Piano della Sosta sotto la lente: da dove provengono i dati?

Un atto può dirsi valido se nasce su dati che non rispettano le regole minime di apertura, verificabilità e interoperabilità? È questa la domanda che dovrebbe precedere qualunque valutazione sul nuovo Piano della Sosta di Siracusa che anima da settimane un confronto acceso tra attori di ogni tipo e che, invece, è rimasta ai margini del dibattito pubblico. Il confronto, infatti, sembra essersi concentrato quasi soltanto, pur se legittimamente, sugli effetti concreti delle misure proposte – aumenti tariffari, ridefinizione delle zone, impatto su residenti e attività – trascurando tuttavia un profilo preliminare e decisivo: la tenuta formale e informativa dell’atto che quelle misure pretende di giustificare.

Quindi prima ancora di chiedersi se un piano sia equo, sostenibile o politicamente opportuno, occorre domandarsi se esso sia giuridicamente fondato ex ante, cioè costruito su dati conformi alle normative più recenti in materia di trasparenza, digitalizzazione e prevenzione del rischio corruttivo. Perché se un Piano si presenta come “tecnico”, corredato da numeri, tabelle, stime e comparazioni con altre città, allora la questione non è più soltanto cosa viene deciso, ma su quali basi informative quella decisione poggia. Il documento sul Piano della Sosta richiama infatti dati sull’offerta di stalli, sugli introiti, sulle tariffe applicate in altri contesti urbani. Ma da una lettura attenta emerge una domanda che resta senza risposta esplicita: da dove provengono esattamente questi dati? Sono dataset pubblici? Sono dati aperti? Sono disponibili in formati riutilizzabili, interrogabili, verificabili dai cittadini? Oppure si tratta di elaborazioni interne non accessibili, non riproducibili, non sottoponibili a controllo diffuso? Non è un dettaglio tecnico: nel quadro normativo attuale, la verificabilità del dato è parte integrante della legittimità dell’azione amministrativa.

Il combinato disposto tra Codice dell’Amministrazione Digitale, disciplina sulla trasparenza e Piano Nazionale Anticorruzione ha progressivamente chiarito che il dato non è più un mero supporto dell’atto, ma un suo presupposto e non è un caso che la prevenzione della corruzione, oggi, non si misura soltanto in obblighi formali di pubblicazione, ma nella capacità dell’Amministrazione di rendere i propri processi leggibili, tracciabili e controllabili.  Ed è qui che il “caso di Siracusa” pone interrogativi seri. 

Abbiamo visto in precedenza che il cosiddetto portale open data comunale non presenta le caratteristiche minime di un’infrastruttura informativa conforme alle linee guida nazionali ed europee: i dati risultano disaggregati, non standardizzati, privi di metadati, non integrabili in dashboard di monitoraggio, pertanto, se non esiste una base dati aperta e interrogabile, come si può verificare ex ante la razionalità tecnica delle scelte contenute nel Piano? E ancora: può dirsi conforme ai principi di trasparenza un atto che non consente al cittadino di ricostruire autonomamente i presupposti su cui si fonda?

La domanda è: perché a Siracusa il cittadino dovrebbe comportarsi come un ricercatore da biblioteca, costretto a scavare nell’albo pretorio come un agente investigativo, per comprendere le basi informative di un Piano che incide così profondamente sulla città? È davvero questo il modello di semplificazione amministrativa e di amministrazione digitale delineato dal legislatore? O non siamo piuttosto di fronte a una frattura evidente tra obblighi normativi e prassi amministrativa?

Senza formulare accuse, ma ponendo un problema giuridico preciso, occorre chiedersi se un Piano che nasce senza una base dati conforme agli standard di apertura e interoperabilità non risulti già indebolito nel suo presupposto formale. Perché, se la prevenzione della corruzione si fonda sulla trasparenza sostanziale, allora l’assenza di dati aperti non è un dettaglio secondario ma incide sulla stessa tenuta dell’atto.

L’interrogativo finale, a questo punto, non può che essere questo: come potrà il Comune redigere e attuare un PIAO coerente, misurare obiettivi di performance e dimostrare valore pubblico, se uno degli atti strategici su cui dovrebbe poggiare nasce su basi informative fragili o non verificabili?

Il PIAO, infatti, è lo strumento con cui ogni amministrazione è oggi chiamata a dichiarare, in modo integrato, come organizza la propria attività, quali obiettivi intende raggiungere, come misura le performance e in che modo previene i rischi corruttivi, traducendo la programmazione in risultati misurabili. In questo quadro, il collegamento con il Piano Nazionale Anticorruzione non è opzionale: ANAC, tramite il PNA 2026, ha chiarito che la prevenzione della corruzione non vive più in un documento separato, ma confluisce nel PIAO attraverso obiettivi specifici, indicatori, responsabilità organizzative e – soprattutto – dati. La trasparenza e la digitalizzazione diventano così leve di prevenzione: senza dati aperti, senza interoperabilità, senza possibilità di controllo diffuso, quegli obiettivi restano enunciati privi di riscontro e un Piano della Sosta, per la sua natura, incide su entrate, concessioni, controlli, tariffe, autorizzazioni, flussi di mobilità e quindi, con ogni probabilità, sarà uno degli atti che più direttamente dovrebbe alimentare il PIAO: non solo come scelta politica, ma come base informativa su cui misurare performance, rischio e valore pubblico. Se però i dati che lo sorreggono non sono accessibili, non sono standardizzati e non sono verificabili, come potranno essere tradotti in obiettivi di performance credibili? Come potranno essere monitorati nel tempo? E come potrà l’Amministrazione dimostrare, anche ex post, di aver operato in modo trasparente e conforme ai principi anticorruzione?

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