Se nell’ultimo approfondimento di questa rubrica abbiamo ricostruito perché la questione centrale non sia più “chi presidia”, ma “chi alfabetizza”, è ora necessario fare un passo ulteriore e spostare l’attenzione dal piano delle intenzioni a quello della verificabilità. L’alfabetizzazione digitale è, infatti, un processo pubblico che dovrebbe poter essere osservato, misurato e valutato nel tempo. In altre parole, dovrebbe lasciare tracce comprensibili anche a chi non è un tecnico.
Da qui emerge una questione non eludibile: un Comune può attribuirsi la funzione di alfabetizzazione digitale del territorio senza dotarsi di strumenti minimi di professionalizzazione, valutazione, trasparenza e accountability? La risposta non può essere affidata a opinioni o percezioni, ma richiede necessariamente dati, ed è proprio su questo piano che, nel caso di Siracusa, emerge una criticità strutturale: tali dati non risultano disponibili perché nel nostro Capoluogo non esiste un portale open data integrato nel sito istituzionale del Comune.
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Questo punto merita tuttavia di essere ben chiarito: gli open data sono informazioni pubbliche rese accessibili, leggibili e riutilizzabili da chiunque, in modo che l’azione amministrativa possa essere compresa, valutata e, se necessario, migliorata. Senza open data non esistono dataset sull’adozione dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione, non esistono dashboard pubbliche che consentano di monitorare l’impatto dei progetti finanziati, né indicatori che permettano di capire se la cittadinanza stia acquisendo maggiore autonomia prima e dopo gli interventi.
Per comprendere quanto questo incida sulla vita quotidiana, basta guardare a un ambito che riguarda tutti: l’igiene urbana.
Se il Comune rendesse disponibili in formato aperto i dati (come file CSV o Excel, cioè che possono essere scaricati, letti e rielaborati) sui turni di raccolta, sulle segnalazioni dei cittadini, sui tempi di intervento, sulle zone più critiche e sui costi del servizio, sarebbe possibile capire dove e perché il sistema funziona o si inceppa. Un cittadino potrebbe sapere se la mancata raccolta sotto casa è un episodio isolato o parte di un problema strutturale; un comitato di quartiere potrebbe confrontare le performance tra zone diverse; l’amministrazione stessa potrebbe individuare sprechi, colli di bottiglia e aree da potenziare, ma, soprattutto, potrebbe intervenire in modo efficace.
Infatti, incrociando segnalazioni, turni e tempi di risposta, sarebbe possibile passare da una gestione reattiva a una gestione preventiva: anticipare le criticità, ricalibrare i percorsi, verificare se un intervento correttivo ha funzionato o meno. Oggi, in assenza di dati aperti, il disservizio si percepisce ma non si dimostra.
Lo stesso schema si potrebbe applicare ai trasporti pubblici o ai servizi scolastici. Dati aperti su puntualità, corse soppresse, affollamento o copertura territoriale permetterebbero di capire se un servizio risponde davvero ai bisogni delle persone o se genera esclusione. Dati su mense, iscrizioni, tempi di accesso e distribuzione delle risorse consentirebbero di individuare disuguaglianze e correggerle. In tutti questi casi, gli open data non servono solo a “informare”, ma a rendere possibile un miglioramento continuo basato su evidenze e non su impressioni.
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È qui che questo tema si intreccia direttamente con quello della facilitazione digitale: alfabetizzare non significa soltanto insegnare a usare un servizio, ma mettere i cittadini nella condizione di comprendere le informazioni pubbliche, interpretarle e usarle per orientarsi e partecipare.
L’unico riferimento quantitativo disponibile nel caso di Siracusa è purtroppo indiretto e proviene da un ambito diverso, ma altamente significativo: la Democrazia Partecipata. Quando il voto è stato digitalizzato tramite SPID, circa il 75% degli utenti ha richiesto assistenza o ha incontrato ostacoli tali da rendere necessario l’allestimento di presidi sul territorio, quindi, se per esercitare un diritto civico è stato necessario il supporto di un intermediario fisico, allora non è il cittadino a essere digitale, ma la procedura. È un esempio emblematico della differenza tra digitalizzazione e innovazione: la prima trasloca processi esistenti, la seconda li trasforma alla luce delle capacità reali delle persone.
A questo si aggiunge un dato sistemico: l’ICity Rank colloca Siracusa in fascia media sui servizi digitali (nel senso che il Comune ha attivato i servizi minimi richiesti dai piani nazionali di digitalizzazione, in particolare quelli connessi alle piattaforme obbligatorie – come SPID, CIE, pagoPA, IO, PDND – trattasi comunque di indicatore di compliance e di adempimento), mentre sul fronte dell’apertura – intesa come interoperabilità informativa e trasparenza dei dati – la performance risulta invece bassa. Ciò significa che alcuni servizi sono stati digitalizzati, ma mancano gli strumenti per comprenderne l’efficacia e per verificarne l’impatto.
Dal punto di vista dell’Internet Governance, questa configurazione produce una struttura monodirezionale: la Pubblica Amministrazione eroga servizi, il cittadino li utilizza, ma manca il livello che trasforma il cittadino in soggetto informato e consapevole. Non si tratta di accusare, ma di interrogare la coerenza tra gli strumenti adottati e gli obiettivi dichiarati. Il PNRR ha investito risorse ingenti nell’innovazione, ma senza un parallelo investimento nella cittadinanza digitale il rischio è quello di costruire infrastrutture senza società.
La domanda conclusiva, allora, non è se digitalizzare, ma per chi digitalizzare e a quali condizioni. Nel prossimo approfondimento analizzeremo un progetto già esistente che mostra come innovare non significhi digitalizzare l’analogico, ma costruire diritti, autonomie e nuove forme di cittadinanza dentro l’infrastruttura della rete.

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