voto. E così, mentre l’apatia dilaga, questo gruppo dirigente, ignorante e incapace, prosegue indisturbato nel suo unico, vero intento: rubare, corrompere e assaltare ciò che resta della democrazia e del paese, condannandolo a un futuro di povertà e divisioni.
Non è un caso che, osservando i sondaggi che danno un crescente No al referendum, si agitino con dichiarazioni pesanti, al punto da costringere Mattarella a prendere posizione, pressato anche dai magistrati. Un intervento, il suo, che lo pone indirettamente come parte in causa di questo sistema, quasi fosse trascinato in una logica paramafiosa che contamina le stesse istituzioni.

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